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Valeriana

(Valeriana officinalis L. – Fam. Valerianacee) (Sin. – Valeriana sylvestris Black. Dod.)

Valeriana- Ultimo aggiornamento pagina: 27/02/2018

Indice dei contenuti

  1. Generalità
  2. Componenti principali
  3. Proprietà farmacologiche
  4. Estratti e preparati vari
  5. Preparazioni usuali e Formule
  6. Bibliografia

Generalità

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valeriana

Etimologia – Valeriana, dal latino valere = star bene, essere sano, allusione alle proprietà medicinali della pianta.

Il primo ad usare questo nome fu Matthaeus Sylvaticus – Pandectae (1309-1343).

officinalis – delle officine farmaceutiche.

sylvestris – selvatica.

Nomi volgari – Valeriana silvestre o minore, nardo selvatico, amantilla, agnellino, bosone, erba gatta, gataria (tosc.), valeriana (lig.), erba dij gatt (piem.), valeriana (lomb.), hattaria (abr.), baddariana (sic.). Baldrian (ted.), wild valerian, great wild valerian, officinal valerian (ingl.), valeriane sauvage, herbe aux chats, herbe a la meurtrie, herbe Notre-Dame, ecc. (fr.), valeriana menor, hierba de los gatos, valreana, brizos (spagn.), valeriana (port.), kozlki (pol.), mezei macskagyoker (ungh.), valeriàna (russo).

Habitat Europa, dalla Spagna e dalla Crimea sino al Capo Nord ed all’Islanda, Asia media e nordica sino al Giappone. Coltivata in vari paesi. In Italia nei luoghi ombrosi umidi, al margine dei campi, lungo i corsi d’acqua, nelle paludi, nei prati irrigui, dal mare alla regione montana, specialmente nell’Italia settentrionale.

Pianta erbacea perenne.

Esistono le var. excelsa Poiret (sin. – V. sambucifolia Mikan) tenuifolia Vahl., hispidula Boissier.

Parti usate – Il rizoma con le radici raccolto in primavera (marzo-aprile). (Valerianae radix F.U.).

Falsifcazioni – Con rizoma di Ranunculus repens L., di Eupatorium cannabinum L.

Componenti principali

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Olio essenziale – Per il contenuto di olio essenziale delle radici della Valeriana officinalis L. si trovano in letteratura dati varianti entro larghi limiti (ved. tabella 1). Sono stati segnalati titoli oscillanti dallo 0,1 all’1 % (1). Radici di provenienza belga, francese e tedesca hanno dato valori dallo 0,2 allo 0,4% (2). Gildemeister e Hoffmann (3) hanno segnalato titoli dallo 0,5 allo 0,6 % per le radici di Turingia. La coltivazione di piante selezionate ha condotto ad una produzione di olio essenziale nelle radici pari al 2 % (4).

valeriana Figura 1

Dall’analisi comparativa dei rizomi e delle radici della Valeriana officinalis L. Wallis e Sanyal (15) hanno rilevato che il contenuto di olio essenziale delle radici è maggiore di quello delle altre parti della droga. La maggiore quantità di olio etereo, secondo le referenze di Eisenhuth (4), è contenuto nelle radici principali: lievemente inferiore è il titolo delle secondarie ed ancora minore quello della parte apicale delle radici.

Il rendimento di olio essenziale della Valeriana dipende da parecchi fattori, specialmente dall’età delle radici, dal luogo di provenienza e dalle condizioni meteorologiche, in cui la pianta è cresciuta (16). Secondo Fauconnet (17), il tipo di terreno non ha alcuna influenza sulla composizione chimica dell’olio essenziale. Le condizioni meteorologiche invece influiscono notevolmente sul contenuto percentuale di olio.

Dall’analisi di radici di Valeriana derivanti da 14 colture, fatte in diverse zone della Polonia in differenti condizioni climatiche, Raszejowa e coll. (13) hanno constatato che le popolazioni risultanti si presentano molto dissimili l’una dall’altra e che la coltivazione in aiuole dà spesso origine a deformazioni. E’ stato inoltre notato che il periodo migliore per la raccolta dei rizomi è l’autunno. Il titolo di olio essenziale è risultato tra lo 0,5 e l’1 %.

Sarkany e Baranyai (18) hanno studiato dal punto di vista morfologico, sistematico e citologico piante spontanee dell’Ungheria: Valeriana officinalis L. ssp. collina, V. officinalis L. ssp. exaltata e V. sambucifolia Mikan. Essi hanno descritte due nuove varietà: una a foglie larghe corrispendente alla Valeriana officinalis L. ssp. collina e una a foglie strette, la V. officinalis L. ssp. exaltata. I risultati delle ricerche sono stati confrontati con dati di analisi ottenuti da piante coltivate: queste ultime avrebbero un contenuto di olio inferiore a quello delle piante spontanee. La maggiore quantità di olio etereo è stata notata in autunno; in primavera il rendimento è generalmente inferiore e durante il periodo della fioritura è molto scarso. Anche Golz e Owsianny (19) hanno rilevato un maggiore titolo di olio essenziale nell’autunno. Secondo Fauconnet (17), il raccolto delle radici dovrebbe essere fatto dal novembre al febbraio. Heeger (20) ha notato che per ottenere un’alta resa di olio sono necessari clima mite e terreno sabbioso e che le piante vegetanti ad una certa altezza sono più ricche di olio di quelle di pianura. Nylander (21) confermò che la Valeriana che cresce in luoghi secchi è relativamente più ricca di olio etereo di quella che vive in luoghi umidi.

Nel corso di studi eseguiti sulla coltivazione della Valeriana è stato rilevato che il contenuto di olio etereo non sembra essere influenzato dal periodo in cui è avvenuta la semina. Non si è potuto confermare sicuramente se la diversa distanza delle piante fra di loro influisca sul rendimento dell’olio essenziale. La resa maggiore sembra che si ottenga mantenendo un intervallo di 30 x 30 cm. Ricerche, eseguite per studiare la migliore concimazione, non hanno dato risultati notevoli. Pare che i fosfati agiscano favorevolmente sul contenuto di olio etereo. Per quanto riguarda il luogo di origine, il titolo aumenta con l’aumentare dell’altitudine e ciò è stato stabilito in base all’esito di prove fatte in vaso e in campi (22).

L’influsso degradante dei fermenti sull’azione farmacologica dei principi attivi delle radici è stato segnalato da parecchi AA. (23-25). Mediante determinazione del titolo dell’olio essenziale delle radici fresche fermentate e delle stesse radici, in cui era stata bloccata l’azione degli enzimi, Bullock (25) ha dimostrato un maggiore titolo per la droga non fermentata. Il problema degli enzimi della Valeriana rimane però tuttora aperto. Poichè l’odore caratteristico, attribuito principalmente agli esteri isovalerianici, si produce solo durante l’essiccazione delle radici, è stata avanzata l’ipotesi che la droga fresca contenga enzimi ossidanti, responsabili dello svolgersi del tipico odore (23). Si è anche supposto che nelle radici fresche vi siano glucosidi, dalla cui scissione deriverebbero le sostanze odorose. E’ stato poi notato che nell’invecchiamento delle radici gli esteri isovalerianici sono idrolizzati, liberando acido isovalerianico, che è appunto la causa dell’odore più sgradevole della droga vecchia. Per evitare l’azione alterante degli enzimi, procedimenti di stabilizzazione sono stati elaborati da Tschirch (26), Smodlaka (27), Choay (28), Bourquelot (24) e da Gstirner e Kind (29).

