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L’artrosi è una patologia articolare cronica molto diffusa, soprattutto dopo una certa età, e può causare dolore, rigidità e limitazioni importanti nei movimenti. Quando i sintomi diventano severi e incidono sulla capacità di lavorare e di svolgere le attività quotidiane, è naturale chiedersi se chi ha l’artrosi abbia diritto alla pensione di invalidità o ad altre forme di sostegno economico.
È fondamentale chiarire che la sola diagnosi di artrosi non comporta automaticamente il riconoscimento di una pensione. Il diritto a prestazioni previdenziali o assistenziali dipende da una valutazione complessiva dell’invalidità, dal grado di compromissione funzionale, dall’età, dalla storia contributiva e da specifiche norme di legge. In questo articolo analizziamo i criteri generali, la valutazione dell’invalidità, la documentazione richiesta e le principali procedure da seguire per chi soffre di artrosi e vuole capire se può accedere a una pensione o ad altri benefici.
Criteri per la pensione
Per comprendere se chi soffre di artrosi possa avere diritto a una pensione, è necessario distinguere tra diverse tipologie di prestazioni: pensione di invalidità previdenziale (legata ai contributi versati), assegno ordinario di invalidità, pensione di inabilità e prestazioni assistenziali (come l’assegno mensile o la pensione di invalidità civile, che non dipendono dai contributi ma dal reddito e dal grado di invalidità). In generale, la normativa non riconosce un diritto automatico in base alla diagnosi (ad esempio “artrosi”), ma valuta quanto la malattia riduca la capacità lavorativa o l’autonomia nella vita quotidiana. L’artrosi può quindi essere causa di invalidità riconosciuta, ma solo se comporta limitazioni funzionali significative e documentate.
Nel caso delle prestazioni previdenziali, come l’assegno ordinario di invalidità o la pensione di inabilità, è richiesto che la capacità lavorativa, in occupazioni confacenti alle attitudini del soggetto, sia ridotta in modo rilevante (ad esempio, in molti casi si fa riferimento a una riduzione di almeno due terzi per l’assegno ordinario o alla totale inabilità per la pensione di inabilità). Per le prestazioni assistenziali di invalidità civile, invece, la valutazione si basa su percentuali di invalidità che tengono conto della compromissione complessiva dell’organismo. L’artrosi severa, specie se interessa più articolazioni (ginocchia, anche, colonna vertebrale, mani) e limita la deambulazione o l’uso degli arti superiori, può contribuire in modo importante a queste percentuali, ma la decisione finale spetta sempre alla commissione medico-legale.
Un altro criterio fondamentale riguarda l’età e la storia lavorativa. Per le prestazioni previdenziali, oltre al requisito sanitario (riduzione della capacità lavorativa), è necessario aver versato un certo numero di anni di contributi e soddisfare specifici requisiti anagrafici e assicurativi, che variano in base alla normativa vigente. Per le prestazioni assistenziali di invalidità civile, invece, non è richiesto un numero minimo di anni di contributi, ma esistono limiti di reddito e regole diverse per le persone in età lavorativa e per gli anziani. L’artrosi, essendo più frequente nelle fasce di età avanzate, si inserisce spesso in un quadro di comorbilità (altre malattie concomitanti) che la commissione deve considerare nel complesso.
È importante sottolineare che la valutazione non riguarda solo il dolore riferito dal paziente, ma soprattutto le limitazioni funzionali oggettivabili: difficoltà a camminare senza ausili, impossibilità a mantenere la stazione eretta per tempi prolungati, ridotta capacità di sollevare pesi, limitazione dei movimenti delle mani che impedisce attività manuali fini, e così via. Questi elementi, se adeguatamente documentati da esami strumentali (radiografie, risonanze, ecografie articolari) e relazioni specialistiche, possono sostenere la richiesta di riconoscimento di invalidità. Tuttavia, ogni caso è valutato singolarmente, e due persone con “artrosi” sulla carta possono ricevere esiti molto diversi in base alla gravità e all’impatto reale sulla vita quotidiana.
