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A cosa è dovuto il calazio?
Il calazio è uno dei motivi più comuni di visita in ambulatorio oculistico quando compare un “bozzetto” sulla palpebra. Spesso viene confuso con l’orzaiolo, genera preoccupazione per l’aspetto estetico e, non di rado, crea fastidio nella chiusura delle palpebre o nel portare le lenti a contatto. Comprendere di che cosa si tratti è il primo passo per gestirlo correttamente e per distinguere le situazioni che possono attendere un’evoluzione spontanea da quelle che meritano una valutazione specialistica. Il quesito “a cosa è dovuto?” nasce in realtà da due dimensioni diverse: che cos’è materialmente il calazio (cioè quale lesione si forma nella palpebra) e quali meccanismi palpebrali portano a farlo comparire. In questa prima parte ci concentriamo su che cos’è il calazio, come si presenta e perché non è un’infezione in senso stretto, gettando le basi per leggere correttamente i sintomi e le successive opzioni di trattamento.
Dal punto di vista clinico, il calazio è un nodulo benigno, in genere non doloroso, che si sviluppa lentamente e che può permanere per settimane o mesi. Si localizza con maggiore frequenza sulla palpebra superiore e, quando è di dimensioni significative, può premere sulla cornea causando visione sfocata o astigmatismo indotto. È importante sapere che, a differenza dell’orzaiolo (che tende a essere acuto, arrossato, dolente e di natura infettiva), il calazio rappresenta una reazione infiammatoria a valle dell’ostruzione di una ghiandola: non è contagioso, non è legato all’esposizione a persone malate e non è un “foruncolo” nel senso comune del termine. Nei paragrafi seguenti vedremo più da vicino che cos’è questa lesione, quali strutture palpebrali interessi e perché il suo comportamento clinico è così caratteristico.
Cos’è il calazio?
Il calazio (chalazion) è una tumefazione localizzata della palpebra che deriva dall’occlusione di una ghiandola sebacea palpebrale, con conseguente reazione infiammatoria cronica detta lipogranuloma. La ghiandola più spesso coinvolta è la ghiandola di Meibomio, che sbocca lungo il bordo palpebrale interno: quando il suo dotto si tappa, il materiale lipidico (meibum) ristagna, si addensa e innesca una risposta del tessuto circostante con formazione di un nodulo. Il paziente e chi lo osserva notano una “pallina” palpabile nella palpebra, spesso mobile sulla struttura tarsale, a crescita lenta e generalmente poco dolente. In fase iniziale può esserci una modesta sensibilità al tatto o arrossamento della cute sovrastante, ma con l’evolvere del processo infiammatorio la lesione diventa più ferma, arrotondata e meno dolorosa. Non essendo provocato da batteri attivi, il calazio non si trasmette e non richiede isolamento o precauzioni di tipo infettivologico nella vita quotidiana.
Per capire il calazio è utile richiamare brevemente l’anatomia palpebrale. Le palpebre contengono decine di ghiandole di Meibomio allineate nel tarso, “colonnine” che producono un sottile strato lipidico indispensabile per la stabilità del film lacrimale: questo strato oleoso riduce l’evaporazione delle lacrime e lubrifica la superficie oculare. I dotti ghiandolari si aprono proprio sul margine palpebrale, in prossimità delle ciglia. Se il dotto si ostruisce (per esempio per alterazioni della secrezione, detriti, ispessimento del meibum), la pressione intraghiandolare aumenta, il meibum extravasa nei tessuti e l’organismo risponde “murando” il materiale con cellule infiammatorie e gigantesche multinucleate, tipiche dei processi lipogranulomatosi. Il risultato è un nodulo intrapalpebrale ben delimitato. Quando l’occlusione interessa ghiandole più superficiali del bordo palpebrale (come Zeis o Moll), il quadro clinico tende a essere più superficiale e dolente nelle fasi precoci; tuttavia, quando la componente infiammatoria cronicizza, il reperto risultante rientra nel concetto clinico di calazio.
Dal punto di vista dell’aspetto esterno, un calazio può variare da pochi millimetri fino a oltre un centimetro. L’upper eyelid è coinvolta più spesso perché ospita ghiandole di Meibomio più grandi e numerose, ma la lesione può comparire anche alla palpebra inferiore. All’esame, si osserva una tumefazione rotondeggiante; se si everte la palpebra (voltandola verso l’alto), la superficie congiuntivale opposta al nodulo può apparire arrossata e con un punto giallastro centrale corrispondente al materiale lipidico intrappolato. La cute può essere lievemente arrossata ma, nella maggior parte dei casi, non è presente il rossore intenso e la marcata dolorabilità tipici dell’orzaiolo acuto. In alcuni pazienti, specie nella fase iniziale, i due quadri possono sovrapporsi: un orzaiolo interno (infezione acuta di una ghiandola di Meibomio) può “evolvere” in un calazio quando l’infezione si risolve ma persiste l’occlusione con la reazione granulomatosa residua. Questa dinamica spiega perché alcuni noduli, inizialmente dolenti, diventino poi indolenti ma persistenti.