Il contenuto di olio essenziale delle radici subisce in grado elevato l’influenza delle condizioni — specialmente della temperatura — di essiccazione (30). L’essiccazione dei rizomi e delle radici con diversi procedimenti ha messo in evidenza che, agendo in condizioni naturali all’ombra, così come in ambiente secco a temperatura fino a 45°, si ottengono risultati migliori che a temperature superiori. L’uso dei raggi infrarossi causa una diminuzione del contenuto di olio essenziale e dell’attività biologica (30).

Composizione chimica dell’olio essenziale e degli altri componenti delle radici

L’identificazione dei componenti dell’olio essenziale della Valeriana officinalis L. ha avuto origine principalmente dai lavori di Bruylands (31) e di Oliviero (32). Vi sono stati trovati l-pinene, l-canfene, l-borneolo esterificato con gli acidi formico, acetico, butirrico ed isovalerianico, terpineolo, una sostanza C15H26O, un sesquiterpene C15H24, un alcool, C10H20O2, un etere od un ossido del borneolo. La sostanza sopracitata con formula grezza, C15H28O, segnalata da Oliviero (32), è stata recentemente riconosciuta da Stoll, Seebeck e Stauffacher (33) quale miscela di alcooli e di chetoni.

Fluckiger (34) ha segnalato la presenza di una frazione ad alto punto di ebollizione di composizione non definita. Più recentemente Cionga (35) ha identificato tra gli esteri del borneolo anche acido a-ossivalerianico, C5H10O3.

Secondo Gerock (36), nell’olio essenziale sarebbero presenti circa il 9,5% di isovalerianato di bornile e circa l’1% di ciascuno dei tre esteri formiato, acetato e butirrato di bornile.

Dall’estratto etereo delle radici fresche della Valeriana officinalis L., Stoll e coll. (33) (37) nel 1957 hanno separato tre frazioni, la prima acida, la seconda neutra e la terza alcalina. La frazione alcalina, estratta in piccole quantità e composta prevalentemente da sostanze resinose, è stata trascurata. Nella frazione acida sono stati identificati i seguenti acidi:

valeriana Figura 2

Quindi oltre ai noti acidi isoferulico e beenico sono state estratte da Stoll e coll, tre nuove sostanze, cioè gli acidi valerenico, acetil-valerenolico e valerenolico. L'acido valerenico e l’acido valerenolico con formula grezza C15H22O2 e C15H22O3 rispettivamente, sono due acidi biciclici, a, b-insaturi. L’acido acetil-valerenolico per idrolisi produce una molecola di acido acetico ed una di acido valerenolico.

In seguito ad uno studio successivo Buchi, Popper e Stauffacher (38) hanno stabilito che l’acido valerenico, C15H22O2, è un derivato sesquiterpenico, ed hanno proposto per esso la formula I. Gli stessi AA. hanno inoltre avanzato l’ipotesi che l’acido valerenolico sia un acido ossivalerenico.

valeriana Figura 3

Dalla frazione neutra Stoll, Seebeck e Stauffacher (33) hanno isolato le seguenti sostanze:

valeriana Figura 4

Degli esteri segnalati dai precedenti AA. (31) (32) (36), Stoll e coll. (33) hanno trovato, nelle radici fresche, soltanto l’acetato di bornile, mentre non hanno ritrovato l’isovalerianato di bornile, considerato anteriormente come il principale componente attivo della Valeriana.

Secondo Stoll e coll. (33), uno dei due alcooli con formula C15H26O è identico al maaliolo, alcool sesquiterpenico triciclico (39) (40), già isolato dalla gomma Maali. L’altro, denominato valenolo, non è stato identificato.

a-, b-, g- e d-valene sono stati classificati da Stoll e coll. (33) quali idrocarburi biciclici insaturi, con formula grezza identica, C15H24. Il b- ed il d-valene per riscaldamento con jodio danno guajazulene.

Per scissione idrolitica degli esteri (acetato e valerianato) del mirtenolo è stato ottenuto l’alcool nella forma levogira. E’ da notarsi che il mirtenolo (II), C10H16O, è la prima volta che si trova in natura nella forma levogira, mentre nella forma destrogira era già stato isolato come estere acetico dall’olio di Myrtus communis L. (41).

valeriana Figura 5

I due esteri, denominati da Stoll e coll. (33) estere isovalerianico I ed estere isovalerianico Il, danno per idrolisi acido isovalerianico e due alcooli che non sono stati identificati.

Oltre ad un fenolo (valeriana-fenolo), con formula grezza C13H12O, ma strutturalmente non definito, Stoll e coll. (13) hanno isolato due chetoni biciclici, valeranone, C15H26O, e valerenone, C15H22O. Il valeranone è stato da Krepinsky e coll. (42) riconosciuto identico allo jatamansone, il chetone sesquiterpenico isolato da Govindachari, Rajadurai e Pai (43) dai rizomi del Nardostachys jatamansi. Lo studio della composizione chimica dello jatamansone (valeranone), compiuto da Govindachari e coll. (44-48) e da Krepinsky, Herout e Sorm (42) (49) ha condotto infine alla determinazione della formula strutturale III.

valeriana Figura 6

Dopo i lavori di Stoll. e coll. (33) (37), eseguiti sui componenti dell’estratto etereo delle radici fresche, Krepinsky, Herout e Sorm (50) (51) hanno sottoposto ad esame analitico gli estratti alcoolici ottenuti dalle radici fresche e secche della Valeriana officinalis, ottenendo i seguenti risultati:

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A – Dall'estratto alcoolico delle radici secche è stata separata una frazione (a):

a) frazione etereo-petrolica, in cui sono stati trovati i seguenti componenti:

— una paraffina p.f. 57-8°

— due sesquiterpeni, C15H24, che sono stati identificati con il b-bisabolene e l'ar-curcumene

— un idrocarburo, C15H26

— b-sitosterolo libero e come stearato

— estere isovalerianico del l-mirtenolo

— estere isovalerianico del l-borneolo

— estere acetico del l-borneolo

— ledolo

— maaliolo

— un alcool, C15H26O, isomero del guaiacolo

— un alcool, C15H26O, isomero dell’endesmolo

— un alcool, C15H26O2, identificabile probabilmente con l’alcool kessilico

— valeranone

— un’aldeide, C15H22O

— acidi non esaminati.

