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L’esofagite è un’infiammazione della mucosa dell’esofago, il “tubo” che collega la bocca allo stomaco. Può essere causata più spesso dal reflusso di acido dallo stomaco, ma anche da infezioni, allergie, farmaci o sostanze caustiche. Capire come si cura un’esofagite significa prima di tutto riconoscerne i sintomi, individuarne la causa con esami mirati e poi impostare una terapia personalizzata, che combina farmaci, dieta e modifiche dello stile di vita.
Questa guida offre una panoramica completa e aggiornata su sintomi, diagnosi e principali opzioni di trattamento dell’esofagite, con particolare attenzione all’esofagite da reflusso, la forma più frequente. Le informazioni hanno scopo divulgativo e non sostituiscono il parere del medico o dello specialista in gastroenterologia, che resta il riferimento per valutare il singolo caso, indicare gli esami necessari e scegliere la terapia più adatta.
Sintomi dell’esofagite
I sintomi dell’esofagite possono variare molto da persona a persona, sia per intensità sia per modalità di presentazione. Il disturbo più tipico, soprattutto nelle forme da reflusso, è il bruciore retrosternale (pirosi), una sensazione di fuoco o dolore urente dietro lo sterno che può irradiarsi verso il collo o la gola. Spesso si associa al rigurgito acido, cioè la risalita in bocca di liquido acido o amaro, soprattutto dopo i pasti o quando ci si sdraia. Alcune persone riferiscono anche dolore alla deglutizione (odinofagia) o difficoltà a far scendere il cibo (disfagia), segno che l’infiammazione sta coinvolgendo in modo più marcato la mucosa esofagea.
Oltre ai sintomi “classici”, esistono manifestazioni meno specifiche che possono comunque essere correlate all’esofagite, in particolare a quella da reflusso. Tra queste rientrano tosse cronica, raucedine, sensazione di nodo in gola, mal di gola ricorrente, alito cattivo, dolore toracico non cardiaco. In alcuni casi il dolore toracico può essere così intenso da simulare un problema cardiaco, motivo per cui è fondamentale escludere sempre cause cardiologiche in pronto soccorso o dal medico curante. Nei quadri più severi possono comparire calo di peso non intenzionale, anemia da micro-sanguinamenti cronici, vomito con tracce di sangue o feci nere (melena), che richiedono una valutazione urgente. Una parte dei pazienti, soprattutto anziani o con altre patologie, può avere sintomi sfumati o atipici, rendendo la diagnosi meno immediata.
La tipologia di sintomi può anche orientare verso forme specifiche di esofagite. Nell’esofagite eosinofila, ad esempio, è frequente la disfagia per solidi e il cosiddetto “impattamento del bolo”, cioè il cibo che rimane bloccato nell’esofago e richiede talvolta un intervento endoscopico per essere rimosso. Nelle esofagiti infettive, più comuni in persone immunodepresse, possono prevalere dolore intenso alla deglutizione, febbre e malessere generale. Le esofagiti da farmaci, dovute per esempio all’assunzione di compresse che si fermano nell’esofago, possono dare dolore acuto e localizzato dopo l’ingestione del medicinale. Riconoscere questi pattern sintomatologici aiuta il medico a sospettare la causa e a impostare gli accertamenti più appropriati.
È importante sottolineare che la presenza di bruciore di stomaco occasionale non equivale automaticamente a esofagite. Molte persone sperimentano reflusso lieve e sporadico senza sviluppare un’infiammazione significativa dell’esofago. Si parla di quadro sospetto per esofagite quando i sintomi sono frequenti (più volte alla settimana), persistenti da settimane o mesi, o quando compaiono segni di allarme come disfagia, dolore intenso, calo di peso, anemia o sanguinamento. In queste situazioni è opportuno rivolgersi al medico, che valuterà se indirizzare il paziente a una visita gastroenterologica e a esami di approfondimento.
Diagnosi e test
La diagnosi di esofagite inizia sempre da un’accurata visita medica, durante la quale il professionista raccoglie l’anamnesi (storia clinica) e valuta i sintomi riferiti dal paziente. Il medico chiede da quanto tempo sono presenti i disturbi, con quale frequenza, se sono legati ai pasti o alla posizione sdraiata, se migliorano con farmaci antiacidi da banco e se sono associati ad altri sintomi come nausea, vomito, tosse o calo di peso. È fondamentale anche indagare l’uso di farmaci che possono irritare l’esofago (per esempio alcuni antinfiammatori, antibiotici, bisfosfonati), la presenza di malattie che riducono le difese immunitarie, eventuali allergie alimentari o esposizione a sostanze caustiche. L’esame obiettivo generale serve a individuare segni di anemia, malnutrizione o altre patologie concomitanti.
