Come si cura l’insufficienza cardiaca?

Insufficienza cardiaca: sintomi, diagnosi, terapie farmacologiche, stile di vita e ruolo del cardiologo nella gestione a lungo termine

L’insufficienza cardiaca è una condizione cronica in cui il cuore non riesce a pompare sangue a sufficienza per soddisfare le necessità dell’organismo. Non significa che il cuore si sia “fermato”, ma che lavora in modo meno efficiente, con possibili ripercussioni su respiro, energia, capacità di svolgere le attività quotidiane e qualità di vita. Comprendere come si cura l’insufficienza cardiaca è fondamentale sia per le persone già diagnosticate, sia per i familiari che le assistono, perché il trattamento è quasi sempre multidisciplinare e richiede la collaborazione attiva del paziente.

Questa guida offre una panoramica strutturata e aggiornata sulle principali strategie di cura: dai farmaci alle modifiche dello stile di vita, fino al ruolo del cardiologo e dei controlli periodici. Le informazioni hanno carattere generale e non sostituiscono il parere del medico curante o dello specialista. Ogni percorso terapeutico deve essere personalizzato in base alla situazione clinica, alle altre malattie presenti, ai farmaci assunti e agli obiettivi condivisi tra paziente, cardiologo e medico di medicina generale.

Cos’è l’insufficienza cardiaca?

L’insufficienza cardiaca è una sindrome clinica complessa in cui il cuore non è in grado di garantire un flusso di sangue adeguato ai tessuti, oppure riesce a farlo solo a prezzo di un aumento anomalo delle pressioni all’interno delle cavità cardiache. In pratica, il muscolo cardiaco può essere indebolito, irrigidito o entrambe le cose, con conseguente difficoltà a riempirsi e/o a svuotarsi correttamente. Si distinguono forme a frazione di eiezione ridotta (HFrEF), in cui la capacità di contrazione del ventricolo sinistro è compromessa, e forme a frazione di eiezione preservata (HFpEF), dove il problema principale è la rigidità e il difetto di rilassamento. Questa distinzione è importante perché influenza la scelta dei farmaci e delle strategie di cura.

Le cause di insufficienza cardiaca sono numerose e spesso coesistono. Tra le più frequenti troviamo la cardiopatia ischemica (esiti di infarto miocardico), l’ipertensione arteriosa non controllata, le valvulopatie (malattie delle valvole cardiache), le miocardiopatie primitive o secondarie a infezioni, farmaci o sostanze tossiche, oltre a disturbi del ritmo cardiaco come la fibrillazione atriale. Anche patologie sistemiche, come diabete mellito, malattie renali croniche, obesità severa e alcune malattie endocrine, possono contribuire allo sviluppo o al peggioramento dell’insufficienza cardiaca. Identificare e trattare la causa sottostante, quando possibile, è un tassello essenziale del percorso terapeutico.

Dal punto di vista clinico, l’insufficienza cardiaca viene spesso classificata in base alla gravità dei sintomi secondo la scala NYHA (New York Heart Association), che va dalla classe I (assenza di limitazioni significative nelle attività abituali) alla classe IV (sintomi a riposo e grave limitazione funzionale). Questa classificazione aiuta il cardiologo a valutare l’andamento della malattia nel tempo e a modulare la terapia. Esiste anche una classificazione “a stadi” (A–D) che considera il rischio di sviluppare insufficienza cardiaca e la presenza di danno strutturale cardiaco, utile per impostare strategie preventive e di intervento precoce.

L’insufficienza cardiaca è una patologia cronica, ma non significa che il decorso sia inevitabilmente in peggioramento rapido. Negli ultimi anni, grazie a farmaci più efficaci, dispositivi impiantabili e programmi strutturati di gestione, è stato possibile ridurre ricoveri e mortalità, migliorando al contempo la qualità di vita di molti pazienti. Tuttavia, la malattia richiede un monitoraggio costante, l’aderenza scrupolosa alle terapie e un’attenzione particolare ai segnali di allarme. La collaborazione tra paziente, famiglia, cardiologo, medico di base e, quando necessario, centri di scompenso cardiaco dedicati è il fulcro di una gestione efficace.

