La cataratta è un’opacizzazione progressiva del cristallino che riduce la qualità della visione. L’invecchiamento è la causa più comune, ma anche alcuni farmaci possono accelerarne l’insorgenza o anticiparne l’età di comparsa. Capire quali terapie espongono a un rischio maggiore consente di scegliere strategie più sicure, impostare controlli oculistici adeguati e riconoscere precocemente i segnali di allarme. È importante sottolineare che, di fronte a un sospetto effetto avverso, non bisogna sospendere un farmaco senza averne discusso con il medico curante: nella maggior parte dei casi esistono alternative terapeutiche o piani di monitoraggio che mantengono un buon profilo rischio-beneficio.
Quando si parla di “farmaci che fanno venire la cataratta”, spesso si intende un aumento del rischio di specifiche forme, in particolare la cataratta subcapsulare posteriore, tipica delle esposizioni iatrogene prolungate. Il rischio dipende da dose, via di somministrazione, durata della terapia e suscettibilità del paziente (età, diabete, esposizione UV, miopia elevata). Alcuni trattamenti hanno un’associazione consolidata, altri una relazione meno chiara o limitata a scenari particolari. Nelle sezioni che seguono analizziamo le classi farmacologiche più rilevanti dal punto di vista clinico, con indicazioni pratiche utili sia a specialisti sia a lettori non addetti ai lavori.
Farmaci associati alla cataratta
I corticosteroidi sono la classe più frequentemente associata a cataratta, soprattutto nella forma subcapsulare posteriore. Il rischio è dose- e tempo-dipendente: esposizioni prolungate e cumulative aumentano la probabilità che si formino opacità del cristallino. L’effetto è stato documentato con diverse vie di somministrazione, comprese quella sistemica (orale o endovenosa), quella intravitreale/perioculare e la somministrazione topica oculare. In genere la cataratta da steroidi si sviluppa nell’arco di mesi-anni; una volta che l’opacità si è stabilita non regredisce spontaneamente, anche se la sospensione o la riduzione della dose può rallentarne l’evoluzione. Fattori concomitanti come diabete, miopia elevata o precedenti infiammazioni oculari possono aumentare ulteriormente la vulnerabilità del cristallino agli steroidi.
Particolare attenzione meritano i corticosteroidi in collirio o unguento oftalmico e le iniezioni perioculari/intravitreali. Le formulazioni topiche sono indispensabili per molte condizioni infiammatorie anteriori; tuttavia, cicli ripetuti o terapie prolungate oltre i tempi raccomandati favoriscono, insieme al glaucoma da steroidi, la comparsa di opacità del cristallino. Anche le associazioni steroide–antibiotico impiegate per blefariti o congiuntiviti batteriche, pur utili in acuto, richiedono una precisa indicazione e follow-up se usate oltre il breve periodo. Un esempio è il collirio con corticosteroide in combinazione antibiotica, utilizzato in caso di blefarite: è efficace nel contenere l’infiammazione, ma l’uso deve essere guidato dall’oculista per minimizzare rischi a carico del cristallino e della pressione intraoculare (collirio Betabioptal per blefarite).
La relazione tra steroidi e cataratta non si limita ai colliri o alla terapia sistemica. I corticosteroidi inalatori per asma e BPCO, specie a dosi elevate e in trattamenti pluriennali, sono stati associati a un aumento del rischio, sebbene inferiore rispetto alla via orale. Anche gli steroidi intranasali, se usati cronicamente ad alte dosi, possono contribuire in misura minore. Da non trascurare le pomate corticosteroidee applicate sulla cute perioculare: la zona palpebrale favorisce un assorbimento locale che, nel tempo, può avere ripercussioni oculari. In bambini e anziani, più sensibili agli effetti cumulativi, conviene privilegiare la minima dose efficace, rivalutare periodicamente l’aderenza e considerare, quando possibile, strategie di riduzione della dose o terapie non steroidee.