Le conseguenze funzionali del calazio dipendono soprattutto dalle dimensioni e dalla sede. Un nodulo voluminoso della palpebra superiore può imprimere una lieve pressione sulla cornea, determinando un astigmatismo regolarmente orientato e una visione sfocata, più evidente nella lettura o con stanchezza visiva. Nei bambini, la compressione corneale prolungata in casi selezionati può interferire con lo sviluppo visivo e richiede una valutazione più attenta. Talvolta il paziente riferisce sensazione di corpo estraneo, pesantezza palpebrale o fastidio nel battere le palpebre; nei portatori di lenti a contatto la tollerabilità può diminuire. Complicanze infettive secondarie sono poco comuni, ma la cute sovrastante può irritarsi e la congiuntiva può diventare iperemica, specie se si tende a manipolare o “spremere” il nodulo. Molti calazi sono autolimitanti e possono regredire gradualmente nell’arco di settimane o alcuni mesi; altri, invece, tendono a persistere o a recidivare, soprattutto in presenza di condizioni palpebrali predisponenti. A livello estetico, la presenza del nodulo può essere fonte di disagio psicologico non trascurabile, pur trattandosi di una lesione benigna.
Un aspetto cruciale nella pratica clinica è distinguere un calazio “tipico” da lesioni atipiche che richiedono approfondimento. Segni come recidiva nello stesso punto, consistenza insolitamente dura e fissa rispetto ai piani profondi, perdita di ciglia (madarosi) in corrispondenza del nodulo, ulcerazioni cutanee, sanguinamento facile o aspetto irregolare della superficie dovrebbero indurre a una valutazione specialistica per escludere altre patologie palpebrali. Anche un calazio che non mostra tendenza alla regressione dopo un congruo periodo, o che causa disturbi visivi significativi, merita un inquadramento oculistico. La visita permette di eversione palpebrale, valutazione del margine e delle ghiandole di Meibomio, esame della superficie oculare e della cornea, e di impostare un piano gestionale adeguato. È utile ricordare che il calazio, in sé, non danneggia l’occhio e non è un segno di scarsa igiene: è l’esito di un meccanismo di occlusione ghiandolare cui l’organismo risponde con un’infiammazione granulomatosa. Con una corretta comprensione di che cos’è e di come si comporta, è più semplice affrontarlo con aspettative realistiche e riconoscere quando è opportuno chiedere un consulto.
Cause del calazio
La causa immediata del calazio è l’occlusione del dotto escretore di una ghiandola di Meibomio, con ristagno del meibum e progressiva alterazione della sua consistenza. Il materiale lipidico che non riesce a defluire extravasa nei tessuti palpebrali e provoca una risposta infiammatoria granulomatosa (lipogranuloma) che si manifesta come nodulo. In alcuni casi il calazio rappresenta l’esito di un orzaiolo interno risoltosi, quando l’infezione acuta si estingue ma persiste l’ostruzione ghiandolare.
Fattori locali che favoriscono l’occlusione comprendono la disfunzione delle ghiandole di Meibomio e la blefarite posteriore, condizioni in cui la qualità e la fluidità della secrezione lipidica risultano alterate. Patologie cutanee come rosacea e dermatite seborroica possono aumentare l’infiammazione del margine palpebrale, mentre la presenza di Demodex a livello delle ciglia può contribuire a un quadro di blefarite cronica che predispone ai calazi.
Elementi ambientali e comportamentali possono concorrere: ammiccamento ridotto durante l’uso prolungato di schermi, aria secca o condizionata, esposizione a fumo e polveri, applicazione di cosmetici occlusivi e rimozione incompleta del trucco. Anche l’uso intenso di lenti a contatto e l’impiego prolungato di colliri con conservanti possono irritare il margine palpebrale e favorire disfunzione meibomiana.
Esiste inoltre una tendenza individuale alle recidive, spesso legata a una predisposizione alla disfunzione meibomiana o alla persistenza di fattori infiammatori locali. Il calazio non è contagioso e non è indice di scarsa igiene personale; la sua comparsa riflette soprattutto l’interazione fra occlusione ghiandolare, qualità del meibum e stato infiammatorio del bordo palpebrale.
