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L’aspirina (acido acetilsalicilico) è uno dei farmaci più conosciuti e utilizzati al mondo, spesso percepito come “protettore del cuore”. In realtà, per chi ha problemi cardiaci la questione è molto più complessa: in alcuni casi l’aspirina è un cardine della terapia, in altri può essere inutile o addirittura dannosa, soprattutto se assunta in automedicazione senza una valutazione accurata del rischio di sanguinamento.
Capire quando l’aspirina è davvero indicata, quali effetti ha sul cuore e sul sistema cardiovascolare, quali sono le principali controindicazioni e quali alternative esistono è fondamentale per pazienti e familiari. Questo articolo offre un inquadramento generale, basato sulle evidenze scientifiche e sulle linee di principio delle linee guida, ma non sostituisce in alcun modo il parere del cardiologo o del medico curante, che resta l’unico riferimento per decisioni terapeutiche individuali.
Quando l’aspirina è consigliata
Quando si parla di “problemi di cuore” si può intendere una vasta gamma di condizioni: dall’ipertensione alla cardiopatia ischemica, dall’insufficienza cardiaca alle aritmie. L’aspirina, però, non è indicata in modo indistinto per tutte queste situazioni. Il suo impiego principale in cardiologia riguarda la prevenzione degli eventi cardiovascolari di origine aterotrombotica, cioè legati alla formazione di trombi (coaguli) su placche aterosclerotiche nelle arterie coronarie, cerebrali o periferiche. In pratica, l’aspirina è soprattutto un farmaco di prevenzione di infarto, ictus ischemico e altre complicanze vascolari in persone selezionate, non un “rinforzante generico” del cuore.
È essenziale distinguere tra prevenzione secondaria e prevenzione primaria. In prevenzione secondaria rientrano i pazienti che hanno già avuto un evento cardiovascolare (infarto miocardico, ictus ischemico, TIA, angioplastica coronarica, bypass aorto-coronarico, malattia coronarica documentata). In questi casi, le evidenze mostrano che l’aspirina a basse dosi riduce in modo significativo il rischio di nuovi eventi e la mortalità, e per questo è generalmente raccomandata salvo controindicazioni specifiche. In prevenzione primaria, invece, si parla di persone che non hanno mai avuto un evento cardiovascolare, ma possono avere fattori di rischio (ipertensione, diabete, colesterolo alto, fumo): qui il bilancio tra benefici e rischi è molto più delicato e l’uso routinario dell’aspirina è spesso sconsigliato, richiedendo una valutazione caso per caso. Per chi assume già farmaci che agiscono sulla coagulazione, è utile approfondire anche il tema di chi prende anticoagulanti e vitamina C, trattato in modo specifico nella pagina dedicata alla compatibilità tra anticoagulanti e vitamina C.
Per i pazienti con cardiopatia ischemica stabile (ad esempio angina stabile o coronaropatia documentata ma non in fase acuta), l’aspirina a basse dosi è spesso parte della terapia di lungo periodo, perché riduce il rischio di infarto e di morte cardiovascolare. Analogamente, dopo un infarto o un’angioplastica con posizionamento di stent, l’aspirina viene in genere prescritta per periodi prolungati, talvolta a vita, spesso in associazione temporanea con un secondo antiaggregante. Tuttavia, la durata e la combinazione dei farmaci antiaggreganti dipendono da molti fattori (tipo di stent, rischio emorragico, altre patologie) e devono essere decise dal cardiologo.
In prevenzione primaria, invece, le linee guida internazionali più recenti tendono a scoraggiare l’uso sistematico dell’aspirina nella popolazione generale, anche se ad alto rischio cardiovascolare, perché la riduzione degli eventi cardiovascolari è modesta e si accompagna a un aumento significativo dei sanguinamenti maggiori, in particolare gastrointestinali e cerebrali. In alcune categorie selezionate ad altissimo rischio, l’aspirina può ancora essere presa in considerazione, ma solo dopo una valutazione personalizzata del rapporto beneficio/rischio. Per questo, chi ha “problemi di cuore” ma non ha mai avuto infarto o ictus non dovrebbe iniziare l’aspirina di propria iniziativa, neppure se ha familiarità o altri fattori di rischio.
