Qual è la differenza tra flebite e trombosi?

Differenze tra flebite e trombosi venosa profonda: sintomi, rischi, trattamenti e prevenzione

Flebite e trombosi sono termini spesso usati come sinonimi nel linguaggio comune, ma in medicina indicano condizioni diverse, anche se strettamente correlate. Capire che cosa le distingue – in particolare in termini di localizzazione, sintomi, rischi e trattamento – è fondamentale per riconoscere i segnali di allarme e rivolgersi tempestivamente al medico.

In questo articolo analizziamo in modo chiaro e sistematico che cos’è la flebite, che cos’è la trombosi (con particolare attenzione alla trombosi venosa profonda), come si presentano, quali complicanze possono comportare e quali sono le principali strategie di prevenzione. Le informazioni hanno carattere generale e non sostituiscono il parere del proprio medico o di uno specialista in angiologia o medicina vascolare.

Cos’è la flebite?

Con il termine flebite si indica, in senso stretto, un processo di infiammazione che interessa una vena. Questa infiammazione può coinvolgere sia le vene superficiali, situate appena sotto la pelle, sia le vene profonde, che decorrono più internamente tra i muscoli. Nella pratica clinica, quando si parla di flebite ci si riferisce spesso alla flebite superficiale, cioè all’infiammazione di una vena visibile o palpabile, ad esempio lungo la gamba o il braccio. L’infiammazione può essere isolata oppure associarsi alla formazione di un coagulo di sangue (trombo) all’interno della vena: in questo caso si parla più propriamente di tromboflebite.

La flebite superficiale è relativamente frequente e, nella maggior parte dei casi, è meno pericolosa rispetto alla trombosi che interessa le vene profonde. Può insorgere, per esempio, in corrispondenza di vene varicose, dopo un trauma locale, in seguito al posizionamento di un catetere venoso o di un ago cannula, oppure in presenza di alcune condizioni sistemiche che favoriscono l’infiammazione o la coagulazione del sangue. Dal punto di vista clinico, la vena colpita appare come un cordone duro, dolente, arrossato e caldo al tatto, spesso ben delimitato lungo il decorso venoso. Il dolore tende a essere localizzato e può aumentare alla palpazione o alla pressione.

È importante distinguere tra flebite superficiale “semplice”, in cui prevale l’infiammazione della parete venosa, e forme in cui è presente un trombo che occlude parzialmente o completamente il lume della vena. Nelle tromboflebiti superficiali, il rischio principale è che il trombo si estenda verso segmenti venosi più prossimali o che coinvolga punti di comunicazione con il sistema venoso profondo. In alcune situazioni, soprattutto se la tromboflebite interessa vene prossime alla giunzione con il sistema profondo, può aumentare il rischio di complicanze più serie, come la trombosi venosa profonda.

Le cause di flebite sono molteplici e spesso riconducibili a tre meccanismi principali: danno o irritazione della parete venosa (per esempio per iniezioni, cateteri, traumi), rallentamento del flusso di sangue (stasi venosa, tipica delle vene varicose o dell’immobilità prolungata) e alterazioni della coagulazione che rendono il sangue più “denso” o incline a formare coaguli. Questi tre elementi ricordano la cosiddetta “triade di Virchow”, un modello che descrive i fattori alla base della formazione dei trombi venosi. Anche se la flebite superficiale è spesso considerata una condizione benigna, non va sottovalutata, soprattutto se recidivante, estesa o associata a fattori di rischio sistemici, perché può rappresentare un campanello d’allarme di una tendenza alla trombosi.

Cos’è la trombosi?

Il termine trombosi indica la formazione di un coagulo di sangue (trombo) all’interno di un vaso sanguigno, che può essere una vena o un’arteria. Quando la trombosi interessa le vene, si parla di trombosi venosa; quando colpisce le arterie, si parla di trombosi arteriosa. Nell’ambito delle malattie venose, la forma più rilevante dal punto di vista clinico è la trombosi venosa profonda (TVP), cioè la formazione di un trombo in una vena profonda, in genere degli arti inferiori (polpaccio, coscia), ma talvolta anche del bacino o, più raramente, degli arti superiori. La trombosi venosa profonda rientra nel quadro più ampio della tromboembolia venosa, che comprende anche l’embolia polmonare.

Nella trombosi venosa profonda, il trombo si forma all’interno della vena e può ostacolare in modo parziale o completo il ritorno del sangue verso il cuore. Questo determina gonfiore, dolore e alterazioni del colore e della temperatura dell’arto interessato. A differenza della flebite superficiale, la trombosi venosa profonda coinvolge vasi non visibili dall’esterno e può quindi manifestarsi con sintomi meno evidenti o più sfumati, soprattutto nelle fasi iniziali. In alcuni casi, la trombosi può essere addirittura paucisintomatica o asintomatica, venendo scoperta solo in occasione di esami strumentali eseguiti per altri motivi.

