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Capire se l’intestino è infiammato non è sempre immediato: molti disturbi intestinali si assomigliano e possono andare da semplici episodi transitori, come una gastroenterite virale, fino a vere e proprie malattie croniche. Riconoscere i segnali giusti, sapere quando preoccuparsi e quando rivolgersi al medico è fondamentale per evitare ritardi diagnostici e impostare una gestione adeguata nel tempo.
Questa guida offre una panoramica completa e aggiornata su come si manifesta l’infiammazione intestinale, quali sono le cause più frequenti, quali esami vengono utilizzati per confermarla e quali sono i principi generali di trattamento e prevenzione. Le informazioni hanno scopo divulgativo e non sostituiscono il parere del medico o dello specialista in gastroenterologia, che resta il riferimento per valutare il singolo caso.
Sintomi di un intestino infiammato
Quando l’intestino è infiammato, la mucosa che riveste internamente il tubo digerente diventa più fragile, irritata e meno capace di svolgere le sue funzioni di assorbimento e barriera. Questo si traduce in una serie di sintomi che possono essere locali (a carico dell’addome e dell’alvo, cioè dell’andamento delle evacuazioni) e generali. Tra i disturbi più comuni rientrano il dolore o i crampi addominali, spesso localizzati nella parte bassa dell’addome, la diarrea, il gonfiore e la sensazione di urgenza nel dover andare in bagno. In alcuni casi, soprattutto nelle forme più importanti, possono comparire sangue o muco nelle feci, segno di un interessamento più marcato della mucosa intestinale.
La diarrea legata a un intestino infiammato può presentarsi in modo diverso a seconda della causa: nelle forme acute infettive è spesso improvvisa, con numerose scariche al giorno, talvolta accompagnate da nausea, vomito e febbre; nelle forme croniche, come le malattie infiammatorie croniche intestinali, può essere più subdola, persistere per settimane o mesi, talvolta anche di notte, e associarsi a un progressivo calo di peso. Un altro sintomo tipico è il tenesmo, cioè la sensazione di dover evacuare anche quando l’intestino è già vuoto, spesso con emissione di solo muco o piccole quantità di feci.
Oltre ai sintomi intestinali, l’infiammazione può dare manifestazioni sistemiche, perché coinvolge il sistema immunitario e l’intero organismo. Non è raro che chi ha un intestino infiammato riferisca stanchezza marcata (fatigue), senso di spossatezza, riduzione dell’appetito e, nei casi più severi, febbricola o febbre vera e propria. Nelle forme croniche, soprattutto se non adeguatamente trattate, possono comparire anche segni di malassorbimento, come perdita di peso non intenzionale, pallore dovuto ad anemia, fragilità di unghie e capelli, fino a carenze vitaminiche. In alcune malattie infiammatorie croniche intestinali possono comparire anche manifestazioni extraintestinali, ad esempio dolori articolari, lesioni cutanee o problemi oculari, che contribuiscono al quadro generale di malessere.
È importante distinguere questi sintomi da quelli di disturbi funzionali, come la sindrome dell’intestino irritabile, in cui l’intestino non è infiammato in senso organico ma è più sensibile e reattivo. Nella sindrome dell’intestino irritabile, per esempio, il dolore addominale e l’alterazione dell’alvo (diarrea, stipsi o alternanza delle due) sono presenti, ma in genere non si osservano sangue nelle feci, febbre, calo di peso significativo o marcatori di infiammazione elevati negli esami. Quando compaiono sintomi di allarme come sangue nelle feci, febbre persistente, dimagrimento, dolore intenso o segni di disidratazione, è sempre necessario rivolgersi al medico per escludere un’infiammazione intestinale vera e propria o altre patologie più serie.
Un altro elemento che può aiutare a capire se l’intestino è infiammato è la durata e l’andamento dei disturbi. Un episodio isolato di diarrea dopo un pasto abbondante o un cambiamento di dieta, che si risolve spontaneamente in uno o due giorni, è meno preoccupante rispetto a una diarrea che dura più di una settimana, si associa a febbre, sangue nelle feci o dolore addominale importante. Allo stesso modo, sintomi che si ripresentano ciclicamente nel tempo, magari con periodi di apparente benessere alternati a fasi di riacutizzazione, possono far sospettare una malattia infiammatoria cronica intestinale e meritano una valutazione specialistica.