B – Dall'estratto alcoolico delle radici fresche sono state separate due frazioni a) e b):

a) frazione etereo-petrolica, la cui composizione è risultata uguale a quella della frazione etereo-petrolica delle radici secche. Non è stato però trovato borneolo tra i prodotti di saponificazione degli esteri; evidentemente gli esteri del borneolo si formano nelle radici secche. E’ stato isolato un ossichetone, C15H26O2;

b) frazione eterea, da cui sono stati isolati:

— una sostanza, C5H8O2

— un ossilattone, C15H24O6.

I risultati qui esposti, ottenuti da Krepinsky, Herout e Sorm (50) (51) per le radici fresche e secche concordano in parecchi punti con quelli sopracitati, derivanti dai lavori di Stoll, Seebeck e Stauffacher (33) (37), eseguiti sulle radici fresche; concordano ad esempio nell’isolamento del valeranone, del b-sitosterolo, dell’isovalerianato del l-mirtenolo, dell’acetato del l-borneolo e del maaliolo. Discordanti sono state invece le osservazioni circa la presenza di alcuni componenti non trovati da Stoll e coll. (33) (37) e circa la natura degli idrocarburi e dei derivati carbonilici sesquiterpenoidi, fatta eccezione per il valeranone. Un’altra nota di Krepinsky e coll. (51) a questo proposito riguarda l’identificazione dell’a-valene — descritto da Stoll — con il b-elemene. Gli stessi AA. (51) attribuiscono le differenze riscontrate tra i propri risultati e quelli ottenuti da Stoll e coll. (33) (37) alla differenza delle varietà esaminate od alla diversità delle condizioni in cui le piante sono cresciute.

Alcaloidi – Basi alcaloidiche, catinina (0,0075 % della droga), solubile in etere, e valerina (0,0025% della droga), solubile in cloroformio, sono state trovate nelle radici della Valeriana da Waliczewski (52). Chevalier (53) estrasse lo 0,015% di alcaloidi e Goris e Vischniac (54) 0,01% dalle radici fresche, mentre riscontrò l’assenza di basi nelle radici conservate. Cionga (55) isolò metil-a-pirrilchetone, C6H7ON, identificandolo con la base separata da Chevalier (53). Una base volatile è stata trovata da Tschitschibabin e Oparino (56) nelle radici nella quantità dello 0,012% in forma di picrato C10H15N-C6H2(NO2)3OH. Dalle radici secche Blackie e Ritchie (57) hanno estratto un alcaloide, solubile in alcool amilico. Una base volatile, C17H32N, è stata estratta dai rizomi e dalle radici della Valeriana da Litvinenko e Pivnenko (58). Da 16 kg di radici e di rizomi Borkowski (59) ha isolato 3 g di alcaloidi, da cui ha separato una base volatile, valerina, ed una base non volatile, catinina, con formula grezza C10H22O2N2: entrambe queste sostanze sono identificabili con la catinina e la valerina di Waliczewski (52). Dalle radici e rizomi Yashchenko (60) ha ricavato 0,21% di alcaloidi.

Glucosidi – Un glucoside è stato isolato da Harley (61) e da Chevalier (53), che lo denominò «valeride».

Recentemente Schultz e Muller (62) hanno estratto dalle radici un glucoside, farmacologicamente attivo, che per idrolisi con emulsina dà una sostanza cristallizzabile, a sua volta scindibile per idrolisi acida per dare acido isovalerianico.

Altri componenti – Oltre alle sostanze già citate, tra cui il principale componente odoroso, l’acido isovalerianico, segnalato sin dal 1830 da Grote (63) e trovato in forma libera specialmente nelle radici vecchie (sino all’1,4%), è stata riconosciuta la presenza dei seguenti costituenti; acidi caffeico e clorogenico (62) (64), sostanze dotate di proprietà antibatteriche (fitoncidi), presenti nella droga fresca, assenti nella droga secca (65), lipasi e ossidasi (23) (66), amido (67), saccarosio e glucosio (68). Acqua 66-80% nelle radici fresche (69), 6,08-10,63%, in media 7,61% nelle radici essiccate all’aria (70). Ceneri 4,7% secondo Ihbe (71), 6,4-9,5%, secondo Winkler (72): 5,8, 10,2 e 22,3% rispettivamente in tre campioni di droga commerciale (15). Secondo Ryden (73), le radici non dovrebbero produrre più del 10% di ceneri. Vi è stato trovato manganese (23). Nelle radici è stato determinato un titolo di calcio pari sino allo 0,13% ed un contenuto di potassio sino allo 0,199% (74).

Valeriana giapponese

E’ stato osservato che la Valeriana officinalis L. si presenta in numerose varietà morfologiche, che richiederebbero esami singoli per stabilire se non vi siano differenze anche dal punto di vista biochimico (75). Una varietà per la quale si è constatata una composizione chimica notevolmente differente da quella della Valeriana europea è la Valeriana giapponese.

La Valeriana giapponese, detta radice «Kesso», fu dapprima classificata come Patrinia scabiosaefolia Link., poi come Valeriana officinalis L. var. angustifolia Miq. e più recentemente come V. officinalis L. var. latifolia Miq.. Essa dà una resa di olio essenziale molto più elevata — dal 4 al 5% e più (76), sino all’8 % (77) — rispetto alla Valeriana europea.

La composizione chimica dell’olio essenziale della Valeriana giapponese è stata analizzata in un primo tempo da Bertram e Gildemeister (78) e da Bertram e Walbaum (79), che vi hanno identificato l-a-pinene (78), l-canfene (79), dipentene (78), acetato ed isovalerianato di bornile (78), terpineolo (78) e alcool kessilico libero ed in forma di acetato (78). Asahina e Nakanishi (80) vi hanno trovato glicole kessilico libero e come diacetato (81-85).

Proprietà farmacologiche ed impiego terapeutico

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La Valeriana è una delle droghe il cui impiego terapeutico risale all’età greco-romana. Le prime notizie di essa ci provengono da Dioscoride al quale si deve una delle prime, se non la prima, descrizione botanica della droga, alla quale egli attribuiva proprietà diuretiche, analgesiche, emmenagoghe ed antidotiche verso vari veleni.

Ampie notizie storiche sulle proprietà terapeutiche che vennero attribuite a questa droga nell’antichità, nel Medioevo e nell’Età moderna, sono state raccolte dal Benedicenti nel suo noto trattato «Malati, Medici e Farmacisti:» (86) e da G. Rovesti (87) in una sua monografia, alle quali opere rimandiamo il lettore, per quanto concerne questa parte dello studio della Valeriana.

Le proprietà sedative di questa droga, sono note fin dal secolo XVI, epoca in cui per merito soprattutto del napoletano Fabio Colonna (88) e di Domenico Panatoli (89), la Valeriana venne impiegata per la prima volta nel trattamento delle varie forme di epilessia, casi nei quali la sua efficacia venne più tardi confermata da Boerhave, da Mailer (1700) e in particolare dal farmacologo Marchant (90), il quale afferma di aver completamente guarito con questa droga, molti pazienti affetti da «mal caduco».

