Se hai un abbonamento attivo ACCEDI QUI
Gli antibiotici intestinali sono farmaci utilizzati per trattare infezioni che interessano principalmente l’intestino o, più in generale, il tratto gastrointestinale. Molte persone li associano genericamente a “pillole per l’intestino”, ma in realtà esistono diverse molecole e classi farmacologiche, con meccanismi d’azione, spettro antibatterico e indicazioni molto differenti. Capire come si chiamano, quando si usano e quali precauzioni richiedono è fondamentale per evitare abusi, resistenze batteriche e effetti indesiderati, soprattutto in un’epoca in cui l’antibiotico-resistenza rappresenta una delle principali sfide di sanità pubblica.
In questa guida analizzeremo i principali tipi di antibiotici intestinali, le situazioni cliniche in cui possono essere prescritti, i possibili effetti collaterali e alcuni esempi di farmaci comunemente utilizzati. L’obiettivo è fornire una panoramica chiara e basata sulle evidenze, utile sia al paziente che desidera comprendere meglio la terapia proposta dal medico, sia al lettore più esperto che cerca un quadro sintetico ma rigoroso. Non verranno fornite indicazioni personalizzate su dosaggi o schemi terapeutici: l’uso degli antibiotici deve sempre essere valutato e monitorato da un professionista sanitario.
Tipi di Antibiotici Intestinali
Quando si parla di “antibiotico intestinale” si fa spesso riferimento a farmaci che agiscono prevalentemente nel lume intestinale, con un assorbimento sistemico minimo o comunque limitato. Tra questi, uno dei più noti è la rifaximina, un antibiotico non assorbibile che rimane quasi interamente nel tratto gastrointestinale e viene utilizzato in diverse condizioni, come alcune forme di diarrea batterica e l’encefalopatia epatica. Accanto a questi farmaci “locali”, esistono però anche antibiotici sistemici che, pur venendo assorbiti nel sangue, raggiungono concentrazioni terapeutiche a livello intestinale e vengono impiegati in infezioni più gravi o complicate, come le peritoniti o alcune forme di colite infettiva.
Un’altra categoria importante è rappresentata dai nitroimidazolici, come il metronidazolo, che trovano indicazione in infezioni da batteri anaerobi e in alcune parassitosi intestinali. Questi farmaci non sono “intestinale-specifici” nel senso stretto, ma vengono spesso utilizzati in patologie del colon e del retto, come la malattia diverticolare complicata o le coliti da Clostridioides difficile, in associazione o in alternativa ad altri antibiotici. È importante ricordare che la scelta del principio attivo dipende dal tipo di microrganismo sospettato o identificato, dalla sede dell’infezione e dalle condizioni generali del paziente, e non può essere basata solo sul sintomo generico di “mal di pancia”. Per approfondire il ruolo dei batteri intestinali patogeni, come alcune forme di Escherichia coli, può essere utile consultare risorse dedicate ai ceppi uropatogeni e intestinali di questo microrganismo, ad esempio una scheda su cos’è l’Escherichia coli nelle urine e le sue implicazioni cliniche approfondimento su Escherichia coli e infezioni correlate.
Tra gli antibiotici intestinali rientrano anche alcune cefalosporine e penicilline semisintetiche, soprattutto quando sono necessarie terapie sistemiche per infezioni addominali complicate o per quadri settici che originano dal tratto gastrointestinale. In questi casi, l’obiettivo non è solo “ripulire l’intestino”, ma controllare un’infezione che può diffondersi al peritoneo o al circolo sanguigno. Questi farmaci hanno uno spettro d’azione più ampio e possono colpire sia batteri Gram-positivi sia Gram-negativi, ma il loro impiego deve essere attentamente ponderato per ridurre il rischio di selezionare ceppi resistenti e di alterare in modo significativo il microbiota intestinale, con possibili conseguenze a medio e lungo termine.