Sintomi e diagnosi

I sintomi dell’insufficienza cardiaca possono svilupparsi in modo graduale o comparire più bruscamente, ad esempio in occasione di una riacutizzazione. Il disturbo più caratteristico è la dispnea, cioè la sensazione di “fiato corto”, che inizialmente si manifesta solo sotto sforzo (salire le scale, camminare in salita) e, con il tempo, può comparire per attività sempre più leggere o addirittura a riposo. Molti pazienti riferiscono anche ortopnea (necessità di dormire con più cuscini per respirare meglio) e dispnea parossistica notturna, ovvero risvegli improvvisi nella notte con forte mancanza di respiro. Altri sintomi frequenti sono la facile affaticabilità, la ridotta tolleranza allo sforzo, la sensazione di debolezza generale e la riduzione della capacità di concentrazione.

Un altro segno tipico è la comparsa di edemi, cioè gonfiore, soprattutto alle caviglie, ai piedi e alle gambe, che tende a peggiorare verso sera e a migliorare parzialmente al mattino. In alcuni casi può accumularsi liquido anche nell’addome (ascite), con sensazione di tensione addominale e aumento del girovita. L’aumento rapido di peso nell’arco di pochi giorni, dovuto alla ritenzione di liquidi, è un campanello d’allarme importante che il paziente dovrebbe imparare a riconoscere. Possono comparire anche tosse persistente, senso di oppressione toracica, palpitazioni, riduzione dell’appetito e disturbi del sonno, sintomi che spesso vengono sottovalutati o attribuiti all’età o allo stress.

La diagnosi di insufficienza cardiaca si basa sull’integrazione di anamnesi (raccolta dei sintomi e della storia clinica), esame obiettivo e indagini strumentali e di laboratorio. L’ecocardiogramma è l’esame cardine: consente di valutare la funzione di pompa del cuore, la frazione di eiezione, le dimensioni delle cavità, lo spessore delle pareti e l’eventuale presenza di valvulopatie o altre anomalie strutturali. Gli esami del sangue includono spesso il dosaggio dei peptidi natriuretici (BNP o NT-proBNP), biomarcatori che tendono ad aumentare in presenza di insufficienza cardiaca e che aiutano sia nella diagnosi sia nel monitoraggio della malattia nel tempo.

Altri esami utili sono l’elettrocardiogramma (ECG), per individuare aritmie o segni di pregressi infarti, la radiografia del torace, che può mostrare ingrandimento cardiaco e congestione polmonare, e, quando indicato, test da sforzo, risonanza magnetica cardiaca o coronarografia per approfondire la causa sottostante. È importante sottolineare che sintomi come affanno e stanchezza non sono specifici dell’insufficienza cardiaca e possono essere dovuti ad altre patologie respiratorie, metaboliche o ematologiche. Per questo è essenziale non autodiagnosticarsi, ma rivolgersi al medico per un inquadramento completo e, se necessario, a uno specialista in cardiologia per confermare la diagnosi e impostare il trattamento più appropriato.

Trattamenti farmacologici

La terapia farmacologica dell’insufficienza cardiaca ha l’obiettivo di ridurre i sintomi, migliorare la qualità di vita, prevenire le riacutizzazioni e, nelle forme a frazione di eiezione ridotta, diminuire il rischio di ospedalizzazione e mortalità. I farmaci di base includono in genere ACE-inibitori o sartani (che agiscono sul sistema renina-angiotensina-aldosterone riducendo la pressione e il carico di lavoro del cuore), beta-bloccanti (che rallentano la frequenza cardiaca e proteggono il muscolo cardiaco dallo stress cronico delle catecolamine) e diuretici, utili per contrastare la ritenzione di liquidi e alleviare edema e dispnea. Nelle linee guida più recenti hanno assunto un ruolo centrale anche gli inibitori del recettore dell’angiotensina e della neprilisina (ARNI) e gli inibitori del cotrasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2), inizialmente sviluppati per il diabete ma rivelatisi efficaci anche nello scompenso cardiaco.