Le prime ricerche farmacologiche e terapeutiche vere e proprie sulla Valeriana, condotte su animali da esperimento e sull’uomo, ebbero inizio coi lavori di Grisard (91), di Bock (92), di Binz (93) verso la fine del 1800 e con quelli di Kionka (94), di Pouchet e Chevalier (95), di Parant (96), di Legras (97), di Kochmann (98), che comparvero nei primi anni del secolo scorso.

Tanto queste prime indagini, quanto quelle dei numerosi ricercatori che in seguito si occuparono di questo argomento, furono eseguite, oltre allo scopo di precisare l’azione farmacologica e terapeutica della Valeriana, anche al fine di individuare il principio, o i principi attivi, cui attribuire questa azione; ma dato l’elevato numero delle sostanze che entrano nel fitocomplesso contenuto nella droga, le difficoltà incontrate per il loro isolamento, per la loro identificazione e per il loro studio farmacologico, non si può dire ancora che le indagini sino ad ora eseguite, abbiano condotto a risultati definitivi.

Grisard, Boch, Binz e Kionka, che sperimentarono l’azione dell’olio etereo di Valeriana su conigli e cani, notarono che questa determina una diminuzione dell’eccitabilità riflessa e che anche le attività respiratoria e cardiocircolatoria subivano una depressione che risultava specialmente evidente dopo preventiva eccitazione.

Pouchet e Chevalier, Parant, Legras, studiarono l’azione del succo di pressa ottenuto dalla Valeriana fresca e trovarono che anch’esso è dotato di un’azione depressiva e antispasmodica.

Kochmann e più tardi van Dorssen (99), attribuirono all’olio etereo l’azione sedativa della droga, la quale venne poi da altri (Ryden (100), Nigoul (101), Bonnin (102), Kionka e Liebrecht (103), Legras (104) ed altri) attribuita ad un estere formilico dell’acido valerianico.

Numerose altre sostanze isolate in seguito che, pur essendo presenti nella droga in quantità troppo esigua per poter esplicare, singolarmente considerate, un’attività rilevante, possono nel loro insieme coadiuvare in varia misura al manifestarsi dell’azione farmacologica e terapeutica di questa droga, la cui attività sembra pertanto essere dovuta, più che a singole sostanze, al suo fitocomplesso considerato nella sua integrità.

Così Chevalier (105-107) ritenne che all’azione deprimente e paralizzante della radice di Valeriana sul sistema nervoso centrale, possono contribuire gli alcaloidi volatili in essa contenuti e un glicoside isolato dall’A. stesso.

Kochmann e Kunz (108) hanno isolato due sostanze idrosolubili (una in acqua fredda e una in acqua bollente), dotate di azione narcotica.

Busquet (109) e Bochwic e Rusiecki (110) hanno studiato i due alcaloidi, catinina e valerina, isolati dal Waliczewski (52) e trovarono che la frazione alcaloidica totale, iniettata nel cane alla dose di g 0,1/kg, determina difficoltà di movimento. Tale dose, riferita alla droga, corrisponderebbe all’estratto ottenuto da 1 kg di radice fresca per kg di cane.

L’a-metilpirrilchetone isolato da Cionga (55), venne studiato farmacologicamente da Rabbeno comparativamente con altri derivati pirrolici (111-114). Egli trovò che questa sostanza è dotata, oltre di una marcata azione anestetica locale 014), anche di azione antipiretica e narcotica a dosi più elevate. L’A. trovò inoltre che l’azione antipiretica si osserva a dosi che non inducono evidente attenuazione dell’attività cerebrale e che i conigli in iperpiressia sperimentalmente indotta, sono più sensibili di quelli sani all’azione antipiretica e narcotica dell’a-metilpirrilchetone (113). L’azione sedativa, secondo Supniewski e Taschner (114a), si manifesterebbe nel topo alla dose di 20 mg/kg pari a 200 g di radice fresca-topo. La DL è stata trovata da questi AA. pari a 800 mg/kg nel topo, equivalenti a 8000 g/kg di radice fresca-topo e Kerstein (115) trovò che questa sostanza risulta più attiva per somministrazione orale.

Esperienze cliniche eseguite con a-metilpirrilchetone ottenuto per via di sintesi, ci hanno dimostrato che questa sostanza esplica una sufficiente azione sedativa ed ipnotica nell’uomo, alla dose di g 0,40 per os.

Blackie e Ritchie (116) isolarono un alcaloide che iniettato endovena nel gatto, manifestò un’azione ipotensiva e inibente dell’attività peristaltica dell’intestino isolato.

Un’azione spasmolitica sull’intestino tenue isolato di coniglio, è stata notata da Stoll e coll. (117-119) anche per l’acido valerianico e per il valenolo da essi isolati. Altri acidi, quali il valerenico, l’acetilvalerenico e il beenico, manifestano sulla rana un’attività sedativa, la cui intensità sarebbe 11 volte superiore a quella dell’isovalerilborneolo, ma essi sono risultati inattivi sugli animali a sangue caldo.

Le ricerche eseguite sui vari principi attivi e sui preparati totali di Valeriana, sono numerosissime e i risultati ottenuti molto discordi. Non mancano autori che dubitano perfino che la Valeriana possa esplicare una qualsiasi attività farmacologica, ritenendo che la sua azione risulti soltanto da suggestione psichica dovuta ad un riflesso olfattivo [Lander e Braupten (120), Cloetta (121), Glubler (122)].

Più recentemente Janku ha dimostrato che le diverse frazioni ottenute dalla droga da Krepinsky e coll. (51), sono dotate di azione sedativa la quale è risultata specialmente elevata per la frazione dell’estratto etereo delle radici fresche, contenenti l’ossilattone C15H24O6.

Risultati più attendibili si sono ottenuti col perfezionarsi dei metodi di ricerca, per i quali sono stati impiegati come tests vari animali a sangue caldo e a sangue freddo, il che ha però condotto a risultati molto diversi e non sempre esenti da critica.

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Noi riassumeremo i risultati dei lavori più recenti e che ci sembrano più significativi, al fine di dare dell’azione e dell’impiego della Valeriana, un quadro quanto più completo possibile e dal quale risulti, oltre ciò che è stato sino ad ora sufficientemente precisato, anche quali sono quei lati del problema che attendono ancora una soddisfacente soluzione.

Lennert-Petersen (123), basandosi sul fatto che l’azione della Valeriana si esplica negli animali da esperimento con una riduzione dell’attività muscolare, ha tentato di valutare questo effetto determinando il consumo di ossigeno nei topi, prima e dopo somministrazione di Valeriana. A tal fine vennero somministrate ai topi, sottocute, varie dosi di un infuso preparato da 40 g di droga e ridotto a 25 cc per concentrazione a pressione ridotta. I risultati ottenuti sono i seguenti:

valeriana Figura 7

Calcolando il log. della dose nei confronti della riduzione percentuale del consumo di ossigeno, si ottiene una linea retta che dimostrerebbe, secondo l’A., la validità del metodo.