Infine, va ricordato che, oltre alle pensioni, il riconoscimento di una certa percentuale di invalidità può dare accesso ad altri benefici, come esenzioni dal ticket per alcune prestazioni sanitarie, ausili, agevolazioni fiscali o lavorative. Questi aspetti non sostituiscono la pensione, ma possono rappresentare un supporto importante per chi convive con un’artrosi invalidante. Per chi è interessato in generale al rapporto tra malattie reumatologiche e diritti previdenziali, può essere utile approfondire anche il tema di diritti previdenziali e invalidità nelle malattie reumatologiche.
Valutazione dell’invalidità
La valutazione dell’invalidità in caso di artrosi è un processo medico-legale complesso, che non si limita a confermare la diagnosi, ma mira a quantificare il grado di compromissione funzionale. In pratica, la commissione medico-legale (generalmente composta da medici dell’ASL, dell’INPS o di altri enti competenti, a seconda della procedura) analizza la documentazione clinica, visita la persona e valuta quanto l’artrosi, da sola o associata ad altre patologie, riduca la capacità di svolgere attività lavorative e di cura personale. Vengono considerati elementi come la mobilità articolare, la forza muscolare, la stabilità, la necessità di ausili (bastoni, deambulatori), la capacità di salire le scale, di stare seduti o in piedi a lungo, e l’eventuale rischio di cadute.
Per l’invalidità civile, la valutazione si traduce in una percentuale di invalidità, che viene attribuita sulla base di tabelle ministeriali e linee guida medico-legali. L’artrosi può essere classificata in forme lievi, moderate o gravi, a seconda del numero di articolazioni coinvolte, del grado di degenerazione cartilaginea, della presenza di deformità, della limitazione del range di movimento e dell’impatto sul cammino. Ad esempio, un’artrosi lieve di una sola articolazione, con sintomi controllabili e minima limitazione, può comportare una percentuale bassa, mentre un’artrosi poliarticolare severa, con necessità di protesi o con esiti chirurgici non completamente soddisfacenti, può contribuire a percentuali molto più elevate. La percentuale finale tiene conto anche di altre malattie eventualmente presenti (cardiopatie, diabete, patologie neurologiche, ecc.).
Per le prestazioni previdenziali (assegno ordinario di invalidità, pensione di inabilità), la valutazione è più specificamente orientata alla capacità lavorativa. La domanda che la commissione si pone è: “Questa persona, con la sua formazione, esperienza e mansioni abituali, è ancora in grado di lavorare in modo produttivo e continuativo?”. Un lavoratore manuale con artrosi severa alle ginocchia e alla colonna, che non riesce più a sollevare pesi o a stare in piedi per molte ore, può avere una riduzione della capacità lavorativa molto maggiore rispetto a un lavoratore impiegatizio con la stessa patologia ma mansioni prevalentemente sedentarie. Tuttavia, anche per i lavori sedentari, l’artrosi delle mani, dei polsi o della colonna cervicale può creare difficoltà significative, ad esempio nell’uso prolungato del computer.
La valutazione medico-legale tiene conto anche della stabilità del quadro clinico. Un’artrosi in fase iniziale, con possibilità di miglioramento attraverso terapie farmacologiche, fisioterapia o interventi chirurgici programmati, può essere considerata diversamente rispetto a una situazione stabilizzata ma gravemente compromessa, in cui le opzioni terapeutiche sono limitate e il danno articolare è ormai strutturale. Inoltre, la commissione può indicare la necessità di rivedere il caso dopo un certo periodo (revisione), soprattutto se sono previste terapie che potrebbero modificare il quadro funzionale. Questo significa che il riconoscimento di invalidità non è sempre definitivo e può essere confermato, modificato o revocato nel tempo.
Infine, è importante ricordare che la valutazione dell’invalidità non coincide con la valutazione clinica abituale fatta dal reumatologo o dal medico di base. Il medico curante si concentra sulla diagnosi e sul trattamento, mentre il medico-legale deve tradurre la situazione clinica in un giudizio giuridico-sanitario, espresso in percentuali o in giudizi di capacità lavorativa residua. Per questo motivo, è utile che il paziente arrivi alla visita medico-legale con una documentazione completa e aggiornata, che descriva in modo chiaro non solo la diagnosi di artrosi, ma anche le limitazioni concrete nella vita di tutti i giorni e nel lavoro.