Sequacor è un medicinale a base di bisoprololo, un beta-bloccante selettivo per i recettori beta1, utilizzato tra l’altro nel trattamento dell’insufficienza cardiaca cronica stabile con ridotta funzione sistolica del ventricolo sinistro, in associazione ad altri farmaci standard. I beta-bloccanti, se introdotti e titolati correttamente, contribuiscono a migliorare la funzione cardiaca nel lungo periodo, riducendo la frequenza cardiaca, il consumo di ossigeno del miocardio e il rischio di aritmie potenzialmente pericolose. È fondamentale però che l’inizio della terapia e gli eventuali aumenti di dose avvengano sotto stretto controllo medico, perché un uso improprio può peggiorare temporaneamente i sintomi o scompensare pazienti particolarmente fragili.

Oltre ai farmaci “cardine”, in alcuni pazienti possono essere indicati altri trattamenti, come gli antagonisti dei recettori dei mineralcorticoidi (es. spironolattone, eplerenone), che aiutano a contrastare la ritenzione di sodio e acqua e hanno dimostrato benefici prognostici nelle forme a frazione di eiezione ridotta. In presenza di fibrillazione atriale o di altri fattori di rischio tromboembolico, può essere necessario introdurre anticoagulanti orali per ridurre il rischio di ictus. In casi selezionati, soprattutto in pazienti con frequenza cardiaca elevata nonostante la terapia beta-bloccante, si possono considerare farmaci come ivabradina. La scelta e la combinazione dei farmaci dipendono dal tipo di insufficienza cardiaca, dalla presenza di comorbidità (diabete, insufficienza renale, BPCO, ecc.) e dalla tollerabilità individuale.

È essenziale sottolineare l’importanza dell’aderenza terapeutica: sospendere o modificare autonomamente i farmaci per l’insufficienza cardiaca può avere conseguenze gravi, con rischio di peggioramento acuto dei sintomi e necessità di ricovero urgente. Il paziente dovrebbe discutere con il cardiologo o il medico di base qualsiasi effetto indesiderato percepito, come capogiri, eccessiva stanchezza, cali di pressione, disturbi gastrointestinali o alterazioni del ritmo cardiaco, in modo da valutare insieme eventuali aggiustamenti di dose o cambi di molecola. Infine, la terapia farmacologica va sempre inserita in un percorso globale che comprende educazione del paziente, monitoraggio domiciliare di peso e sintomi, controlli periodici e, quando indicato, l’impiego di dispositivi come defibrillatori impiantabili o sistemi di resincronizzazione cardiaca, che non sostituiscono ma integrano i farmaci.

Modifiche dello stile di vita

Le modifiche dello stile di vita rappresentano un pilastro fondamentale nella cura dell’insufficienza cardiaca, complementare alla terapia farmacologica. Una delle prime raccomandazioni riguarda il controllo dell’apporto di sale (sodio) nella dieta: un eccesso di sale favorisce la ritenzione di liquidi, aumentando il volume circolante e il carico di lavoro del cuore, con rischio di peggioramento di edema e dispnea. In genere si consiglia di limitare il consumo di alimenti molto salati o trasformati (insaccati, formaggi stagionati, snack confezionati, cibi pronti) e di evitare l’aggiunta di sale a tavola, preferendo spezie ed erbe aromatiche per insaporire i piatti. Anche il controllo dell’apporto di liquidi può essere necessario in alcuni pazienti, soprattutto in presenza di forme avanzate o di iponatriemia, ma deve essere sempre personalizzato dal cardiologo.