Fauconnet (124), dopo un breve riassunto dei lavori precedentemente eseguiti da altri AA., ha studiato l’attività dei vari principi attivi della Valeriana, osservando le modificazioni da essi determinate su varie funzioni e reazioni, nel Carassius auvatus (attività spontanea, reazioni alle eccitazioni visiva, auditiva, tattile; equilibrio, stabilità, stupore, narcosi).

Egli ha potuto così distinguere quattro gruppi di principi attivi le cui caratteristiche ha riassunto nella seguente tabella:

valeriana Figura 8

Molti fatti osservati permettono inoltre all’A. di supporre che anche sostanze molto volatili e idrosolubili, evaporate durante la concentrazione dell’estratto e che non sono state ancora isolate, siano dotate di leggera attività sedativa, dell’ordine di 1/10 dell’azione della tintura originale.

L’A. fa notare la grande differenza esistente fra l’azione di una prepazione stabilizzata di droga fresca e l’azione dei prodotti provenienti da droghe fresche o secche non stabilizzate.

L’azione delle preparazioni ottenute da droghe non stabilizzate, sul Carassius è del tipo di quelle che l’A. ha descritto a proposito della macerazione alcoolica a freddo di radici fresche: depressione generale e incoordinazione più gravi che con le preparazioni stabilizzate, poca o nessuna azione sedativa e convulsioni. Tutto avviene come se i principi attivi del IV gruppo fossero alterati dagli enzimi della radice e non esercitano più la loro azione moderatrice e antitossica sui principi attivi dei primi tre gruppi. L’A. inoltre non crede di poter escludere che sotto l’azione degli enzimi, le sostanze del IV gruppo possano trasformarsi in sostanze narcotico-stupefacenti e tossiche analoghe a quelle dei primi tre gruppi, anche se ciò non sia stato dimostrato.

L’azione per di più, varia qualitativamente a seconda del solvente usato per estrarre la droga; la ripartizione dei principi attivi cambia da un solvente all’altro e l’effetto predominante è dovuto tanto alle sostanze di un gruppo, quanto a quelle di un altro.

L’A. esamina quindi i suoi risultati ottenuti impiegando il Carassius, comparativamente con quelli ottenuti da altri AA. con animali e metodi diversi, notando che i suoi risultati sono qualitativamente comparabili e trova che il Carassius auratus è utilizzabile sia per lo studio dei preparati di Valeriana, sia per il loro dosaggio biologico.

Gstirner e Kind (125) trovarono che per la radice di Valeriana non esiste alcun parallelismo fra l'azione farmacologica sul topo e il contenuto di olio etereo e che questo rappresenta soltanto 1/3 dell'azione totale della droga.

Gli AA., basandosi sul fatto che con un macerato acquoso della droga ottenuto a freddo e con un estratto alcoolico della tintura preparata secondo il DAB, si ottiene un’azione simile, e sul fatto che il residuo dell’estratto fluido ha la stessa attività dell’estratto acquoso, ritengono che all’azione della droga dovrebbero partecipare anche gli acidi che non provengono dall’olio etereo.

Oltre l’olio essenziale e l'alcaloide isolato dalla radice secca da Blackie e Ritchie (116), anche altre sostanze ignote partecipano all'azione della droga. Fra i diversi preparati, l’estratto fluido è quello che possiede la maggior attività sedativa e che permette la miglior utilizzazione della droga, mentre l'estratto secco sarebbe privo, secondo gli AA., di qualsiasi attività.

Kerstein (126) ritiene che i componenti principali delle radici di Valeriana siano l’olio etereo e l’a-metilpirrilchetone.

L’olio etereo emulsionato è stato somministrato per os, ma sembra che questo non sia l’unico responsabile dell’azione sedativa.

L’a-metilpirrilchetone ha dimostrato di determinare, nel topo, azioni diverse secondo la dose: con 20 mg/kg sonnolenza, con 300 mg/kg perdita della motilità spontanea e con 800 mg/kg morte. Questa sostanza essendo presente nella droga in piccola quantità, è piuttosto dubbio, secondo l’A., che abbia una parte importante nella sua azione terapeutica.

Associando l’olio etereo e l’a-metilpirrilchetone nel rapporto in cui si trovano nella droga e dosati nello stesso modo, le due sostanze non esercitano alcuna azione sedativa

Impiegando il metodo di Irrgang (inibizione dell’attività motoria spontanea dei topi posti in una gabbietta rotante), l’A. ha potuto dimostrare che gli alcoolati della droga possiedono un’azione nettamente superiore a quella delle tinture preparate secondo il DAB.

Delphaut (127) ha studiato diversi derivati valerianici, quali gli acidi valerianico e isovalerianico, l’isovalerianato di bornile, l’aldeide isovalerianica, gli acidi a-aminovalerianico, a-aminoisovalerianico e il g-aminovalerianico.

Tutti questi derivati non presenterebbero nel loro insieme (ad eccezione per qualcuno di essi, sull’intestino isolato) una grande reattività farmaco-dinamica, nelle condizioni sperimentali in cui sono stati studiati dall'A.

I derivati aminati sono stati trovati praticamente inattivi, qualunque sia la posizione, del NH2 di sostituzione e la loro tossicità è poco elevata ad eccezione della valeraldeide, la cui emulsione si è dimostrata particolarmente nociva nel cane cloralosato.

Sull’intestino isolato i derivati azotati si dimostrano più attivi e la loro azione si manifesta a dosi più deboli della papaverina. L’aldeide valerianica e l’estere bornilico sembrano agire a dosi simili e l’acido valerianico sembra essere dotato di un’azione spasmolitica di cui i suoi isomeri sarebbero privi.

L’isovalerianato di bornile (Bornival), manifesta sull’intestino isolato la stessa azione depressiva dell’olio essenziale di cui esso è un costituente, ma ad eccezione di questa attività, la sua azione neurosedativa, nel campo sperimentale, è apparsa all’A. minima. Anche gli acidi valerianici sembrerebbero dotati di attività molto ridotta, tuttavia viene ad essi attribuita una certa parte nell'azione delle preparazioni galeniche [Gstirner e Kind (125)].

Sostanze farmacologicamente attive sono state estratte dalla Valeriana da Borkowski e Lutomski (128-129). Gli acidi organici rappresenterebbero secondo questi AA., il 5 % del distillato in corrente di vapore, le sostanze idrosolubili il 20 % e la frazione non distillabile in corrente di vapore, rappresenterebbe il 33% dell’attività biologica della sostanza grezza.

L’attività per g delle varie sostanze, studiate sugli avannotti di tinca ed espresse in unità uretano, corrisponderebbe a 78540 per gli oli essenziali, a 4400 per l’a-metilpirrilchetone sintetico e a 1000 per i cloridrati degli alcaloidi grezzi. L’olio etereo essendo contenuto nella droga nelle proporzioni dell’1 %, è ritenuto dagli AA., come un componente importante, mentre all’a-metilpirrilchetone, contenuto nelle proporzioni dello 0,01 % e agli alcaloidi grezzi, non viene attribuita un’importanza determinante. Gli AA. hanno inoltre osservato che gli estratti secchi sono molto poco attivi in quanto i prodotti dell’estrazione perdono parte della loro attività dopo concentrazione.