Documentazione necessaria
Per chi soffre di artrosi e intende richiedere il riconoscimento di invalidità o una pensione collegata alla propria condizione, la documentazione riveste un ruolo centrale. La commissione medico-legale basa infatti il proprio giudizio non solo sulla visita diretta, ma anche e soprattutto sulle prove oggettive fornite dagli esami e dalle relazioni specialistiche. È quindi fondamentale raccogliere in modo ordinato tutti i documenti che dimostrano la presenza di artrosi, la sua evoluzione nel tempo e l’impatto funzionale sulla vita quotidiana. Una cartella incompleta o poco chiara può indebolire la richiesta, anche in presenza di una malattia effettivamente invalidante.
Tra i documenti più importanti rientrano gli esami strumentali che confermano la diagnosi di artrosi e ne quantificano la gravità: radiografie delle articolazioni interessate (ginocchia, anche, colonna, mani, spalle), risonanze magnetiche, TAC, ecografie articolari. Questi esami permettono di evidenziare la riduzione dello spazio articolare, la presenza di osteofiti (escrescenze ossee), la sclerosi subcondrale, eventuali deformità o esiti di interventi chirurgici (come protesi articolari). È utile che gli esami siano relativamente recenti, in modo da rappresentare fedelmente la situazione attuale. In alcuni casi, possono essere rilevanti anche esami di laboratorio, soprattutto per escludere o documentare altre patologie reumatologiche associate.
Un altro elemento essenziale è la relazione specialistica, in genere redatta da un reumatologo, un ortopedico o un fisiatra. Questa relazione dovrebbe descrivere in modo dettagliato: la storia della malattia (da quanto tempo è presente l’artrosi, come si è evoluta), le articolazioni coinvolte, i trattamenti effettuati (farmaci, infiltrazioni, fisioterapia, interventi chirurgici), la risposta alle terapie e, soprattutto, le limitazioni funzionali residue. È importante che il medico indichi, con un linguaggio comprensibile anche in ambito medico-legale, quali attività risultano difficoltose o impossibili (camminare a lungo, salire le scale, sollevare pesi, mantenere la posizione seduta o eretta, svolgere lavori manuali fini, ecc.). Una relazione generica, che si limita a confermare la diagnosi senza entrare nel merito delle conseguenze pratiche, può risultare poco utile.
Per le prestazioni previdenziali, può essere richiesta anche documentazione relativa alla storia lavorativa: mansioni svolte, eventuali cambi di ruolo per motivi di salute, certificati di malattia ripetuti, idoneità o inidoneità alla mansione rilasciate dal medico competente aziendale. Questi elementi aiutano la commissione a capire se e quanto l’artrosi abbia inciso sulla capacità di svolgere il proprio lavoro abituale. Nel caso di invalidità civile, invece, possono essere utili anche relazioni di altri specialisti (cardiologi, neurologi, diabetologi, ecc.) se sono presenti patologie concomitanti che, insieme all’artrosi, contribuiscono al quadro di invalidità complessiva.
Infine, è consigliabile portare alla visita medico-legale anche una descrizione scritta delle difficoltà quotidiane, preparata dal paziente stesso o con l’aiuto dei familiari. Senza sostituirsi alla valutazione medica, questo documento può aiutare a non dimenticare aspetti importanti durante la visita: difficoltà a vestirsi, a fare la spesa, a guidare, a mantenere la cura personale, necessità di aiuto da parte di terzi, cadute recenti, ecc. Pur non avendo lo stesso valore degli esami strumentali o delle relazioni specialistiche, queste informazioni contribuiscono a dare un quadro più completo della reale incidenza dell’artrosi sulla qualità di vita.
Procedure da seguire
Le procedure per ottenere il riconoscimento di invalidità o una pensione in caso di artrosi variano a seconda che si tratti di invalidità civile, assegno ordinario di invalidità, pensione di inabilità o altre prestazioni. In linea generale, il percorso inizia con la presentazione di una domanda all’ente competente (spesso l’INPS, anche tramite il medico certificatore), accompagnata da un certificato medico che attesti la patologia e le principali limitazioni funzionali. Questo certificato, redatto dal medico di base o da uno specialista, costituisce il primo documento ufficiale su cui si baserà la convocazione a visita presso la commissione medico-legale.