Cause comuni di infiammazione intestinale
L’infiammazione intestinale può avere molte cause diverse, che vanno dalle infezioni acute a vere e proprie malattie croniche del sistema immunitario. Una delle cause più frequenti, soprattutto nei mesi più caldi o in seguito al consumo di alimenti o acqua contaminati, è la gastroenterite infettiva. In questi casi, virus, batteri o parassiti attaccano la mucosa intestinale, provocando un’infiammazione acuta che si manifesta con diarrea, crampi addominali, nausea, vomito e spesso febbre. Nella maggior parte dei casi, si tratta di episodi autolimitanti, che si risolvono in pochi giorni, ma in alcune situazioni possono essere più gravi, soprattutto nei bambini piccoli, negli anziani o nelle persone con difese immunitarie ridotte.
Accanto alle forme acute infettive, esistono cause croniche di infiammazione intestinale, tra cui le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), che comprendono principalmente la malattia di Crohn e la colite ulcerosa. Si tratta di patologie in cui il sistema immunitario reagisce in modo anomalo contro componenti del proprio intestino, generando un’infiammazione persistente. La malattia di Crohn può interessare qualsiasi tratto del tubo digerente, dalla bocca all’ano, mentre la colite ulcerosa colpisce in modo continuo il colon e il retto. Le cause precise non sono ancora completamente note, ma si ritiene che siano multifattoriali: predisposizione genetica, alterazioni del microbiota intestinale (l’insieme dei batteri “buoni” che popolano l’intestino), fattori ambientali e risposta immunitaria alterata giocano tutti un ruolo.
Altre cause di infiammazione intestinale includono l’uso prolungato o inappropriato di alcuni farmaci, come i farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), che possono irritare la mucosa gastrointestinale, o alcune terapie oncologiche che danneggiano le cellule ad alta replicazione, tra cui quelle intestinali. Anche alcune infezioni croniche, intolleranze o allergie alimentari possono contribuire a uno stato infiammatorio intestinale, sebbene in questi casi il meccanismo sia spesso più complesso e richieda una valutazione specialistica per essere chiarito. In rari casi, l’infiammazione intestinale può essere legata a malattie sistemiche, come alcune forme di vasculiti o patologie autoimmuni che coinvolgono più organi.
Tra i fattori di rischio e le concause che possono favorire o peggiorare l’infiammazione intestinale rientrano anche lo stile di vita e alcune abitudini. Il fumo di sigaretta, per esempio, è noto per peggiorare in modo significativo l’andamento della malattia di Crohn, mentre ha un effetto più complesso sulla colite ulcerosa. Lo stress cronico non è una causa diretta di infiammazione intestinale, ma può influenzare il funzionamento dell’asse intestino-cervello, peggiorare i sintomi e ridurre l’aderenza alle terapie. Anche una dieta molto ricca di grassi saturi, zuccheri semplici e alimenti ultraprocessati può alterare il microbiota intestinale e favorire uno stato infiammatorio di basso grado, sebbene il rapporto causa-effetto non sia sempre lineare e dipenda da molti fattori individuali.
Infine, è importante ricordare che non tutti i disturbi intestinali sono dovuti a infiammazione. Condizioni come la sindrome dell’intestino irritabile, alcune forme di stipsi cronica o disturbi funzionali dell’alvo possono dare sintomi simili (dolore, gonfiore, alterazioni dell’evacuazione) senza che vi sia un’infiammazione organica documentabile agli esami. Per questo motivo, non è possibile basarsi solo sui sintomi per stabilire la causa: la valutazione medica e, quando necessario, gli esami di approfondimento sono essenziali per distinguere tra forme infiammatorie e non infiammatorie e impostare il percorso più appropriato.
Diagnosi e test
Capire se l’intestino è davvero infiammato richiede un percorso diagnostico strutturato, che inizia sempre dall’anamnesi e dalla visita medica. Durante l’anamnesi, il medico raccoglie informazioni dettagliate sui sintomi (da quanto tempo sono presenti, con quale intensità, se sono continui o intermittenti), sulle abitudini alimentari, sui farmaci assunti, su eventuali viaggi recenti, sulla presenza di casi simili in famiglia e su altre malattie note. La visita comprende l’osservazione generale dello stato di salute, la palpazione dell’addome per valutare eventuali zone di dolore, tensione o masse, e, quando indicato, l’esplorazione rettale per verificare la presenza di sangue o alterazioni locali.