Gstirner (130) ha studiato l'azione della Valeriana sotto forma di droga polverizzata, di estratto secco alcoolico, di estratto secco acquoso e di estratto secco ottenuto da droga fresca stabilizzata. Le prove sono state eseguite sul topo ma i risultati dimostrano chiaramente che nessuno dei preparati studiati ha una netta azione sedativa su questo animale, anche se somministrati a dosi medie ed elevate, sino a raggiungere dosi subtossiche. L’A. conclude affermando che l’azione della Valeriana sui topi bianchi è spesso così debole da non poter essere valutata e ritiene pertanto che per studiare la sua azione sedativa debbano essere impiegati metodi diversi.

Lo stesso A. in collaborazione con Kleinbauer (131), dopo una vasta rassegna di lavori farmacologici precedentemente eseguiti sull'attività della Valeriana, sui suoi preparati galenici, sui suoi principi attivi, esamina i vari metodi di indagine impiegati e crede di poter considerare come più adatti fra questi, quelli che impiegano come tests i pesci, uno dei quali venne usato per la prima volta dal Fauconnet (124) che scelse per le sue prove il Carassius auratus e più tardi dal Kaminski (132), dal Wrocinski (133) e da Borkowski e coll. (128) (129), i quali preferirono l'impiego degli avannotti di tinca. Sulla base dei risultati ottenuti da questi autori, Gstirner e Kleinbauer hanno elaborato un metodo che si vale di un piccolo pesce viviparo, d’acqua dolce, il Lebistes reticulatus, sul quale saggiarono l’attività di un estratto acquoso di Valeriana, limpido (macerato o infuso), dell’olio etereo e di varie sue frazioni. Essi poterono così constatare che i lebistes reagiscono all’azione dei preparati valerianici con rallentamento dei loro movimenti, maggior indifferenza ai vari stimoli, intensificazione del colore o assumendo la posizione dorsale e cadendo sul fondo del recipiente.

L'estere borneolico dell’acido acetico dimostrò di essere dotato della stessa azione dell’estratto acquoso e dell’olio etereo di Valeriana.

L’estere borneolico dell’acido formico è apparso meno attivo e anche meno l’estere formolico dell’acido butirrico, mentre l’estere formolico dell'acido isovalerianico, si è dimostrato del tutto inattivo.

Gli AA. hanno però osservato che le reazioni determinate sui pesci dai preparati valerianici, non sono specifiche poiché esse possono essere ottenute anche con estratti di altre droghe contenenti oli essenziali, quali per esempio quello di Camomilla, di Timo e di Melissa, anche se in questi casi la caduta sul fondo dei lebistes è preceduta da un transitorio periodo di eccitamento. Gli AA. ritengono quindi che il suddetto comportamento dei lebistes non sia specifico per gli estratti di Valeriana o per l’azione sedativa, ma che debba essere invece considerato come l’espressione di un effetto tossico generale. Altre prove condotte dagli AA. sui topi, previa eccitazione con benzidrina, avrebbero confermato le conclusioni precedenti e cioè che in nessun caso è possibile ottenere un evidente arresto della attività locomotoria.

Anche Hauschild (134) che ha sperimentato vari preparati di Valeriana sui topi col metodo della gabbietta rotante e con altri metodi, conclude che l’azione sedativa di essi è molto problematica e che la stessa inibizione dei movimenti, con lo stesso dosaggio, può essere ottenuta anche con droghe che non sono dotate di azione sedativa, quali il rizoma Graminis e la radix Helenii.

Alle stesse conclusioni giungono Kiesewetter e Muller (135) i quali trovano che tanto l’infuso di Valeriana quanto quello di rizoma Graminis e di radix Helenii, determinano effetti paralleli sull’inibizione della motilità e sui riflessi condizionati. Indubbiamente l’opinione di questi ultimi AA. sulla inattendibilità dei vari metodi di valutazione dei preparati valerianici sul topo e sulla loro aspecificità, contrasta con quella dei numerosi autori che hanno sperimentato valendosi di questo animale (Fromherz (136), Schlaginweit (137), Druckrey e Kòhler (138), Forst (139), Irrgang (140), Zechner e Pfeiffer (141 ), Eisenhut, Eulner e Kaiser (142), Friebel e coll. (143) ed altri).

In realtà occorre riconoscere che quei metodi che si basano sulla inibizione della motilità spontanea dei topi, osservata coi diversi metodi, sono molto infidi e possono trarre facilmente in errore.

Noi stessi sperimentando comparativamente l’azione di preparati di Valeriana officinalis L. e di Centranthus ruber L. sul topo (Mus musculus) e valendoci di un dispositivo simile alla gabbietta oscillante di Krautewald, Kuschinsky e Riedel (144), ma molto più semplice e allestito coi comuni mezzi di laboratorio, abbiamo potuto constatare come questi animali presentino notevolissime differenze individuali di comportamento. Alcuni soggetti presentano una debole attività motoria e restano fermi per lunghi periodi di tempo; altri appaiono invece vivacissimi. Dosi di caffeina che in alcuni provocano un notevole aumento di eccitabilità, in altri non determinano alcuna reazione o addirittura l’effetto opposto. Le stesse dosi di tintura di Valeriana non sempre provocano gli stessi effetti: in certi soggetti esse sono inattive, in altri determinano invece, una notevole riduzione della loro motilità sino a raggiungere uno stato di ipnosi che può prolungarsi anche per diverse ore. In altri casi invece, alla somministrazione delle stesse dosi consegue uno stato di eccitazione ed altrettanto si potrebbe ripetere per gli animali pretrattati con caffeina.

Ma ciò che soprattutto risulta difficile e si potrebbe dire impossibile, è lo stabilire se gli stati di eccitazione o di quiete siano spontanei o provocati dalle sostanze somministrate. Per cui se alla somministrazione di una sostanza consegue una riduzione della motilità spontanea, non sempre è possibile concludere che essa abbia agito in senso depressivo, poiché resta sempre il dubbio che anche lo stato di quiete sia spontaneo e non provocato, dubbio giustificato dal fatto, che stati di motilità e di quiete, si alternano anche normalmente e indipendentemente dalla somministrazione di sostanze eccitanti o deprimenti.

I grafici che seguono dovrebbero provare, con tutte le dovute riserve, l’azione deprimente della tintura di Valeriana F.U.I. sulla motilità spontanea del topo e dopo eccitazione con caffeina.

Auster e Schàfer (145), autori di una completa monografia comparsa nel 1958, nella quale la Valeriana é stata diffusamente trattata sotto gli aspetti botanico, chimico e farmacologico, concludono che non è stato ancora trovato il principio attivo responsabile dell’azione caratteristica di questa droga e si trovano d’accordo con quegli AA. che attribuiscono

valeriana Figura 9

valeriana Figura 1

0

l’azione sedativa della Valeriana sull’uomo, non ad una sola sostanza ma ad un complesso di sostanze che isolatamente considerate, sono dotate di scarsa attività.