Effetti dell’aspirina sul cuore
L’aspirina appartiene alla classe dei farmaci antiaggreganti piastrinici: agisce inibendo in modo irreversibile un enzima (COX-1) nelle piastrine, riducendo la produzione di trombossano A2, una sostanza che favorisce l’aggregazione piastrinica e la formazione di trombi. In termini semplici, rende le piastrine “meno appiccicose” e quindi meno propense a formare coaguli all’interno delle arterie. Questo effetto è particolarmente importante nelle coronarie, dove la rottura di una placca aterosclerotica può innescare la formazione di un trombo che occlude il vaso e provoca un infarto miocardico.
Gli studi condotti nei pazienti con malattia cardiovascolare stabile hanno dimostrato che l’aspirina a basse dosi riduce in modo significativo il rischio di eventi cardiovascolari maggiori (infarto, ictus, morte cardiovascolare) rispetto al non uso. Questo beneficio è alla base delle raccomandazioni consolidate per l’impiego dell’aspirina in prevenzione secondaria. È importante sottolineare che l’effetto protettivo riguarda soprattutto gli eventi di natura aterotrombotica; l’aspirina non “rafforza” il muscolo cardiaco, non migliora direttamente la funzione di pompa del cuore e non sostituisce altri farmaci fondamentali come betabloccanti, ACE-inibitori, sartani, statine o diuretici, che agiscono su meccanismi diversi.
Nel contesto della prevenzione primaria, l’effetto dell’aspirina sul cuore e sul sistema cardiovascolare è più sfumato. Le meta-analisi mostrano una riduzione modesta degli eventi cardiovascolari, in particolare infarto miocardico non fatale e ictus ischemico, ma senza un chiaro impatto sulla mortalità totale o cardiovascolare. Questo significa che, pur diminuendo leggermente la probabilità di un primo evento, l’aspirina non sembra tradursi in un vantaggio netto in termini di sopravvivenza nella popolazione generale, soprattutto quando i fattori di rischio sono ben controllati con altre strategie (stile di vita, statine, controllo pressorio).
Un aspetto cruciale è che l’effetto antiaggregante dell’aspirina è “a doppio taglio”: riducendo la capacità del sangue di coagulare, diminuisce il rischio di trombi nelle arterie, ma aumenta il rischio di sanguinamenti, in particolare a livello gastrointestinale (ulcere, emorragie digestive) e intracranico (emorragie cerebrali). Questo rischio emorragico è presente anche con le basse dosi utilizzate in cardiologia e tende ad aumentare con l’età, la presenza di altre patologie (come insufficienza renale o epatica), l’uso concomitante di altri farmaci che interferiscono con la coagulazione (anticoagulanti, altri antiaggreganti, FANS) e la storia di precedenti sanguinamenti. Per questo, l’effetto dell’aspirina sul cuore non può essere valutato isolatamente, ma va sempre bilanciato con il rischio di emorragia.
Controindicazioni dell’aspirina
Per chi ha problemi di cuore, la tentazione di assumere aspirina “per sicurezza” è diffusa, ma può essere pericolosa se non si considerano attentamente le controindicazioni. Alcune condizioni rappresentano vere e proprie controindicazioni assolute, in cui l’aspirina non dovrebbe essere utilizzata, mentre altre richiedono una valutazione di cautela e un attento monitoraggio. Tra le controindicazioni assolute rientrano l’allergia nota all’aspirina o ad altri FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei), con reazioni come broncospasmo, orticaria o shock anafilattico, e alcune forme di diatesi emorragica (tendenza congenita o acquisita a sanguinare facilmente).