Oltre agli steroidi, alcune altre classi farmacologiche presentano associazioni documentate, talvolta rare ma clinicamente rilevanti. Gli antipsicotici fenotiazinici (come la clorpromazina) sono stati collegati, a dosi elevate e per uso cronico, a opacità del cristallino e pigmentazioni intraoculari, probabilmente per meccanismi foto-tossici e legami con le proteine del cristallino. Anche alcuni miotici storicamente impiegati nel glaucoma (ad esempio pilocarpina e anticolinesterasici di vecchia generazione) sono stati associati a un incremento del rischio in terapie molto prolungate. La fotochemioterapia con psoraleni (PUVA), impiegata per patologie dermatologiche, può favorire la cataratta in assenza di adeguata protezione oculare durante il trattamento, poiché i psoraleni rendono i tessuti più sensibili alla luce UV. Tamoxifene, farmaco cardine nella terapia ormonale del carcinoma mammario, è stato associato in alcuni studi a un modesto aumento di cataratta subcapsulare posteriore, con rischio che cresce con la durata: è una segnalazione da contestualizzare rispetto ai benefici oncologici.
In oncologia, protocolli complessi che includono chemioterapici alchilanti e/o radioterapia della regione cranica possono contribuire alla cataratta, soprattutto quando associati a corticosteroidi ad alte dosi. In particolare, in pazienti pediatrici o giovani adulti trattati per leucemie o sottoposti a trapianto di cellule staminali, il rischio può manifestarsi a distanza di anni per la somma di fattori (chemioterapia, radioterapia, immunosoppressione e steroidi). Segnalazioni sporadiche riguardano altre molecole fotosensibilizzanti o trattamenti cronici in cui lo stress ossidativo o le alterazioni metaboliche del cristallino sono plausibili meccanismi contributivi, ma le evidenze sono meno consistenti e spesso confondibili con fattori di rischio concomitanti. In termini pratici, ciò che più conta è stimare il rischio cumulativo del singolo paziente e programmare controlli oculistici cadenzati quando si prevede un’esposizione prolungata, senza trascurare misure generali di protezione (ad esempio occhiali con filtro UV all’aperto) e una gestione attiva delle comorbilità come il diabete.
Meccanismo di azione
I farmaci che possono indurre la formazione di cataratta agiscono attraverso diversi meccanismi che alterano la trasparenza del cristallino. Ad esempio, i corticosteroidi, sia sistemici che topici, possono modificare il metabolismo delle proteine del cristallino, portando alla loro aggregazione e conseguente opacizzazione. Questo effetto è particolarmente evidente con l’uso prolungato o ad alte dosi di tali farmaci.
Alcuni farmaci chemioterapici, come il busulfan, possono causare danni ossidativi alle cellule del cristallino, accelerando il processo di opacizzazione. Questi agenti interferiscono con i normali processi cellulari, portando a cambiamenti strutturali che compromettono la trasparenza del cristallino.
Anche l’uso prolungato di farmaci antipsicotici può influenzare negativamente il cristallino. Questi farmaci possono depositarsi nei tessuti oculari, inclusi il cristallino, e alterare la sua struttura, favorendo l’insorgenza di opacità.
Inoltre, alcuni antibiotici, come le tetracicline, possono formare complessi con il calcio nel cristallino, portando alla formazione di opacità. Questo meccanismo è più comune in pazienti con esposizione prolungata a questi antibiotici.
Infine, l’uso di farmaci antidiabetici orali può influenzare il metabolismo del glucosio nel cristallino, portando a cambiamenti osmotici che favoriscono l’opacizzazione. Questo effetto è particolarmente rilevante nei pazienti con controllo glicemico non ottimale.
Sintomi della cataratta indotta
I sintomi della cataratta indotta da farmaci sono simili a quelli della cataratta senile e includono:
- Visione offuscata o annebbiata, che può variare in base all’illuminazione.
- Difficoltà nella visione notturna, con aumento della sensibilità all’abbagliamento.