Schultz e Muller (146) in una loro nota ricca di dati bibliografici, hanno studiato la sensibilità dei principi attivi della Valeriana agli agenti chimici, fisici e biologici (luce, temperatura, aria, essiccamento, acetilazione, enzimi) valutandone le variazioni di attività col metodo di Haffner (147). Essi concludono che i principi attivi della Valeriana sono termolabili e che vengono alterati anche per azione degli enzimi.

Soluzioni di principi attivi ad elevata concentrazione, perdono secondo gli AA., la loro attività dopo parecchi giorni.

Uno studio farmacologico sugli estratti di Valeriana e su alcune loro frazioni, è stato eseguito più recentemente da Rosecrans, Defeo e Youngken (148) i quali hanno trovato che un estratto alcoolico e una sua frazione, prolungano il tempo di ipnosi da barbiturici nei ratti e che entrambi producono un effetto ipotensivo su questi animali.

Dalla frazione isolata, la cui attività ipotensiva è risultata superiore a quella dell’estratto, sono state separate altre tre frazioni che hanno dimostrato di possedere effetti diversi sull’attività pressoria dei ratti, in quanto due di esse agiscono come ipotensive mentre la terza determina invece un’ipertensione.

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L’estratto alcoolico determina effetti ipotensivi sui conigli, gatti e cani, effetti che sembrerebbero dovuti a diversi fattori; a eccitazione parasimpatica, al blocco del seno carotideo e, probabilmente, a una depressione di orgine centrale. I gangli autonomi e le fibre simpatiche non verrebbero invece influenzate.

L’azione depressiva sul sistema nervoso centrale prodotta da dosi medie di estratto alcoolico, si manifesta senza produrre alcun effetto ipnotico, mentre le dosi elevate determinano depressione respiratoria.

Sulla muscolatura liscia, basse concentrazioni di estratto alcoolico determinano effetti miolitici mentre le concentrazioni elevate producono un effetto eccitante secondario che può essere bloccato dall’atropina.

Gli AA. hanno osservato anche un effetto antidiuretico seguire la somministrazione del suddetto estratto.

La sua tossicità è piuttosto bassa, essendo stata trovata una DL50 pari a g 3,3/kg nei ratti.

Il sinergismo di potenziamento fra preparati di Valeriana ed altre sostanze ad azione depressiva, è stato studiato anche da Kempiscas e Valevicius (149) i quali hanno sperimentato sui ratti l’azione isolata e associata di preparati di Valeriana, di cloropromazina e di barbamil (5-etil-5-isoamilbarbiturato di sodio), notando che l’associazione di un macerato di Valeriana e barbamil e di un macerato di Valeriana e cloropromazina, inducono un sonno profondo e tranquillo con riduzione della frequenza respiratoria a dosi tali che, se somministrate isolatamente, le suddette sostanze non esplicherebbero la stessa azione ipnotica terapeutica.

Un sinergismo di degradazione sembra invece esistere fra barbamil e Valeriana da un lato e alcuni glicosidi cardiotonici dall’altro (cimarina, erisimina, neriolina e k-strofantina) [Turova e Trutneva (150)].

Altre azioni – Come in numerose altre droghe, anche nella Valeriana è stata accertata la presenza di sostanze ad azione batteriostatica.

Un preparato costituito da alcaloidi grezzi, la cui attività si manifesta in maniera particolarmente evidente verso i germi gram-positivi, è stato ottenuto da Drobot’ko e coll. (151) i quali hanno osservato che anche i due alcaloidi, valerina e catinina sono dotati, benché in misura minore, della stessa attività.

Analoga azione verso alcuni germi (Staph. aureus, B. subtilis var. aterrinus, Strept. faecalis, Mycobact. avium) è stata notata da Maruzzella e Sicurella (152) nell’olio essenziale ottenuto dalla cosiddetta Valeriana indiana (Nardostachys jatamansi) che presenta alcune analogie di composizione con la Valeriana officinalis ed a Sun-Yung Wang (153) si deve l’interessante osservazione che l’olio essenziale di Valeriana officinalis è dotato della proprietà di attenuare la virulenza del virus influenzale. In un gruppo di ratti infettati facendo sgocciolare questo virus nelle narici, insieme con il suddetto olio essenziale, è stata osservata una significativa riduzione del numero dei decessi, in confronto con quello osservato in un altro gruppo di controlli.

Lo stesso risultato fu ottenuto dall’A. associando al suddetto virus, altri oli essenziali fra i quali quelli di Curcuma longa L. e di Ephedra vulgaris Rich.

Rosenfeld e Chazanowitsch (154) hanno studiato la conservazione dell’attività batteriostatica nelle droghe essiccate ed hanno potuto constatare che mentre in alcune droghe essa viene integralmente conservata, in altre è conservata soltanto parzialmente e, in altre ancora, fra le quali la Valeriana, viene totalmente perduta.

Ricordiamo infine che Paris e Quevauviller (155) hanno notato che la Valeriana può ritardare, ma non impedire, il broncospasmo provocato nella cavia con soluzione aerosolizzata di acetilcolina.

Terapia – L’impiego terapeutico della Valeriana come sedativo è notissimo e molto diffuso. Essa entra nella composizione di molte specialità medicinali e sotto forma dei suoi preparati galenici, estratto e tintura soprattutto, è usata come sedativo in varie forme di nevrosi, nelle forme non gravi di isterismo, nell’angoscia dei nevrastenici, in tutti i casi di eretismo nervoso sensoriale o cerebrale, nelle turbe della menopausa, nelle gastralgie di origine nervosa, nell’anoressia infantile, somministrandola mezz’ora prima dei pasti e nell’insonnia nervosa di origine psicomotoria [Gessner (156), Eichholtz (157)], casi nei quali può essere utilmente associata ai barbiturici o alla cloropromazina (148) (149). Associata con papaverina, con Belladonna o con altri spasmolitici, la Valeriana si è dimostrata utile come coadiuvante negli stati spastici della muscolatura liscia (colite spastica ecc.) e associata agli ipotensivi può riuscire utile nella terapia dell’ipertensione arteriosa come sedativo ed anche come coadiuvante per la sua leggera azione ipotensiva. Sola od associata con lo Strofanto, la tintura di Valeriana è impiegata in alcune forme di nevrosi cardiaca.

I risultati delle ricerche di Gòing e Kempe (158) sull’attività cardiaca dell’olio essenziale di Valeriana, hanno dimostrato che esso non esercita alcuna azione sulla frequenza cardiaca normale o sulla trasmissione dell’eccitamento, nè sulla tachicardia e sulla extrasistolia prodotta da aconitina. Secondo questi AA. non sarebbe quindi giustificato l’impiego, frequente in passato, dei preparati valerianici nella terapia dell’aritmia cardiaca. Per quanto questi AA. abbiano considerato soltanto l’azione dell’olio essenziale e non quella relativa a tutto il complesso attivo, cui viene concordemente attribuita l'azione della droga, si deve riconoscere che nella Valeriana non è mai stata ravvisata una qualsiasi attività cardiaca, oltre quella che può derivare dalla sua attività sedativa nervosa generale.