Non vanno dimenticati, infine, alcuni antibiotici utilizzati in modo mirato per infezioni intestinali specifiche, come la vancomicina orale nelle forme gravi o recidivanti di colite da Clostridioides difficile. In questa formulazione, la vancomicina agisce prevalentemente nel lume intestinale, a differenza della formulazione endovenosa che ha un effetto sistemico. Esistono poi altri principi attivi, meno noti al grande pubblico, che vengono impiegati in contesti particolari, ad esempio in pazienti immunodepressi o in presenza di infezioni da batteri multiresistenti. In tutti i casi, la definizione di “antibiotico intestinale” è quindi più funzionale che farmacologica: indica un farmaco usato per infezioni che coinvolgono l’intestino, ma le caratteristiche farmacocinetiche e farmacodinamiche possono essere molto diverse tra una molecola e l’altra.
Indicazioni Terapeutiche
Le indicazioni terapeutiche degli antibiotici intestinali sono varie e dipendono sia dal tipo di farmaco sia dal quadro clinico del paziente. Una delle situazioni più comuni è la diarrea batterica acuta, soprattutto quando si sospetta l’intervento di patogeni come Escherichia coli enterotossigeno, Salmonella, Shigella o Campylobacter. In questi casi, tuttavia, non sempre è necessario un antibiotico: molte diarree acute sono autolimitanti e si risolvono con la sola reidratazione e il riposo intestinale. L’antibiotico viene preso in considerazione quando i sintomi sono particolarmente severi, prolungati, associati a febbre alta o sangue nelle feci, oppure in pazienti fragili, come anziani, immunodepressi o con comorbilità importanti, sempre su indicazione medica.
Un’altra indicazione rilevante è rappresentata dall’encefalopatia epatica, una complicanza della cirrosi in cui l’accumulo di sostanze tossiche, prodotte anche dai batteri intestinali, contribuisce all’alterazione dello stato di coscienza. In questo contesto, antibiotici non assorbibili come la rifaximina vengono utilizzati per ridurre la produzione di ammoniaca e di altre tossine da parte del microbiota intestinale, in associazione ad altre misure come i lassativi osmotici. Si tratta di un uso molto specifico, che non ha nulla a che vedere con la classica “infezione intestinale”, ma che dimostra come modulare la flora batterica possa avere effetti sistemici importanti, soprattutto in pazienti con malattie epatiche avanzate.
Gli antibiotici intestinali trovano impiego anche nella prevenzione e nel trattamento delle infezioni addominali complicate, come le peritoniti secondarie a perforazione intestinale, appendiciti complicate, diverticoliti con ascessi o perforazione. In questi casi, la terapia antibiotica è quasi sempre sistemica e viene spesso somministrata per via endovenosa, almeno nelle fasi iniziali, per garantire concentrazioni efficaci nel sangue e nei tessuti. L’obiettivo è controllare rapidamente la carica batterica, prevenire la sepsi e stabilizzare il paziente in attesa di un eventuale intervento chirurgico o come complemento allo stesso. Anche se non si tratta di “antibiotici locali”, il tratto intestinale rimane la fonte primaria dell’infezione e la scelta del regime terapeutico tiene conto dei batteri tipicamente presenti in questa sede.
Infine, esistono indicazioni più selettive, come il trattamento delle coliti da Clostridioides difficile, spesso insorte dopo terapie antibiotiche prolungate o in pazienti ospedalizzati. In questi casi, farmaci come la vancomicina orale o la fidaxomicina vengono utilizzati per eradicare il patogeno, cercando al contempo di preservare quanto più possibile il microbiota residuo. Altre situazioni includono alcune parassitosi intestinali, trattate con nitroimidazolici, e l’uso mirato di antibiotici in pazienti sottoposti a chirurgia colorettale, come profilassi per ridurre il rischio di infezioni post-operatorie. In tutti questi scenari, la decisione di iniziare, proseguire o modificare una terapia antibiotica deve essere presa da un medico, sulla base di linee guida aggiornate, esami colturali quando disponibili e valutazione complessiva del rischio-beneficio.