Sulla base di questi primi elementi, il medico può richiedere esami del sangue e delle feci per cercare segni di infiammazione e orientare la diagnosi. Nel sangue, si valutano in genere parametri come la VES (velocità di eritrosedimentazione) e la PCR (proteina C reattiva), che aumentano in presenza di infiammazione, oltre all’emocromo per verificare eventuale anemia o alterazioni dei globuli bianchi. Nelle feci, possono essere ricercati agenti infettivi (batteri, virus, parassiti) e marcatori di infiammazione come la calprotectina fecale, una proteina che aumenta quando la mucosa intestinale è infiammata e che è particolarmente utile per distinguere tra disturbi funzionali e malattie infiammatorie croniche intestinali.
Quando gli esami di primo livello suggeriscono la presenza di un’infiammazione intestinale o quando i sintomi sono importanti o persistenti, lo specialista in gastroenterologia può indicare esami endoscopici. La colonscopia è l’esame di riferimento per visualizzare direttamente la mucosa del colon e del retto, individuare eventuali aree di infiammazione, ulcerazioni, sanguinamenti o altre lesioni, e prelevare biopsie, cioè piccoli frammenti di tessuto da analizzare al microscopio. Le biopsie sono fondamentali per confermare la diagnosi di malattie infiammatorie croniche intestinali, distinguere tra malattia di Crohn e colite ulcerosa e escludere altre patologie, come infezioni particolari o tumori.
Oltre alla colonscopia, possono essere utilizzate altre tecniche di imaging per studiare l’intestino, soprattutto i tratti non facilmente raggiungibili con l’endoscopia tradizionale, come l’intestino tenue. L’ecografia intestinale, eseguita da operatori esperti, permette di valutare lo spessore delle pareti intestinali, la presenza di tratti infiammati, raccolte di liquido o complicanze come fistole e ascessi. La risonanza magnetica enterografica e, in alcuni casi, la tomografia computerizzata (TC) offrono immagini dettagliate dell’intestino e dei tessuti circostanti, utili per definire l’estensione e la gravità dell’infiammazione, soprattutto nella malattia di Crohn. In situazioni selezionate, può essere utilizzata anche la videocapsula endoscopica, una piccola capsula con telecamera che viene ingerita e scatta immagini lungo il tratto intestinale.
Un aspetto cruciale del percorso diagnostico è il riconoscimento precoce dei cosiddetti “campanelli d’allarme”, che richiedono un approfondimento tempestivo: sangue nelle feci, diarrea persistente per più di due-tre settimane, febbre non spiegata, calo di peso involontario, dolore addominale intenso o notturno, anemia documentata, storia familiare di malattie infiammatorie intestinali o tumori del colon. In presenza di questi segni, è importante non rimandare la visita specialistica, perché una diagnosi tardiva può comportare un maggior rischio di complicanze e la necessità di terapie più aggressive. Al contrario, una diagnosi precoce consente di impostare un trattamento mirato, monitorare l’andamento della malattia e migliorare la qualità di vita nel lungo periodo.
Trattamenti disponibili
Il trattamento dell’infiammazione intestinale dipende in modo stretto dalla causa, dall’estensione e dalla gravità del quadro clinico. Nelle forme acute infettive, come molte gastroenteriti virali o batteriche, l’obiettivo principale è prevenire e correggere la disidratazione, controllare i sintomi e favorire la guarigione spontanea dell’intestino. In questi casi, il cardine della terapia è la reidratazione orale o, nei casi più severi, per via endovenosa, associata a una dieta leggera e facilmente digeribile. I farmaci sintomatici, come alcuni antidiarroici o antiemetici, possono essere utilizzati con cautela e solo su indicazione medica, perché in alcune infezioni batteriche bloccare la diarrea può essere controproducente. Gli antibiotici sono riservati a situazioni selezionate, quando si sospetta o si documenta un’infezione batterica specifica che ne richiede l’uso.