Il peso corporeo va monitorato regolarmente, idealmente ogni giorno alla stessa ora, annotando i valori su un diario. Un aumento di 2–3 kg in pochi giorni può indicare un accumulo di liquidi e richiede un contatto tempestivo con il medico per valutare un eventuale aggiustamento della terapia diuretica. Sul fronte dell’attività fisica, nella maggior parte dei casi non è indicato il riposo assoluto, ma piuttosto un esercizio moderato e regolare, adattato alle capacità del singolo paziente e concordato con il cardiologo o con un team di riabilitazione cardiologica. Camminate quotidiane a passo confortevole, esercizi di ginnastica dolce e programmi strutturati di training supervisionato possono migliorare la tolleranza allo sforzo, la forza muscolare e il benessere psicologico, riducendo al contempo il rischio di riacutizzazioni.

È altrettanto importante intervenire su abitudini dannose come il fumo di sigaretta e il consumo eccessivo di alcol. Il fumo danneggia i vasi sanguigni, favorisce l’aterosclerosi, peggiora l’ossigenazione dei tessuti e aumenta il rischio di eventi cardiovascolari acuti, per cui la cessazione del tabagismo è una priorità assoluta. L’alcol, soprattutto in quantità elevate, può essere tossico per il miocardio e contribuire allo sviluppo o al peggioramento di una cardiomiopatia dilatativa; in molti pazienti con insufficienza cardiaca si raccomanda una riduzione drastica o l’astensione completa, in base alle indicazioni del medico. Anche il sonno e la gestione dello stress giocano un ruolo: disturbi come l’apnea ostruttiva del sonno possono aggravare lo scompenso e dovrebbero essere riconosciuti e trattati, mentre tecniche di rilassamento, supporto psicologico e gruppi di auto-aiuto possono aiutare ad affrontare l’impatto emotivo della malattia.

Infine, l’educazione del paziente e dei familiari è un elemento chiave per il successo delle modifiche dello stile di vita. Comprendere perché è importante limitare il sale, monitorare il peso, assumere i farmaci agli orari stabiliti e riconoscere precocemente i segni di peggioramento permette di intervenire prima che la situazione richieda un ricovero. I programmi di “disease management” per l’insufficienza cardiaca, spesso organizzati da centri cardiologici o ospedali, includono sessioni educative, follow-up telefonici, telemonitoraggio e percorsi personalizzati che hanno dimostrato di migliorare gli esiti clinici. Coinvolgere attivamente il paziente nelle decisioni terapeutiche, rispettando le sue preferenze e il suo contesto di vita, aumenta l’aderenza alle raccomandazioni e rende più sostenibili nel tempo i cambiamenti necessari.

Quando rivolgersi al cardiologo

Il coinvolgimento del cardiologo è fondamentale in tutte le fasi dell’insufficienza cardiaca, dalla diagnosi alla gestione a lungo termine. È opportuno rivolgersi allo specialista quando compaiono sintomi sospetti come affanno inspiegato, gonfiore alle gambe, ridotta tolleranza allo sforzo o palpitazioni persistenti, soprattutto se si hanno fattori di rischio cardiovascolare (ipertensione, diabete, colesterolo alto, fumo) o una storia personale di infarto, valvulopatie o aritmie. Il cardiologo può eseguire gli accertamenti necessari per confermare o escludere l’insufficienza cardiaca, definire il tipo di disfunzione (sistolica, diastolica, destra, sinistra o globale) e impostare un piano terapeutico personalizzato, spesso in collaborazione con il medico di medicina generale.