Effetti Collaterali
Gli antibiotici intestinali, come tutti i farmaci, possono causare effetti collaterali, che variano in base alla molecola, alla durata della terapia, alla dose e alle caratteristiche individuali del paziente. Uno degli effetti più frequenti è l’alterazione del microbiota intestinale, cioè dell’insieme di batteri “buoni” che popolano il nostro intestino e contribuiscono alla digestione, alla sintesi di vitamine e alla difesa contro i patogeni. Anche gli antibiotici a scarso assorbimento sistemico, pur agendo prevalentemente nel lume intestinale, possono modificare in modo significativo questa flora, con conseguente comparsa di gonfiore, meteorismo, feci molli o diarrea. Nella maggior parte dei casi si tratta di disturbi transitori, ma in alcuni pazienti possono essere più marcati e richiedere un aggiustamento della terapia.
Un altro effetto collaterale importante è il rischio di selezionare batteri resistenti, sia patogeni sia commensali. L’uso ripetuto o inappropriato di antibiotici intestinali può favorire la sopravvivenza di ceppi in grado di resistere al farmaco, che possono poi diventare responsabili di infezioni più difficili da trattare. Questo fenomeno non riguarda solo il singolo paziente, ma ha implicazioni di sanità pubblica, perché i batteri resistenti possono diffondersi nella comunità e negli ospedali. Per questo motivo, le linee guida internazionali insistono sull’uso prudente degli antibiotici, limitandoli ai casi in cui sono realmente necessari e preferendo, quando possibile, molecole con spettro mirato piuttosto che antibiotici ad ampio spettro utilizzati in modo indiscriminato.
Alcuni antibiotici intestinali possono inoltre causare reazioni di ipersensibilità, che vanno dalle semplici eruzioni cutanee pruriginose fino a quadri più gravi, come l’anafilassi, sebbene quest’ultima sia rara. È fondamentale che il paziente informi sempre il medico di eventuali allergie note a farmaci, in particolare ad antibiotici della stessa classe (ad esempio penicilline o cefalosporine), in modo da evitare reazioni crociate. Possono verificarsi anche effetti collaterali a carico di altri organi e apparati, come il fegato o il sistema nervoso centrale, soprattutto con alcuni nitroimidazolici o in caso di terapie prolungate. Per questo, durante trattamenti di lunga durata, il medico può ritenere opportuno monitorare periodicamente alcuni parametri di laboratorio o valutare la comparsa di sintomi neurologici atipici.
Un capitolo a parte riguarda la colite da Clostridioides difficile, una complicanza potenzialmente grave associata all’uso di molti antibiotici, non solo intestinali. L’alterazione profonda del microbiota può favorire la proliferazione di questo batterio, che produce tossine in grado di danneggiare la mucosa del colon, causando diarrea profusa, febbre e dolore addominale, fino a quadri di megacolon tossico. Paradossalmente, quindi, un antibiotico utilizzato per trattare un’infezione può predisporre a un’altra infezione, spesso più difficile da gestire. La prevenzione passa attraverso un uso oculato degli antibiotici, la limitazione delle terapie inutilmente prolungate e, nei pazienti a rischio, l’attenzione ai primi sintomi di diarrea persistente durante o dopo un ciclo antibiotico, in modo da intervenire tempestivamente con gli accertamenti e i trattamenti appropriati.
Esempi di Antibiotici Intestinali
Tra gli esempi più noti di antibiotici intestinali figura la rifaximina, spesso considerata il prototipo degli antibiotici non assorbibili. La sua struttura chimica deriva dalla rifamicina, ma è stata modificata in modo da ridurre drasticamente l’assorbimento sistemico, consentendo concentrazioni molto elevate nel lume intestinale. Questo la rende particolarmente utile nel trattamento di alcune forme di diarrea batterica del viaggiatore, nella sindrome dell’intestino irritabile con componente di sovracrescita batterica e nell’encefalopatia epatica, sempre secondo le indicazioni approvate e le linee guida. La rifaximina agisce su un ampio spettro di batteri Gram-positivi e Gram-negativi, ma il suo impatto sul microbiota sembra, in molti casi, più modulante che distruttivo, anche se gli effetti a lungo termine sono ancora oggetto di studio.
