L’“influenza K” continua a riempire gli ambulatori dei medici di famiglia e i pronto soccorso italiani: oltre 800mila nuovi casi nella sola settimana di Capodanno e circa 7,5 milioni di italiani colpiti dall’inizio della stagione, secondo l’ultimo bollettino RespiVirNet dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS).[1][5][7] Numeri che confermano una delle stagioni più intense degli ultimi anni e che stanno mettendo sotto pressione ospedali e territorio.
Che cos’è davvero l’influenza K
Con il termine influenza K gli esperti indicano i virus influenzali A(H3N2) che appartengono al sottoclade K, oggi nettamente predominante tra i ceppi circolanti in Italia.[1] Non si tratta di un nuovo virus, ma di una variante evolutiva del classico H3N2:
- è molto contagiosa, come dimostrano l’elevata incidenza nella popolazione e il rapido diffondersi dei casi;[1][3]
- non risulta più “cattiva” in termini di letalità, ma può dare sintomi intensi e complicanze nei soggetti fragili.[3][4]
A preoccupare i virologi è soprattutto la capacità di parziale evasione immunitaria: essendo una variante recente, può in parte sfuggire alla protezione indotta dal vaccino stagionale o da precedenti infezioni, pur non annullandone i benefici.[3][4]
I numeri in Italia: curva in flessione, ma la prudenza è d’obbligo
Tra il 29 dicembre e il 4 gennaio si stimano circa 803mila nuove infezioni respiratorie acute (ARI) in Italia, contro le circa 820mila della settimana precedente.[1][5] Il totale stagionale sfiora i 7,5 milioni di casi.[1]
- Incidenza complessiva: 14,1 casi ogni 1.000 assistiti, in lieve calo rispetto alla settimana precedente (14,5).[1][5]
- Tasso di positività per influenza: 17% nei campioni provenienti dal territorio, ma 40,5% in quelli ospedalieri, a conferma che nei ricoverati l’influenza pesa molto.[1][5][7]
L’ISS invita però alla cautela: i dati della settimana di Capodanno potrebbero non riflettere pienamente la reale circolazione dei virus, per il minor ricorso alle cure e la riduzione delle segnalazioni durante le festività.[1][5] Saranno i prossimi bollettini a confermare se il picco è davvero alle spalle o se la curva potrà risalire.[1][6]
Chi si ammala di più: bambini in prima linea, anziani più a rischio
Come ogni stagione influenzale, anche l’influenza K colpisce in modo particolare i bambini piccoli:
- la fascia 0-4 anni registra l’incidenza più alta, con circa 37 casi ogni 1.000 assistiti, secondo l’ISS.[1]
- il ruolo dei più piccoli è cruciale nella diffusione familiare e scolastica del virus.[1][4]
Sul fronte delle complicanze, a pagare il prezzo maggiore sono:
- anziani oltre i 65 anni;
- persone con malattie croniche (cardiovascolari, respiratorie, metaboliche, oncologiche);[3][4]
- donne in gravidanza, per l’assetto immunitario più vulnerabile;[4]
- bambini fino alla scuola dell’infanzia, più esposti a otiti, bronchiti e polmoniti.[4]
Proprio la variante K, spiegano gli specialisti, può favorire complicanze respiratorie e sovrainfezioni batteriche, con un aumento di accessi in pronto soccorso e ricoveri.[3][4]
Sintomi: come si presenta l’influenza K
Il quadro clinico è quello dell’influenza classica, ma con sintomi spesso più bruschi e intensi, specialmente nei soggetti non vaccinati:
- febbre alta improvvisa;
- brividi, malessere marcato, stanchezza profonda;
- mal di gola, tosse secca e persistente;
- dolori muscolari e articolari;
- talvolta mal di testa, congestione nasale, disturbi gastrointestinali.[2][4]
Nella maggior parte dei casi, la malattia si risolve in 5-7 giorni, ma la astenia può protrarsi anche oltre le due settimane, mentre la tosse può persistere più a lungo, soprattutto nei fumatori e nei pazienti con broncopatie.[2][3]
Cosa dicono gli ospedali: pressione alta, ma gestione possibile
Negli ospedali italiani si osserva un notevole afflusso di pazienti con sindromi respiratorie, non solo per influenza ma anche per altri virus come RSV e SARS-CoV-2.[1][5][6] La positività influenzale che supera il 40% tra i ricoverati indica che l’influenza è un contributore di primo piano al carico ospedaliero.[1][5][7]
Secondo infettivologi ed epidemiologi, la situazione è impegnativa ma sotto controllo: i reparti si stanno riorganizzando con percorsi dedicati ai pazienti respiratori e un rafforzamento della medicina territoriale per evitare ricoveri non necessari.[3][6]
Perché si parla ora di ARI e non più solo di influenza
L’ISS ha recentemente aggiornato la sorveglianza passando dalla definizione di sindrome simil-influenzale (ILI) a quella più ampia di infezione respiratoria acuta (ARI).[1][5]
Questo cambio di paradigma:
- consente di monitorare tutti i principali virus respiratori, non solo quelli influenzali;[1][5]
- rende i dati più confrontabili a livello internazionale;[1]
- limita, però, il confronto diretto con le stagioni pre-pandemiche in termini di soglie “storiche” di intensità.[1][5]
In pratica, i numeri di oggi rappresentano meglio il reale carico di malattia respiratoria, ma non sono sovrapponibili a quelli delle vecchie stagioni.