Per quanto riguarda l’attività dei diversi preparati di Valeriana e i metodi per ottenerli, Schultz e Muller (146) riferiscono le discordantissime opinioni degli autori che studiarono la droga sotto questo aspetto.

Druckrey e Kohler (118) ritengono che l'infuso rappresenti la preparazione migliore, mentre secondo Eichholtz (157) e Haffner (147), il macerato acquoso ottenuto a freddo, sarebbe il più attivo. Per Frey (159) la maggior attività si otterrebbe con l’estratto acquoso, anche dopo preventiva estrazione della droga con etere ed alcool. Zechner e Pfeiffer (141) trovarono che l’azione dell’alcoolato, preparato secondo la Pharm. Helv. V è superiore a quella della tintura, mentre Kerstein (160) ritiene che l’azione dell’alcoolato DAB VI sia di poco superiore a quella della tintura. Gstirner e Kind

(125) giudicano l’estratto fluido come la preparazione dotata della maggior azione sedativa e che permette la migliore utilizzazione della droga, mentre l’estratto secco sarebbe privo di qualsiasi azione.

Oestling (161) ritiene invece che il succo di pressa della radice fresca ha la stessa attività di quello della radice secca, mentre secondo Rusiecki (162) (163) il succo di pressa della radice fresca sarebbe 4 volte meno attivo di quello della radice secca.

Anche per quanto riguarda le differenze di attività fra droga fresca e secca e fra droga stabilizzata e non, esistono dati molto contradditori.

Abbiamo già veduto come il Fauconnet (124) abbia fatto notare l'esistenza di differenze qualitative fra l’azione dei preparati ottenuti da droghe stabilizzate e non stabilizzate. Da prove di tossicità eseguite sul topo e di ipnosi eseguite sul fringuello da van Dorssen (164), risultò che sul topo la droga stabilizzata è meno tossica di quella non stabilizzata la cui azione ipnotica sul fringuello, è stata trovata meno attiva di quella prodotta dalla stabilizzata. In questo caso dunque, la stabilizzazione avrebbe condotto ad una diminuzione di tossicità e ad un aumento dell'azione ipnotica. Romanowska e Majcherczyk (165) asseriscono invece che i preparati ottenuti da radici secche stabilizzate con vapori di alcool, sono meno attive di quelle fresche non stabilizzate. Anche Gstirner e Kind (166), i quali hanno estesamente studiato l'attività dei vari derivati galenici ottenuti da droga fresca e secca, stabilizzata e non, giunsero a risultati tutt’altro che definitivi, limitandosi infine a concludere che le cognizioni che si posseggono sui principi attivi della Valeriana, sono ancora troppo scarse e che pertanto, sono necessarie altre ricerche farmacologiche e chimiche per approfondirne la conoscenza.

Per quanto possa sembrare strano, gli AA. non sono concordi neppure sulla gradazione optimum che deve avere l’alcool per ottenere il prodotto di estrazione più attivo. Eisenhuth (167) e Oestling (161), ritengono che l’estrazione migliore si ottenga con alcool ad elevata gradazione (95°). Ordinsky (168) consiglia l’alcool di 70°, Erzog (169, 170) l’alcool di 45-60°, Bogs (171) l’alcool di 45° e non mancano, come abbiamo già veduto, autori che ritengono che i preparati galenici più attivi si ottengono mediante estrazione acquosa [Druckrey e Kohler (138), Eichholtz (157), Frey (159)].

Così stando le cose, ci sembra piuttosto arduo il compito di trarre da tanta disparità di risultati e di opinioni, una sia pur approssimata conclusione sul ruolo che i singoli principi attivi hanno sull’azione farmacologica e terapeutica della Valeriana, sull’attività dei suoi preparati e sulla validità dei metodi usati per la loro valutazione.

Da quanto è stato sin qui detto, crediamo si possa desumere soltanto che le leggere azioni sedativa, ipotensiva e spasmolitica che vengono attribuite alla Valeriana e per le quali essa è usata in terapia, sono dovute al complesso dei suoi principi attivi. Inoltre, che alcuni di essi (quali per esempio l’a-metilpirrilchetone), impiegati a dosi molto superiori a quelle contenute in una dose terapeutica di un qualsiasi preparato della droga, possono esercitare un’utile e soddisfacente azione sedativa. Quanto al resto, il problema rimane ancora aperto a tutte le indagini.

Estratti e preparati vari

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a)

Estratto fluido per tintura (g 1 = LIV gtt).

Dosi: g 2-10 pro die.

b)

Estratto fluido F.U. (g 1 = XLIV gtt).

Dosi: come sopra.

c)

Estratto fluido per sciroppo (g 1 = XXXV gtt).

Dosi: come sopra.

d)

Estratto molle acquoso (1 p. = 6 p. circa di droga).

Dosi: g 0,25-1,25 pro die.

e)

Estratto molle idroalcoolico F.U. (1 p. = 8 p. circa di droga)

Dosi: g 0,2-1 pro die.

f)

Estratto molle etereo (1 p. = 15 p. circa di droga).

Dosi: g 0,1-0,5 pro die.

g)

Estratto secco acquoso (1 p. = 8 p. circa di droga).

Dosi: g 0,2-1 pro die.

h)

Estratto secco idroalcoolico (1 p. = 10 p. circa di droga).

Dosi: g 0,15-0,8 pro die.

i)

Estratto secco iniettabile

Dosi: g 0,05-0,10 per iniezioni intramuscolari pro dose o secondo prescrizione medica

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l)

Tintura F.U. al 20% di droga.

Dosi: a cucchiaini

m)

Tintura etereo-alcoolica F.U. al 20 % di droga

Dosi: come sopra.

Preparazioni usuali e formule galeniche

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Tintura

Estratto fluido valeriana per tintura g 20

Alcool di 70°……………… g 80

(a cucchiaini).

Sciroppo

Estratto fluido valeriana per sciroppo g 10

Sciroppo semplice F.U…….. g 90

(a cucchiaini).

Vino

Estratto fluido valeriana per sciroppo g 10

Vino Marsala……………………. g 90

(a cucchiai).

Elisir

Estratto fluido valeriana F.U. g 60

Sciroppo d'arancio…………… g 30

Cognac……………………………. g 250

Acqua distillata fino a g 1000

(a cucchiai).

Pozione nell’insonnia

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Estratto fluido valeriana per sciroppo g 5

Bromuro di sodio g 5

Acqua di lauroceraso g 10

Tintura di belladonna g 2

Sciroppo d'arancio g 30

Acqua ………………… g 100

(a cucchiai).

Pillole sedative

Estratto molle acquoso valeriana g 0,10

Estratto molle idroalcoolico giusquiamo g 0,02

Canfora bromuro…………………. g 0,20

Valeriana polvere q. b. per 1 pillola.

(da 4 a 8 pro die).

BIBLIOGRAFIA

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