Nelle malattie infiammatorie croniche intestinali, l’approccio terapeutico è più complesso e mira non solo a controllare i sintomi, ma anche a ridurre l’infiammazione a livello della mucosa intestinale e prevenire le complicanze nel lungo periodo. Il trattamento viene personalizzato in base al tipo di malattia (malattia di Crohn o colite ulcerosa), alla localizzazione, alla gravità e alla risposta alle terapie precedenti. In generale, si utilizzano farmaci che modulano la risposta immunitaria e l’infiammazione, con strategie che possono prevedere una fase di induzione della remissione (per spegnere l’attacco infiammatorio) e una fase di mantenimento (per prevenire le ricadute). La scelta delle molecole e delle combinazioni è di competenza dello specialista e richiede un attento monitoraggio nel tempo.
In alcuni casi, soprattutto quando la malattia è molto estesa, complicata o non risponde adeguatamente alle terapie mediche, può essere necessario ricorrere alla chirurgia. Nella malattia di Crohn, l’intervento può essere indicato per trattare stenosi (restringimenti del lume intestinale), fistole, ascessi o tratti di intestino gravemente danneggiati. Nella colite ulcerosa, la rimozione totale del colon può essere presa in considerazione nei casi più gravi, refrattari alle terapie o complicati da displasia o tumore. Anche quando si ricorre alla chirurgia, tuttavia, la gestione resta multidisciplinare e richiede un follow-up gastroenterologico, perché la malattia può ripresentarsi in altri tratti dell’intestino o richiedere ulteriori interventi di supporto.
Accanto alle terapie farmacologiche e chirurgiche, rivestono un ruolo importante anche gli interventi sullo stile di vita e il supporto nutrizionale. In fase acuta, può essere necessario modificare temporaneamente la dieta per ridurre l’irritazione intestinale, privilegiando alimenti facilmente digeribili e poveri di fibre insolubili, evitando cibi molto grassi, fritti, piccanti o ricchi di zuccheri semplici. Nel lungo periodo, soprattutto nelle malattie croniche, una dieta equilibrata, ricca di nutrienti e adattata alle esigenze individuali aiuta a mantenere un buono stato nutrizionale e a ridurre il rischio di carenze. In alcuni casi, il supporto di un dietista esperto in patologie intestinali può essere molto utile per costruire un piano alimentare personalizzato.
Un altro aspetto spesso sottovalutato è il supporto psicologico. Vivere con una malattia intestinale cronica, caratterizzata da sintomi imprevedibili, possibili ricoveri e impatto sulla vita sociale e lavorativa, può essere fonte di ansia, depressione e isolamento. Percorsi di supporto psicologico o psicoterapeutico, individuali o di gruppo, possono aiutare a gestire meglio lo stress, migliorare l’aderenza alle terapie e la qualità di vita complessiva. In ogni caso, è fondamentale non modificare o sospendere autonomamente i farmaci prescritti: qualsiasi cambiamento di terapia va sempre discusso con il medico curante o con lo specialista, che può valutare rischi e benefici e proporre alternative sicure.
Prevenzione e gestione a lungo termine
La prevenzione dell’infiammazione intestinale si articola su due livelli: da un lato, ridurre il rischio di episodi acuti, soprattutto di origine infettiva; dall’altro, nelle persone con malattie infiammatorie croniche intestinali, prevenire le riacutizzazioni e le complicanze. Per quanto riguarda le forme infettive, le misure di igiene alimentare e personale sono fondamentali: lavare accuratamente le mani prima di mangiare e dopo l’uso dei servizi igienici, consumare acqua potabile sicura, cuocere adeguatamente carne, pesce e uova, evitare il consumo di alimenti crudi o poco cotti in contesti a rischio, conservare correttamente i cibi in frigorifero. In viaggio, soprattutto in Paesi con standard igienici diversi, è prudente prestare particolare attenzione all’acqua e agli alimenti di strada.
Per chi soffre di malattie infiammatorie croniche intestinali, la gestione a lungo termine si basa su un rapporto continuativo con il gastroenterologo e, spesso, con un team multidisciplinare che può includere infermieri dedicati, dietisti, psicologi e, quando necessario, chirurghi. Il follow-up regolare permette di monitorare l’andamento della malattia, valutare l’efficacia e la tollerabilità delle terapie, individuare precocemente eventuali complicanze e adattare il piano terapeutico alle diverse fasi della vita. Gli esami di controllo, che possono includere analisi del sangue, calprotectina fecale, ecografie o endoscopie periodiche, vengono programmati in base al profilo di rischio e alla storia clinica di ciascun paziente.