Vaccino: quanto protegge contro la variante K?
La comparsa della variante K ha alimentato dubbi sull’efficacia dei vaccini 2025-2026. I dati preliminari indicano che:
- la variante può ridurre in parte la corrispondenza con i ceppi vaccinali;[3][4]
- il vaccino resta comunque importante per evitare forme gravi, complicanze e ricoveri.[2][3][4]
Il Ministero della Salute raccomanda di vaccinare almeno il 75% dei soggetti a rischio, con un obiettivo ideale del 95% per ottenere un effetto di protezione indiretta sulla comunità.[2]
Nonostante la stagione sia avanzata, molti esperti sottolineano che vaccinarsi ha ancora senso, soprattutto per:
- anziani;
- cronici;
- donne in gravidanza;
- operatori sanitari e caregiver di persone fragili.[2][3][4]
Alcune Regioni hanno esteso l’offerta gratuita e reso possibile la vaccinazione anche in farmacia per favorire l’accesso degli adulti.[3]
Come proteggersi: le regole che funzionano davvero
La prevenzione dell’influenza K passa da una combinazione di vaccino e misure comportamentali, le stesse che abbiamo imparato con il Covid-19:
- lavare spesso e bene le mani con acqua e sapone o usare soluzioni idroalcoliche;[3][4]
- aerare regolarmente gli ambienti, soprattutto se affollati;
- evitare contatti stretti con persone fragili se si hanno sintomi respiratori;[4]
- usare la mascherina in luoghi chiusi affollati o se si è malati e non si può restare a casa;[3][4]
- coprire bocca e naso quando si tossisce o starnutisce, preferibilmente con l’incavo del gomito.
Per chi si ammala, i medici di famiglia raccomandano riposo, idratazione, farmaci sintomatici (come antipiretici e analgesici) e di evitare antibiotici fai-da-te, da usare solo se prescritti in caso di sospetta sovrainfezione batterica.
Quando rivolgersi subito al medico o al pronto soccorso
È fondamentale contattare il proprio medico o recarsi al pronto soccorso in presenza di:
- difficoltà respiratoria, respiro corto o affannoso;
- peggioramento improvviso dopo un’apparente fase di miglioramento;
- febbre alta persistente oltre 3-4 giorni nonostante antipiretici;
- stato confusionale, forte sonnolenza, disidratazione marcata;
- sintomi respiratori in neonati, anziani fragili, pazienti con patologie croniche.[3][4][6]
Gli esperti ribadiscono che una diagnosi e un trattamento tempestivi sono essenziali per evitare complicanze e sovraccaricare inutilmente i pronto soccorso.
Fonti principali:
Istituto Superiore di Sanità – RespiVirNet; Quotidiano Sanità; AGI; Fanpage – sezione Scienze; Ministero della Salute – circolare vaccinazione antinfluenzale 2025-2026; IRCCS Sacro Cuore Don Calabria; BimbiSani&Belli; The Wom Healthy; interviste a virologi ed epidemiologi su Sky TG24.