Sintomi e diagnosi
Il calazio si manifesta inizialmente con un gonfiore localizzato sulla palpebra, spesso accompagnato da una sensazione di pesantezza. In alcuni casi, può presentarsi un lieve arrossamento. Generalmente, il calazio non è doloroso; tuttavia, se di dimensioni considerevoli, può esercitare pressione sull’occhio, causando disagio o visione offuscata. È fondamentale distinguere il calazio da altre condizioni oculari, come l’orzaiolo, che tende a essere più doloroso e situato sul margine palpebrale.
La diagnosi del calazio viene effettuata durante una visita oculistica. Il medico esamina attentamente le palpebre, valutando l’aspetto e la dimensione del rigonfiamento. In alcuni casi, può essere necessario evertire la palpebra per un’osservazione più dettagliata. È importante escludere altre patologie con sintomi simili, come cisti sebacee o tumori palpebrali, per garantire un trattamento appropriato.
Nella pratica clinica, la valutazione si esegue alla lampada a fessura con ispezione del margine palpebrale, espressione delicata delle ghiandole di Meibomio ed eversione della palpebra per osservare la componente congiuntivale. Esami strumentali avanzati sono raramente necessari; nei casi recidivanti, atipici o non responsivi ai trattamenti, il materiale asportato durante l’intervento può essere inviato a esame istologico per escludere altre lesioni palpebrali. L’inquadramento consente anche di identificare e trattare eventuali fattori predisponenti, riducendo il rischio di nuove formazioni.
Trattamenti e rimedi
Il trattamento del calazio varia in base alla sua dimensione e alla durata dei sintomi. Spesso, il calazio si risolve spontaneamente senza necessità di interventi specifici. Tuttavia, per accelerare la guarigione, è consigliabile applicare impacchi tiepidi sulla palpebra interessata. Questo metodo favorisce il drenaggio del contenuto della ghiandola ostruita e riduce l’infiammazione. Per eseguire correttamente gli impacchi:
- Immergere un panno pulito o una garza sterile in acqua tiepida.
- Applicare delicatamente sulla palpebra chiusa per 5-10 minuti.
- Ripetere l’operazione 3-4 volte al giorno.
È fondamentale evitare di spremere o manipolare il calazio, poiché ciò potrebbe aggravare l’infiammazione o causare infezioni. Se il calazio persiste o si ingrandisce, è opportuno consultare un oculista. In alcuni casi, il medico può prescrivere pomate antibiotiche o corticosteroidee per ridurre l’infiammazione. Nei casi più resistenti o di grandi dimensioni, si può ricorrere a un intervento chirurgico ambulatoriale, che prevede l’incisione e il drenaggio del calazio sotto anestesia locale.
Prevenzione e consigli
Per prevenire la formazione del calazio, è essenziale mantenere una corretta igiene palpebrale. Pulire regolarmente le palpebre aiuta a rimuovere eventuali residui oleosi che potrebbero ostruire le ghiandole di Meibomio. È consigliabile utilizzare salviette specifiche per la pulizia palpebrale o soluzioni oftalmiche consigliate dal medico.
Un’alimentazione equilibrata gioca un ruolo importante nella prevenzione. È opportuno limitare il consumo di cibi ricchi di grassi saturi, come insaccati, dolci e formaggi, che possono influenzare la qualità delle secrezioni delle ghiandole palpebrali. Inoltre, è consigliabile evitare di toccarsi frequentemente gli occhi con le mani non pulite e rimuovere sempre il trucco prima di andare a dormire per prevenire l’ostruzione delle ghiandole.
Per chi utilizza lenti a contatto, è fondamentale seguire scrupolosamente le indicazioni per la loro pulizia e sostituzione, evitando di indossarle durante episodi di infiammazione o infezione oculare. In presenza di condizioni predisponenti, come blefarite cronica o rosacea, è importante gestirle adeguatamente con l’aiuto di un medico specialista per ridurre il rischio di sviluppare calazi.
In conclusione, il calazio è una condizione oculare comune che, sebbene generalmente benigna, può causare disagio. Una corretta igiene palpebrale, un’alimentazione equilibrata e l’attenzione a eventuali condizioni predisponenti sono fondamentali per la prevenzione. In caso di persistenza o aggravamento dei sintomi, è sempre consigliabile consultare un oculista per una valutazione approfondita e un trattamento appropriato.
Per approfondire
IAPB Italia Onlus – Informazioni dettagliate sul calazio, sintomi, cause e trattamenti.
Humanitas – Approfondimento sul calazio, con focus su cause, sintomi e prevenzione.
Oculista Italiano – Articolo sulle cause e i rimedi del calazio, con consigli pratici.
My Personal Trainer – Informazioni sul calazio, con focus su sintomi, diagnosi e cure.