Un capitolo particolarmente importante riguarda l’apparato gastrointestinale. L’aspirina può danneggiare la mucosa gastrica e duodenale, favorendo la comparsa di gastrite erosiva, ulcere e sanguinamenti. Chi ha una storia di ulcera peptica, emorragia digestiva o gastrite severa è a rischio aumentato di complicanze; in questi casi, l’uso di aspirina richiede una valutazione molto prudente, spesso associata a farmaci gastroprotettori (come gli inibitori di pompa protonica) e, in alcuni casi, la scelta di alternative terapeutiche. Anche l’abuso di alcol, l’uso concomitante di cortisonici o di altri FANS aumenta il rischio di danno gastrointestinale e va considerato nella decisione.
Un’altra area critica è l’associazione con altri farmaci che interferiscono con la coagulazione. L’uso concomitante di aspirina con anticoagulanti orali (come warfarin o i DOAC) o con altri antiaggreganti (clopidogrel, prasugrel, ticagrelor) aumenta in modo significativo il rischio di sanguinamenti maggiori. In alcuni contesti cardiologici, queste associazioni sono necessarie (ad esempio dopo un infarto con stent o in presenza di fibrillazione atriale e coronaropatia), ma devono essere gestite da specialisti, con una valutazione molto attenta del rischio emorragico e del beneficio atteso. L’aggiunta “fai da te” di aspirina a una terapia anticoagulante o antiaggregante già in corso è particolarmente rischiosa e va assolutamente evitata.
Altre situazioni che richiedono cautela includono l’insufficienza renale cronica, l’insufficienza epatica, l’età molto avanzata, il basso peso corporeo e la presenza di anemia o piastrinopenia (basso numero di piastrine). In questi contesti, anche le basse dosi di aspirina possono aumentare in modo rilevante il rischio di sanguinamento. Inoltre, in alcune cardiopatie non aterotrombotiche (ad esempio alcune cardiomiopatie, valvulopatie senza fibrillazione atriale) l’aspirina può non offrire un beneficio chiaro, mentre espone comunque al rischio emorragico. Per questo, la decisione di usare o meno l’aspirina non può basarsi solo sulla presenza generica di “problemi di cuore”, ma deve tenere conto del tipo specifico di patologia cardiaca e del profilo complessivo del paziente.
Consultare il medico prima dell’uso
Per chi ha problemi cardiaci, l’aspirina non è un semplice analgesico da banco, ma un vero e proprio farmaco cardiovascolare con effetti importanti sulla coagulazione. Iniziare o sospendere l’aspirina senza consultare il medico può avere conseguenze serie. Nei pazienti che la assumono in prevenzione secondaria, ad esempio dopo un infarto o un’angioplastica, l’interruzione improvvisa può aumentare il rischio di trombosi di stent o di nuovi eventi cardiovascolari. Al contrario, iniziare l’aspirina “di propria iniziativa” in prevenzione primaria, magari perché “in famiglia tutti hanno il cuore malato”, può esporre a sanguinamenti maggiori senza un reale beneficio, soprattutto se i fattori di rischio sono già ben controllati con altre terapie.
La valutazione del medico, e in particolare del cardiologo o del medico di medicina generale, serve a stimare in modo strutturato sia il rischio cardiovascolare sia il rischio emorragico. Per il rischio cardiovascolare si considerano età, sesso, pressione arteriosa, colesterolo, fumo, diabete, familiarità, presenza di malattia aterosclerotica documentata, eventuali eventi pregressi. Per il rischio emorragico si valutano storia di ulcera o sanguinamenti, funzionalità renale ed epatica, età avanzata, uso di altri farmaci che aumentano il rischio di sanguinamento, consumo di alcol, disturbi della coagulazione. Solo mettendo insieme questi elementi è possibile capire se, per una persona specifica, l’aspirina comporti più benefici che rischi o viceversa.