Per i pazienti con diagnosi già nota, sono essenziali controlli periodici, la cui frequenza dipende dalla gravità della malattia, dalla stabilità clinica e dalle terapie in corso. In occasione delle visite, il cardiologo valuta l’andamento dei sintomi, i parametri vitali, gli esami del sangue (in particolare funzione renale, elettroliti, biomarcatori cardiaci), l’eventuale necessità di ripetere l’ecocardiogramma e la possibilità di ottimizzare la terapia farmacologica. È importante portare con sé un elenco aggiornato dei farmaci assunti, inclusi quelli prescritti da altri specialisti o acquistati senza ricetta, per evitare interazioni indesiderate e duplicazioni. Anche il diario del peso, della pressione arteriosa e dei sintomi può fornire informazioni preziose per orientare le decisioni cliniche.

Esistono poi situazioni in cui è necessario contattare il cardiologo o il medico curante con urgenza, o rivolgersi direttamente al pronto soccorso. Tra i segnali di allarme rientrano un peggioramento rapido della dispnea (soprattutto se compare a riposo o durante la notte), un aumento di peso di diversi chilogrammi in pochi giorni, la comparsa di edema marcato alle gambe o all’addome, dolore toracico intenso o prolungato, sincope (perdita di coscienza), palpitazioni molto rapide o irregolari associate a malessere generale, confusione mentale o riduzione marcata della diuresi. In questi casi non bisogna attendere il controllo programmato, ma agire tempestivamente, perché un intervento precoce può prevenire complicanze gravi.

Infine, il cardiologo ha un ruolo centrale anche nella valutazione dell’eventuale indicazione a terapie avanzate, come l’impianto di defibrillatori automatici (ICD), dispositivi di resincronizzazione cardiaca (CRT), sistemi di assistenza ventricolare o, nei casi più selezionati e in pazienti relativamente giovani, il trapianto di cuore. Queste opzioni vengono considerate quando, nonostante una terapia farmacologica ottimizzata e uno stile di vita adeguato, l’insufficienza cardiaca rimane severa e limita in modo importante la qualità e l’aspettativa di vita. Discutere per tempo con lo specialista le possibili evoluzioni della malattia e le preferenze del paziente permette di pianificare in modo più sereno e consapevole il percorso di cura, coinvolgendo anche la famiglia e, quando necessario, i servizi di supporto territoriale.

In sintesi, l’insufficienza cardiaca è una condizione cronica complessa ma sempre più gestibile grazie ai progressi della cardiologia e a un approccio integrato che combina farmaci efficaci, modifiche dello stile di vita, monitoraggio attento e collaborazione stretta tra paziente, cardiologo e medico di base. Riconoscere precocemente i sintomi, aderire con costanza alla terapia, adottare abitudini salutari e sapere quando chiedere aiuto allo specialista sono i pilastri per mantenere la migliore qualità di vita possibile e ridurre il rischio di riacutizzazioni e complicanze. Ogni percorso terapeutico deve essere personalizzato e periodicamente rivalutato, con l’obiettivo di adattarsi all’evoluzione della malattia e alle esigenze della persona.

Per approfondire

European Society of Cardiology Linee guida e documenti di consenso internazionali aggiornati sulla diagnosi e il trattamento dell’insufficienza cardiaca, utili per approfondire gli standard terapeutici più recenti.

American College of Cardiology Risorse cliniche, linee guida e materiali educativi su scompenso cardiaco e patologie correlate, rivolti a professionisti ma utili anche per pazienti informati.

Heart Failure Matters (ESC) Sito informativo dedicato ai pazienti con insufficienza cardiaca e ai loro familiari, con spiegazioni chiare su sintomi, terapie, stile di vita e autogestione.

Organizzazione Mondiale della Sanità Informazioni generali sulle malattie cardiovascolari, dati epidemiologici e raccomandazioni di salute pubblica rilevanti anche per la prevenzione dell’insufficienza cardiaca.

Agenzia Italiana del Farmaco Schede tecniche e fogli illustrativi ufficiali dei medicinali, inclusi i beta-bloccanti come il bisoprololo, per consultare indicazioni, controindicazioni e avvertenze aggiornate.