Un altro esempio importante è il metronidazolo, appartenente alla classe dei nitroimidazolici, utilizzato sia per via orale sia endovenosa. Pur non essendo un antibiotico “locale” in senso stretto, è spesso impiegato in patologie intestinali che coinvolgono batteri anaerobi o protozoi, come alcune coliti, la malattia diverticolare complicata o le infezioni da Giardia lamblia. Il metronidazolo ha la capacità di penetrare nei tessuti e di raggiungere concentrazioni terapeutiche anche in aree poco vascolarizzate, caratteristica utile nelle infezioni profonde. Tuttavia, il suo uso prolungato può essere associato a effetti collaterali neurologici (come parestesie o neuropatie periferiche) e a interazioni con l’alcol (reazione tipo disulfiram), motivo per cui è fondamentale attenersi scrupolosamente alle indicazioni del medico e alla durata prevista della terapia.
Nel trattamento delle coliti da Clostridioides difficile, soprattutto nelle forme più severe o recidivanti, trova impiego la vancomicina orale, che agisce prevalentemente nel lume intestinale. A differenza della formulazione endovenosa, utilizzata per infezioni sistemiche gravi da Gram-positivi, la vancomicina per via orale è pensata proprio per rimanere nel tratto gastrointestinale e colpire il patogeno responsabile della colite. Negli ultimi anni si è affermata anche la fidaxomicina, un altro antibiotico con azione mirata su C. difficile e con un impatto relativamente minore sul resto del microbiota, sebbene il suo costo sia generalmente più elevato. La scelta tra queste opzioni dipende dalla gravità del quadro clinico, dal numero di recidive e dalle raccomandazioni delle linee guida aggiornate.
Tra gli antibiotici sistemici che possono essere utilizzati in infezioni di origine intestinale rientrano diverse cefalosporine di terza generazione, penicilline associate a inibitori delle beta-lattamasi e, in casi selezionati, fluorochinoloni o carbapenemi. Questi farmaci vengono in genere riservati a situazioni più complesse, come peritoniti, ascessi addominali, infezioni post-chirurgiche o quadri settici, spesso in associazione tra loro per coprire un ampio spettro di patogeni, inclusi anaerobi e batteri Gram-negativi multiresistenti. È importante sottolineare che l’uso di questi antibiotici richiede una valutazione specialistica, spesso in ambiente ospedaliero, e che la terapia viene modulata in base ai risultati degli esami colturali e all’andamento clinico del paziente, con l’obiettivo di de-escalare il trattamento non appena possibile per ridurre il rischio di resistenze e di effetti collaterali.
Consigli per l’Uso
L’uso corretto degli antibiotici intestinali è fondamentale per massimizzare l’efficacia della terapia e ridurre il rischio di effetti indesiderati e resistenze batteriche. Il primo consiglio, apparentemente banale ma spesso disatteso, è di non assumere mai antibiotici di propria iniziativa, senza una valutazione medica. Sintomi come diarrea, dolore addominale o gonfiore possono avere cause molto diverse, non sempre infettive: infezioni virali, intolleranze alimentari, malattie infiammatorie croniche intestinali o disturbi funzionali come la sindrome dell’intestino irritabile. In questi casi, l’uso inappropriato di un antibiotico non solo è inutile, ma può peggiorare il quadro clinico alterando ulteriormente il microbiota e favorendo la comparsa di ceppi resistenti, rendendo più difficile il trattamento di eventuali infezioni future.