L’esame strumentale di riferimento per confermare l’esofagite è la gastroscopia (o esofagogastroduodenoscopia), che permette di visualizzare direttamente la mucosa dell’esofago, dello stomaco e del duodeno tramite una sonda flessibile dotata di telecamera. Durante la procedura, eseguita di solito in sedazione cosciente, il gastroenterologo può osservare eventuali erosioni, ulcere, restringimenti (stenosi), segni di infiammazione e classificare la gravità dell’esofagite da reflusso secondo scale standardizzate. Inoltre, può prelevare piccoli frammenti di tessuto (biopsie) per l’esame istologico, indispensabile per diagnosticare forme come l’esofagite eosinofila, escludere infezioni specifiche o valutare la presenza di esofago di Barrett, una condizione precancerosa che richiede follow-up dedicato.
In alcuni casi, soprattutto quando i sintomi sono tipici e non sono presenti segni di allarme, il medico può inizialmente proporre un trattamento empirico con farmaci antisecretivi (per esempio inibitori di pompa protonica) e valutare la risposta clinica prima di richiedere una gastroscopia. Tuttavia, la presenza di disfagia, sanguinamento, anemia, calo ponderale o esordio dei sintomi in età avanzata rende indicata un’indagine endoscopica precoce. Altri esami utili nel percorso diagnostico sono la pH-metria o pH-impedenziometria delle 24 ore, che misurano l’esposizione dell’esofago all’acido gastrico e agli episodi di reflusso, e la manometria esofagea, che valuta la motilità dell’esofago e la funzionalità dello sfintere esofageo inferiore. Questi test sono particolarmente importanti nei casi di reflusso refrattario alla terapia o quando si valuta un intervento chirurgico antireflusso.
Gli esami di laboratorio, come emocromo, indici di infiammazione e test per infezioni specifiche (per esempio per Candida o virus in pazienti immunodepressi), possono completare il quadro ma raramente sono diagnostici da soli. In presenza di sospetta esofagite eosinofila, oltre alle biopsie esofagee, può essere utile una valutazione allergologica per identificare eventuali allergeni alimentari o ambientali coinvolti. La diagnosi differenziale include altre cause di dolore toracico (cardiache, muscoloscheletriche, polmonari), patologie gastriche e duodenali, disturbi funzionali dell’esofago. Per questo è essenziale che il percorso diagnostico sia guidato da un medico, evitando autodiagnosi basate solo su sintomi aspecifici.
In alcuni contesti clinici selezionati, possono essere utilizzate anche indagini radiologiche con mezzo di contrasto, che consentono di valutare il profilo interno dell’esofago e di evidenziare eventuali restringimenti, alterazioni della motilità o complicanze come ulcere profonde e perforazioni. Questi esami non sostituiscono la gastroscopia, ma possono fornire informazioni complementari quando l’endoscopia non è eseguibile o quando si sospettano anomalie anatomiche particolari. La scelta e la sequenza dei test vengono stabilite dal medico in base al quadro clinico complessivo, all’età del paziente e alla presenza di eventuali fattori di rischio.
Trattamenti farmacologici
La cura farmacologica dell’esofagite dipende in modo cruciale dalla causa sottostante, ma nella pratica clinica la forma più frequente è l’esofagite da reflusso gastroesofageo. In questo contesto, i farmaci di prima linea sono gli inibitori di pompa protonica (IPP), che riducono in modo potente e prolungato la secrezione di acido gastrico. Meno acido nello stomaco significa minore aggressione alla mucosa esofagea in caso di reflusso, con riduzione del bruciore e possibilità di guarigione delle lesioni. Gli IPP vengono in genere assunti una volta al giorno, prima del pasto principale, per cicli di alcune settimane o mesi, secondo indicazione medica. In alcuni casi, soprattutto nelle forme più severe o recidivanti, può essere necessario prolungare la terapia o impostare uno schema di mantenimento a lungo termine, sempre valutando rischi e benefici.