La trombosi venosa profonda è considerata una condizione potenzialmente grave perché il trombo, o una sua parte, può staccarsi e migrare attraverso il circolo venoso fino ai polmoni, causando un’embolia polmonare. L’embolia polmonare può manifestarsi con mancanza di fiato improvvisa, dolore toracico, tachicardia, tosse talvolta con sangue e, nei casi più severi, collasso cardiovascolare. Per questo motivo, la TVP richiede una diagnosi tempestiva e un trattamento adeguato, in genere basato su farmaci anticoagulanti che riducono la capacità del sangue di coagulare e limitano l’estensione del trombo.

I fattori di rischio per la trombosi venosa profonda sono numerosi e spesso si sommano tra loro. Tra i principali rientrano l’immobilità prolungata (ad esempio dopo interventi chirurgici, traumi, lunghi viaggi), interventi ortopedici o addominali maggiori, neoplasie, alcune malattie croniche, l’uso di terapie ormonali (come contraccettivi estroprogestinici o terapia ormonale sostitutiva), la gravidanza e il puerperio, l’obesità, il fumo e le trombofilie ereditarie o acquisite (condizioni che aumentano la tendenza del sangue a coagulare). Anche l’età avanzata e una storia personale o familiare di trombosi aumentano il rischio.

Differenze nei sintomi

Dal punto di vista dei sintomi, la differenza più evidente tra flebite superficiale e trombosi venosa profonda riguarda la localizzazione e l’aspetto delle manifestazioni cliniche. Nella flebite superficiale, la vena colpita è in genere ben visibile o palpabile sotto la pelle: si presenta come un cordone duro, dolente, arrossato e caldo lungo il suo decorso. Il dolore è spesso localizzato, aumenta alla palpazione e può essere associato a un lieve gonfiore circostante, ma di solito non interessa l’intero arto. Il paziente può riferire una sensazione di bruciore o tensione lungo la vena, ma raramente compaiono sintomi sistemici importanti, salvo nei casi più estesi o in presenza di infezione associata.

Nella trombosi venosa profonda, invece, i sintomi sono più profondi e diffusi, perché il trombo interessa vene situate tra i muscoli. Il segno più caratteristico è il gonfiore dell’arto, spesso asimmetrico rispetto al lato sano: ad esempio, una gamba che appare più gonfia, tesa e pesante rispetto all’altra. Il dolore tende a localizzarsi al polpaccio o alla coscia, può essere sordo o crampiforme e peggiora in genere alla deambulazione o alla flessione del piede. La cute può apparire più calda, lucida e di colore variabile (rossastro, violaceo o, talvolta, pallido) rispetto all’arto controlaterale. In alcuni casi, il dolore può essere modesto o assente, rendendo la diagnosi più insidiosa.

Un altro elemento distintivo è la visibilità della vena interessata. Nella flebite superficiale, la vena infiammata è spesso chiaramente apprezzabile alla vista e al tatto, mentre nella trombosi venosa profonda le vene colpite non sono direttamente osservabili, perché decorrono in profondità. Questo significa che, in presenza di gonfiore improvviso e dolore a un arto senza segni evidenti sulla superficie cutanea, bisogna pensare alla possibilità di una TVP, soprattutto se sono presenti fattori di rischio noti (intervento recente, immobilità, neoplasia, terapia ormonale, gravidanza, ecc.).

È importante anche considerare i segnali di allarme sistemici. La flebite superficiale non complicata raramente si associa a sintomi generali importanti; al massimo può comparire una lieve febbricola o malessere. Al contrario, la trombosi venosa profonda può essere il preludio a un’embolia polmonare: la comparsa improvvisa di fiato corto, dolore toracico, tachicardia, sensazione di svenimento o tosse con sangue in una persona con sospetta TVP rappresenta un’emergenza medica e richiede un accesso immediato al pronto soccorso. In sintesi, mentre la flebite superficiale tende a manifestarsi con segni locali ben delimitati, la trombosi venosa profonda si presenta con sintomi più diffusi, meno specifici e potenzialmente associati a complicanze gravi.

Trattamenti e prevenzione

Il trattamento della flebite superficiale e della trombosi venosa profonda differisce in modo significativo, proprio perché diversa è la gravità potenziale delle due condizioni. Nella flebite superficiale non complicata, la gestione è spesso ambulatoriale e si basa su misure locali e generali: riposo relativo con arto sollevato, applicazione di calze o bendaggi elastocompressivi se indicati, mobilizzazione moderata per favorire il ritorno venoso, utilizzo di farmaci antinfiammatori o topici su indicazione medica per ridurre dolore e infiammazione. In presenza di tromboflebite superficiale estesa o vicina alle giunzioni con il sistema venoso profondo, il medico può valutare l’opportunità di una terapia anticoagulante a dosi e per durate stabilite in base alle linee guida e al profilo di rischio individuale.