Un secondo aspetto cruciale riguarda l’aderenza alla terapia: una volta prescritto un antibiotico intestinale, è importante rispettare scrupolosamente dosi, orari e durata indicati dal medico. Sospendere il farmaco troppo presto, solo perché i sintomi sembrano migliorare, può favorire la sopravvivenza dei batteri più resistenti, con rischio di recidiva o di cronicizzazione dell’infezione. Al contrario, prolungare autonomamente la terapia oltre il periodo previsto non aumenta la protezione, ma espone a un rischio maggiore di effetti collaterali e di alterazioni del microbiota. In caso di dubbi, effetti indesiderati significativi o mancato miglioramento dei sintomi, è sempre preferibile contattare il medico curante piuttosto che modificare da soli il trattamento.
È utile anche prestare attenzione alle possibili interazioni tra antibiotici intestinali e altri farmaci assunti in concomitanza, inclusi prodotti da banco, integratori e fitoterapici. Alcuni antibiotici possono interferire con l’assorbimento di altri medicinali o viceversa, oppure aumentare il rischio di effetti collaterali a carico del fegato, dei reni o del sistema nervoso. Per questo motivo, al momento della prescrizione è importante informare il medico di tutte le terapie in corso, comprese quelle apparentemente “innocue”. In parallelo, può essere valutato, su indicazione del professionista sanitario, l’uso di probiotici o di altre strategie per supportare il microbiota intestinale durante e dopo il trattamento, anche se le evidenze scientifiche sull’efficacia di ogni singolo prodotto possono variare e vanno interpretate con cautela.
Infine, un consiglio generale ma fondamentale è quello di considerare l’antibiotico come una risorsa preziosa, da utilizzare con rispetto e responsabilità. La lotta all’antibiotico-resistenza non è solo compito dei medici o delle istituzioni sanitarie, ma coinvolge anche i pazienti, che possono contribuire evitando l’automedicazione, non richiedendo antibiotici “a tutti i costi” per ogni disturbo intestinale e seguendo attentamente le indicazioni ricevute. Mantenere uno stile di vita sano, curare l’alimentazione, prevenire le infezioni attraverso corrette norme igieniche e vaccinazioni quando indicate sono strategie complementari che riducono la necessità di ricorrere agli antibiotici. In questo modo, quando davvero servono, gli antibiotici intestinali avranno maggiori probabilità di essere efficaci e sicuri.
In sintesi, alla domanda “come si chiama l’antibiotico intestinale?” non esiste una sola risposta, ma un insieme di farmaci con caratteristiche, indicazioni e profili di sicurezza differenti. Dalla rifaximina ai nitroimidazolici, dalla vancomicina orale agli antibiotici sistemici per infezioni addominali complesse, ogni molecola ha un ruolo specifico che deve essere definito dal medico sulla base del quadro clinico e delle evidenze disponibili. Per il paziente, la cosa più importante è comprendere che l’antibiotico non è una soluzione universale per qualsiasi disturbo intestinale, ma uno strumento terapeutico potente che richiede uso consapevole, aderenza alle prescrizioni e dialogo costante con il professionista sanitario di riferimento.
Per approfondire
Ministero della Salute – Antibiotico-resistenza – Pagina istituzionale aggiornata dedicata alla resistenza agli antibiotici, con informazioni per cittadini e professionisti su uso appropriato e strategie di prevenzione.
Istituto Superiore di Sanità – Antibiotico-resistenza – Sezione con rapporti, documenti tecnici e materiali divulgativi sull’uso corretto degli antibiotici e sull’impatto della resistenza in Italia.
AIFA – Uso corretto degli antibiotici – Schede informative e campagne di sensibilizzazione rivolte alla popolazione e ai medici, con focus su quando gli antibiotici sono davvero necessari.
OMS – Antimicrobial resistance – Scheda informativa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che illustra dimensioni globali del problema, cause e raccomandazioni per un uso responsabile degli antimicrobici.
CDC – Antibiotic Use – Risorsa del Centers for Disease Control and Prevention con linee generali, dati epidemiologici e consigli pratici per un impiego prudente degli antibiotici nella pratica clinica e nella comunità.