Dopo l’invio della domanda, il richiedente viene convocato per una visita medico-legale. È in questa sede che la commissione valuta la documentazione presentata, effettua l’esame obiettivo e formula un giudizio sul grado di invalidità o sulla riduzione della capacità lavorativa. È fondamentale presentarsi alla visita con tutta la documentazione aggiornata e ben organizzata, in modo da facilitare il lavoro della commissione e ridurre il rischio che elementi importanti vengano trascurati. In alcuni casi, la valutazione può avvenire anche sulla sola documentazione (valutazione “agli atti”), ma per patologie come l’artrosi, in cui la funzionalità motoria è centrale, la visita diretta è spesso ritenuta indispensabile.
Una volta conclusa la valutazione, l’ente competente comunica l’esito al richiedente. L’esito può prevedere il riconoscimento di una certa percentuale di invalidità civile, l’attribuzione o il diniego di una prestazione economica (ad esempio assegno mensile, pensione di invalidità, assegno ordinario di invalidità), l’eventuale concessione di benefici collaterali (esenzioni, ausili, ecc.) e l’indicazione di una eventuale revisione dopo un certo periodo. Se il richiedente non è d’accordo con l’esito, la normativa prevede la possibilità di presentare ricorso, seguendo tempi e modalità specifiche (che possono includere un accertamento tecnico preventivo o altre forme di contenzioso). In questa fase può essere utile il supporto di un patronato, di un legale o di un medico-legale di parte.
È importante sottolineare che le procedure possono cambiare nel tempo in base agli aggiornamenti normativi e alle circolari applicative degli enti previdenziali e sanitari. Per questo motivo, chi soffre di artrosi e intende avviare una pratica di riconoscimento di invalidità dovrebbe informarsi sulle regole vigenti al momento della domanda, eventualmente rivolgendosi a un patronato o consultando i siti istituzionali competenti. Inoltre, è bene ricordare che il riconoscimento di invalidità non è l’unico strumento di tutela: esistono anche misure di collocamento mirato, adattamento del posto di lavoro, permessi e congedi per motivi di salute, che possono essere particolarmente rilevanti per le persone con artrosi che desiderano continuare a lavorare, ma con condizioni più compatibili con le proprie limitazioni.
Infine, chi ottiene il riconoscimento di una certa percentuale di invalidità può avere accesso, oltre alle eventuali prestazioni economiche, anche a esenzioni dal ticket per alcune prestazioni di specialistica ambulatoriale e altre agevolazioni sanitarie, secondo quanto previsto dalla normativa. Tuttavia, il riconoscimento di invalidità e le relative esenzioni non equivalgono automaticamente al diritto a una pensione: si tratta di piani diversi (sanitario e previdenziale/assistenziale) che seguono regole proprie. Comprendere questa distinzione aiuta a evitare aspettative non realistiche e a orientarsi meglio tra le varie forme di tutela disponibili per chi convive con un’artrosi invalidante.
In sintesi, chi ha l’artrosi può avere diritto a una pensione o ad altre prestazioni solo se la malattia determina una riduzione significativa e documentata della capacità lavorativa o dell’autonomia personale, valutata caso per caso dalle commissioni medico-legali competenti. La sola diagnosi non basta: servono una documentazione clinica completa, una chiara descrizione delle limitazioni funzionali e il rispetto delle procedure previste dalla normativa. Informarsi, farsi seguire da specialisti e, se necessario, da patronati o consulenti esperti può aiutare a tutelare in modo più efficace i propri diritti.
Per approfondire
Ministero della Salute – Esenzioni per invalidità offre informazioni aggiornate sulle esenzioni dal ticket collegate al riconoscimento di invalidità, utili per comprendere quali benefici sanitari possono affiancare, ma non sostituire, le eventuali prestazioni pensionistiche in caso di patologie croniche come l’artrosi.