Uno dei pilastri della prevenzione delle riacutizzazioni è l’aderenza terapeutica, cioè l’assunzione corretta e costante dei farmaci prescritti, anche quando i sintomi sono sotto controllo. È comprensibile il desiderio di ridurre o sospendere le terapie in fase di benessere, ma farlo senza supervisione medica aumenta il rischio di ricadute e di progressione silente dell’infiammazione, che può danneggiare la mucosa intestinale anche in assenza di sintomi evidenti. Discutere apertamente con il medico eventuali dubbi, timori o effetti collaterali aiuta a trovare soluzioni condivise e a mantenere un buon equilibrio tra efficacia e sicurezza delle cure.
Lo stile di vita gioca un ruolo importante nella gestione a lungo termine. Smettere di fumare è una raccomandazione centrale, soprattutto nella malattia di Crohn, dove il fumo è associato a un decorso più aggressivo, maggior rischio di complicanze e necessità di interventi chirurgici. Mantenere un peso corporeo adeguato, praticare attività fisica regolare compatibile con le proprie condizioni, dormire a sufficienza e gestire lo stress con tecniche di rilassamento, mindfulness o altre strategie personalizzate contribuisce a migliorare la risposta dell’organismo e la percezione dei sintomi. Anche il supporto sociale, attraverso familiari, amici o gruppi di pazienti, può fare la differenza nel lungo periodo.
Infine, è importante che le persone con malattie infiammatorie intestinali siano informate sui propri diritti e sulle possibilità di accesso a centri specializzati, dove sono disponibili competenze ed esperienze specifiche. La partecipazione attiva alla cura, attraverso una buona conoscenza della propria malattia, dei segni di allarme e delle opzioni terapeutiche, permette di riconoscere precocemente eventuali cambiamenti e di intervenire in modo tempestivo. In presenza di nuovi sintomi, come sangue nelle feci, febbre, dolore addominale intenso, peggioramento improvviso della diarrea o segni di disidratazione, è sempre consigliabile contattare il medico o il centro di riferimento senza attendere che la situazione si risolva spontaneamente.
In sintesi, capire se l’intestino è infiammato significa saper riconoscere un insieme di sintomi intestinali e generali, valutarne la durata e l’intensità e, soprattutto, non sottovalutare i segnali di allarme che richiedono una valutazione medica. Le cause possono andare da semplici infezioni acute a malattie croniche complesse, e solo un percorso diagnostico strutturato, che includa visita, esami di laboratorio, endoscopia e imaging quando necessario, permette di arrivare a una diagnosi corretta. Un trattamento tempestivo e personalizzato, associato a uno stile di vita sano e a un follow-up regolare, è la chiave per controllare l’infiammazione, ridurre il rischio di complicanze e migliorare la qualità di vita nel lungo periodo.
Per approfondire
Ministero della Salute – Gastroenteriti Scheda istituzionale che spiega cosa sono le gastroenteriti, i principali sintomi, le cause infettive, la diagnosi, la terapia e le misure di prevenzione, utile per comprendere le forme acute di infiammazione intestinale.
Humanitas – Malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI o IBD) Approfondimento completo su malattia di Crohn e colite ulcerosa, con descrizione di cause, sintomi intestinali ed extraintestinali, complicanze, esami diagnostici e principi di trattamento.
Humanitas – Malattie infiammatorie croniche intestinali: sintomi e cure Articolo divulgativo che illustra i sintomi tipici delle MICI, l’importanza di una diagnosi tempestiva e l’approccio terapeutico moderno orientato al controllo dell’infiammazione.
Humanitas Medical Care – Malattie infiammatorie intestinali: cause e rimedi Risorsa che riassume cosa sono le malattie infiammatorie croniche intestinali, i principali esami per la diagnosi e le linee generali di trattamento e sorveglianza clinica.
Humanitas Medical Care – Colite ulcerosa e malattia di Crohn: sintomi e trattamento Panoramica sui sintomi intestinali ed extraintestinali di colite ulcerosa e malattia di Crohn, con spiegazione degli esami diagnostici e delle principali strategie terapeutiche.