Accanto agli IPP, un altro gruppo di farmaci utilizzati sono gli antagonisti dei recettori H2 dell’istamina (anti-H2), che riducono anch’essi la secrezione acida ma in modo meno potente e duraturo. Possono essere impiegati in forme più lievi, in alternativa o in associazione agli IPP in orari diversi della giornata, oppure come terapia “on demand” per sintomi occasionali. Gli antiacidi e gli alginati, disponibili anche senza ricetta, agiscono neutralizzando l’acido o formando una barriera galleggiante sul contenuto gastrico, offrendo un sollievo rapido ma di breve durata. Sono utili per gestire episodi sporadici di bruciore o come supporto alla terapia di fondo, ma non sostituiscono il trattamento di base nelle esofagiti documentate.
Per le esofagiti non da reflusso, l’approccio farmacologico cambia in base all’eziologia. Nelle esofagiti infettive, ad esempio in pazienti immunodepressi, si utilizzano farmaci antimicotici, antivirali o antibiotici specifici per l’agente causale, spesso in associazione a una terapia di supporto per il dolore e la nutrizione. Nell’esofagite eosinofila, oltre alle modifiche dietetiche, possono essere prescritti corticosteroidi topici deglutiti (per esempio formulazioni di farmaci per l’asma adattate all’uso esofageo), che riducono l’infiammazione eosinofila locale. Le esofagiti da farmaci richiedono la sospensione o la sostituzione del medicinale responsabile, quando possibile, e l’adozione di accorgimenti come assumere le compresse con abbondante acqua e rimanere in posizione eretta per un certo tempo dopo l’ingestione.
In tutte le forme di esofagite, è fondamentale che la terapia farmacologica sia prescritta e monitorata dal medico, che valuterà la durata del trattamento, la necessità di rivalutazioni endoscopiche e l’eventuale riduzione graduale della dose (step-down) una volta ottenuto il controllo dei sintomi e la guarigione delle lesioni. L’automedicazione prolungata con farmaci antisecretivi, senza una diagnosi chiara, può mascherare sintomi di patologie più serie e comportare rischi, soprattutto se si assumono molti altri medicinali o se si hanno malattie croniche. L’aderenza alla terapia (assunzione corretta e regolare dei farmaci) è un elemento chiave per il successo del trattamento: interrompere o modificare i farmaci di propria iniziativa può favorire recidive e complicanze.
In alcuni casi selezionati, quando la terapia farmacologica standard non è sufficiente a controllare i sintomi o a guarire le lesioni, il medico può valutare l’impiego di schemi terapeutici diversi, l’aggiunta di altri farmaci di supporto o l’invio a centri specialistici per ulteriori approfondimenti. È importante che eventuali effetti indesiderati dei medicinali vengano riferiti tempestivamente, in modo da poter adattare la terapia e mantenere un buon equilibrio tra efficacia e tollerabilità. La revisione periodica del piano terapeutico consente inoltre di evitare trattamenti più lunghi del necessario e di adeguare le cure all’evoluzione del quadro clinico.
Dieta e modifiche dello stile di vita
La gestione dell’esofagite non si basa solo sui farmaci: dieta e stile di vita svolgono un ruolo centrale, soprattutto nelle forme da reflusso. Alcuni alimenti e abitudini possono favorire il reflusso acido, aumentando la pressione nello stomaco o rilassando lo sfintere esofageo inferiore, la “valvola” che separa esofago e stomaco. Tra i fattori alimentari spesso implicati vi sono pasti molto abbondanti, cibi ricchi di grassi, fritti, cioccolato, menta, alcol, bevande gassate, caffè e tè in eccesso, agrumi e pomodoro in alcune persone sensibili. Non esiste però una lista universale valida per tutti: la tolleranza ai vari alimenti è individuale e va valutata caso per caso, eventualmente con l’aiuto di un medico o di un dietista.
Un principio generale utile è preferire pasti piccoli e frequenti, evitando di riempire troppo lo stomaco, e non coricarsi subito dopo aver mangiato: è consigliabile attendere almeno due-tre ore prima di andare a letto. Mangiare lentamente, masticare bene e ridurre il consumo di alcol e fumo contribuisce a diminuire gli episodi di reflusso. Il sovrappeso e l’obesità sono fattori di rischio importanti per l’esofagite da reflusso, perché l’aumento della pressione addominale facilita la risalita del contenuto gastrico: una perdita di peso graduale e controllata, quando indicata, può migliorare significativamente i sintomi. Anche indossare abiti troppo stretti in vita o sollevare pesi importanti subito dopo i pasti può peggiorare il reflusso e andrebbe evitato.