- Percezione di aloni intorno alle luci, soprattutto di notte.
- Alterazione nella percezione dei colori, che possono apparire sbiaditi o meno vividi.
- Necessità di frequenti cambiamenti nella prescrizione degli occhiali da vista.
È importante notare che la progressione dei sintomi può variare a seconda del tipo di farmaco coinvolto e della durata dell’esposizione. In alcuni casi, i sintomi possono svilupparsi lentamente, mentre in altri possono manifestarsi più rapidamente.
Se si sospetta che l’uso di un farmaco stia causando sintomi di cataratta, è fondamentale consultare un oculista per una valutazione approfondita e per discutere le possibili alternative terapeutiche.
Prevenzione e gestione
La prevenzione della cataratta indotta da farmaci si basa principalmente sull’uso prudente e monitorato dei farmaci noti per avere effetti catarattogeni. È essenziale che i medici valutino attentamente i rischi e i benefici prima di prescrivere tali farmaci, soprattutto per terapie a lungo termine.
Per i pazienti che necessitano di corticosteroidi, è consigliabile utilizzare la dose efficace più bassa per il minor tempo possibile. In alcuni casi, possono essere considerate alternative terapeutiche con un profilo di rischio più favorevole.
I pazienti in trattamento con farmaci potenzialmente catarattogeni dovrebbero sottoporsi a controlli oculistici regolari per monitorare eventuali cambiamenti nel cristallino. La diagnosi precoce di opacità del cristallino può consentire interventi tempestivi per prevenire la progressione della cataratta.
Inoltre, adottare uno stile di vita sano può contribuire a ridurre il rischio di cataratta. Ciò include:
- Evitare il fumo e il consumo eccessivo di alcol.
- Seguire una dieta equilibrata ricca di antiossidanti, come vitamine C ed E.
- Proteggere gli occhi dall’esposizione eccessiva ai raggi ultravioletti indossando occhiali da sole con protezione UV.
Se la cataratta indotta da farmaci progredisce al punto da compromettere significativamente la qualità della vita, l’intervento chirurgico per la rimozione del cristallino opacizzato e la sua sostituzione con una lente intraoculare artificiale rappresenta il trattamento di scelta. Questa procedura è generalmente sicura ed efficace nel ripristinare la visione.
Quando consultare un oculista
È consigliabile consultare un oculista se si manifestano sintomi suggestivi di cataratta, come visione offuscata, difficoltà nella visione notturna o alterazioni nella percezione dei colori. Una valutazione tempestiva può aiutare a determinare la causa dei sintomi e a pianificare un adeguato percorso terapeutico.
Inoltre, i pazienti che assumono farmaci noti per essere associati allo sviluppo di cataratta dovrebbero sottoporsi a controlli oculistici periodici, anche in assenza di sintomi evidenti. Questo approccio proattivo consente di identificare precocemente eventuali cambiamenti nel cristallino e di adottare misure preventive o terapeutiche appropriate.
Infine, è importante informare l’oculista riguardo a tutti i farmaci in uso, inclusi quelli da banco e gli integratori, poiché alcuni di essi possono influenzare la salute oculare. Una comunicazione aperta e completa con il proprio medico è fondamentale per una gestione ottimale della salute visiva.
In conclusione, la cataratta indotta da farmaci è una condizione che richiede attenzione sia nella prevenzione che nella gestione. Un uso consapevole dei farmaci, controlli oculistici regolari e uno stile di vita sano sono elementi chiave per preservare la salute del cristallino e mantenere una buona qualità della visione.
Per approfondire
Manuale MSD – Cataratta: Una panoramica completa sulla cataratta, inclusi fattori di rischio, sintomi e opzioni di trattamento.
ISSalute – Cataratta: Informazioni dettagliate sulla cataratta fornite dall’Istituto Superiore di Sanità, con focus su cause, sintomi e prevenzione.
Humanitas – Cataratta: Descrizione approfondita della cataratta, con dettagli su diagnosi e trattamenti disponibili.