La trombosi venosa profonda, invece, richiede quasi sempre una terapia anticoagulante sistemica, almeno per un periodo di tempo definito, con l’obiettivo di prevenire l’estensione del trombo, la formazione di nuovi coaguli e la comparsa di embolia polmonare. I farmaci utilizzati appartengono a diverse classi (eparine, anticoagulanti orali diretti, antagonisti della vitamina K), e la scelta dipende da molteplici fattori clinici, comorbidità, eventuali interazioni farmacologiche e preferenze del paziente, sempre sotto stretto controllo medico. In alcuni casi selezionati, soprattutto in presenza di controindicazioni alla terapia anticoagulante o di rischio molto elevato di embolia, possono essere presi in considerazione interventi più invasivi, come il posizionamento di filtri nella vena cava o procedure endovascolari per rimuovere o frammentare il trombo.

La prevenzione gioca un ruolo centrale sia per la flebite sia per la trombosi venosa profonda. A livello di stile di vita, è utile mantenere un’attività fisica regolare, evitare l’immobilità prolungata (per esempio alzandosi e camminando durante lunghi viaggi o periodi di lavoro sedentario), controllare il peso corporeo, smettere di fumare e curare eventuali varici o altre patologie venose croniche. In situazioni a rischio aumentato, come interventi chirurgici maggiori, ricoveri prolungati, gravidanza o presenza di neoplasie, il medico può prescrivere misure di profilassi specifiche, che includono l’uso di calze elastiche, dispositivi di compressione pneumatica intermittente e/o farmaci anticoagulanti a basse dosi per un periodo limitato.

Un aspetto fondamentale della prevenzione è il riconoscimento precoce dei sintomi e la consapevolezza dei propri fattori di rischio. Chi ha già avuto un episodio di trombosi venosa o flebite, chi presenta trombofilie note o chi è esposto a condizioni che favoriscono la stasi venosa e l’ipercoagulabilità dovrebbe essere informato sui segni da non sottovalutare e sulle misure da adottare nelle situazioni a rischio (viaggi lunghi, interventi chirurgici, immobilizzazione). È sempre consigliabile discutere con il proprio medico o con uno specialista in angiologia la necessità di eventuali strategie di prevenzione personalizzate, evitando il fai-da-te con farmaci anticoagulanti o integratori che possono interferire con la coagulazione.

In conclusione, flebite e trombosi sono due condizioni strettamente correlate ma non sovrapponibili: la flebite indica principalmente un processo infiammatorio a carico di una vena, spesso superficiale, mentre la trombosi descrive la formazione di un coagulo all’interno di un vaso, con particolare rilevanza clinica quando interessa le vene profonde degli arti inferiori. Le differenze nei sintomi, nella gravità e nel trattamento rendono essenziale una corretta distinzione tra le due, senza però dimenticare che una flebite superficiale può, in alcuni casi, rappresentare un segnale di rischio aumentato per eventi trombotici più seri. In presenza di segni sospetti – gonfiore improvviso di un arto, dolore al polpaccio, cordone venoso arrossato e dolente, difficoltà respiratoria improvvisa – è opportuno rivolgersi tempestivamente al medico o, se i sintomi sono importanti, al pronto soccorso, per una valutazione clinica e strumentale adeguata.

Per approfondire

Trombosi venosa profonda – Ministero della Salute Scheda istituzionale italiana che definisce la trombosi venosa profonda, ne descrive sedi tipiche, sintomi e inquadramento tra le malattie cardiovascolari.

About Venous Thromboembolism (Blood Clots) – CDC Panoramica completa in inglese su trombosi venosa profonda ed embolia polmonare, con fattori di rischio, sintomi e indicazioni generali di prevenzione.

Venous Thromboembolism – Deep Vein Thrombosis (DVT) – NIH Approfondimento in inglese sulla trombosi venosa profonda, con spiegazione di cause, sintomi, diagnosi e principi di trattamento.

Flebite: sintomi, cause, diagnosi e trattamenti – Auxologico Articolo divulgativo di un centro specialistico italiano che illustra in dettaglio flebite superficiale e trombosi venosa profonda, con particolare attenzione a sintomi e complicanze.

Venous thrombosis (review) – PubMed Revisione scientifica in inglese che riassume l’impatto clinico della tromboembolia venosa e discute i principali fattori di rischio genetici e acquisiti.