Per chi soffre di esofagite, può essere utile tenere un diario alimentare e dei sintomi, annotando cosa si mangia e quando compaiono i disturbi. Questo strumento aiuta a individuare eventuali alimenti “trigger” personali e a costruire una dieta più tollerata, senza restrizioni inutilmente rigide. In alcune forme specifiche, come l’esofagite eosinofila, possono essere proposti protocolli dietetici di esclusione di determinati gruppi alimentari (per esempio latte, uova, grano, soia, frutta secca, pesce), sempre sotto controllo specialistico e con monitoraggio endoscopico e istologico. È importante evitare di intraprendere diete drastiche o squilibrate senza supervisione, perché si rischiano carenze nutrizionali, soprattutto nei bambini e nei pazienti fragili.
Tra le modifiche dello stile di vita rientrano anche alcuni accorgimenti posturali e comportamentali. Sollevare la testata del letto di circa 10–15 cm (per esempio con rialzi sotto le gambe del letto) può ridurre il reflusso notturno, mentre usare solo cuscini più alti non è altrettanto efficace perché piega il busto e può aumentare la pressione addominale. Evitare di fare attività fisica intensa o sforzi subito dopo i pasti, limitare il consumo serale di alcol e pasti pesanti, e gestire lo stress con tecniche di rilassamento o attività piacevoli può contribuire a migliorare il benessere generale e, indirettamente, i sintomi. In alcuni casi selezionati, quando la terapia medica e le modifiche dello stile di vita non sono sufficienti o non tollerate, il gastroenterologo può valutare con il paziente l’opportunità di procedure endoscopiche o chirurgiche antireflusso, che mirano a rinforzare la barriera tra esofago e stomaco.
Le indicazioni dietetiche e comportamentali vanno sempre personalizzate in base alle caratteristiche del singolo individuo, alla gravità dei disturbi e alla presenza di altre malattie. Un confronto periodico con il medico o con figure sanitarie dedicate alla nutrizione può aiutare a modulare nel tempo le raccomandazioni, evitando sia eccessi di restrizione sia sottovalutazioni dei fattori che peggiorano i sintomi. Integrare in modo stabile queste abitudini nella routine quotidiana favorisce non solo il controllo dell’esofagite, ma anche un miglioramento complessivo dello stile di vita.
In sintesi, la cura dell’esofagite richiede un approccio integrato che parte dal riconoscimento dei sintomi e dall’individuazione della causa, passa attraverso una diagnosi accurata con gastroscopia e altri test mirati, e combina farmaci, dieta e modifiche dello stile di vita. L’esofagite da reflusso è la forma più comune e spesso risponde bene a inibitori di pompa protonica e a semplici accorgimenti quotidiani, ma esistono anche forme infettive, eosinofile, da farmaci o caustiche che necessitano di una gestione specialistica. Rivolgersi al medico, evitare l’automedicazione prolungata e seguire con costanza le indicazioni terapeutiche sono passi fondamentali per favorire la guarigione della mucosa esofagea, prevenire complicanze e migliorare la qualità di vita nel lungo periodo.
Per approfondire
MedlinePlus – Esophagitis (NIH) offre una panoramica in inglese su cause, sintomi, diagnosi e trattamenti dell’esofagite, utile per integrare le informazioni generali con una scheda istituzionale sintetica e aggiornata.
MedlinePlus – Eosinophilic esophagitis (NIH) descrive in dettaglio l’esofagite eosinofila, spiegando i sintomi tipici, gli esami necessari e le principali strategie terapeutiche, con un linguaggio accessibile ma basato sulle evidenze.
MedlinePlus – Esofagite (versione italiana) propone una scheda in italiano che riassume tipi, cause, sintomi, esami diagnostici e opzioni di trattamento dell’esofagite, sottolineando l’importanza di rivolgersi al medico per una valutazione adeguata.
Humanitas – Esofagite presenta una scheda clinico-divulgativa sulle principali cause di esofagite, sui sintomi, sugli esami come la gastroscopia e sulle opzioni di trattamento farmacologico e dietetico.
Auxologico – Esofagite da reflusso approfondisce in particolare l’esofagite da reflusso, spiegando il ruolo del contatto prolungato con il contenuto gastrico acido, i sintomi correlati e l’importanza di farmaci antisecretivi e modifiche dello stile di vita.