Un altro aspetto fondamentale è la comunicazione completa al medico di tutti i farmaci e integratori assunti, compresi quelli da banco e i prodotti “naturali”. Molti pazienti non riferiscono l’uso di FANS occasionali, integratori a base di ginkgo biloba, aglio, omega-3 o altri prodotti che possono interferire con la coagulazione, sottovalutandone l’impatto. In realtà, queste associazioni possono aumentare il rischio di sanguinamento quando si assume aspirina, soprattutto se sono presenti altri fattori di rischio. Informare il medico permette di evitare combinazioni pericolose e di pianificare eventuali esami di controllo (ad esempio emocromo, funzionalità renale, valutazione della pressione) per monitorare la sicurezza della terapia.
Infine, è importante discutere con il medico anche le situazioni particolari in cui potrebbe essere necessario sospendere temporaneamente l’aspirina, ad esempio in vista di un intervento chirurgico o di una procedura invasiva (endoscopia, biopsia, chirurgia odontoiatrica complessa). In questi casi, la decisione di sospendere o meno l’aspirina, e per quanto tempo, dipende dal bilancio tra rischio di sanguinamento durante la procedura e rischio di evento trombotico se il farmaco viene interrotto. Questa valutazione deve essere condivisa tra il cardiologo, il medico curante e lo specialista che eseguirà la procedura, evitando decisioni autonome che potrebbero risultare dannose.
Alternative all’aspirina
Per molte persone con problemi di cuore, la protezione cardiovascolare non passa necessariamente dall’aspirina. In numerosi casi, soprattutto in prevenzione primaria, le strategie più efficaci e sicure sono il controllo intensivo dei fattori di rischio e l’adozione di uno stile di vita cardioprotettivo. Smettere di fumare, mantenere un peso corporeo adeguato, seguire una dieta equilibrata ricca di frutta, verdura, legumi, cereali integrali e povera di grassi saturi e zuccheri semplici, praticare attività fisica regolare, controllare la pressione arteriosa e il colesterolo sono interventi che riducono in modo significativo il rischio di infarto e ictus, spesso più dell’aspirina in prevenzione primaria, e senza aumentare il rischio di sanguinamenti.
Dal punto di vista farmacologico, un ruolo centrale nella prevenzione cardiovascolare è svolto dalle statine, farmaci che riducono il colesterolo LDL e hanno effetti stabilizzanti sulle placche aterosclerotiche. Numerosi studi hanno dimostrato che le statine riducono in modo consistente il rischio di eventi cardiovascolari e la mortalità, sia in prevenzione primaria ad alto rischio sia in prevenzione secondaria. In molti pazienti, l’uso appropriato di statine, associato al controllo della pressione con farmaci antipertensivi adeguati e alla gestione del diabete, offre una protezione cardiovascolare sostanziale, rendendo meno necessario o non giustificato l’impiego di aspirina in prevenzione primaria.
Esistono poi altri antiaggreganti piastrinici diversi dall’aspirina (come clopidogrel, prasugrel, ticagrelor), che vengono utilizzati in specifiche situazioni cardiologiche, ad esempio dopo un infarto o un’angioplastica con stent, spesso in associazione all’aspirina per un periodo definito. In alcuni pazienti che non tollerano l’aspirina o presentano controindicazioni specifiche, il medico può valutare l’uso di un antiaggregante alternativo. Tuttavia, anche questi farmaci comportano un rischio di sanguinamento e devono essere prescritti e monitorati dallo specialista; non rappresentano quindi una “versione più sicura” da assumere autonomamente al posto dell’aspirina.
Per chi ha problemi di cuore ma non una malattia aterotrombotica documentata, la priorità è spesso ottimizzare le terapie già in corso (ad esempio per lo scompenso cardiaco, le aritmie, le valvulopatie) e intervenire sui fattori di rischio modificabili, piuttosto che aggiungere un antiaggregante. In alcuni casi, come nella fibrillazione atriale, la protezione dall’ictus non si basa sull’aspirina ma su veri e propri anticoagulanti orali, che hanno un profilo di efficacia e sicurezza diverso e richiedono una gestione specialistica. In sintesi, l’aspirina è solo uno degli strumenti disponibili per proteggere il cuore e i vasi: la scelta di usarla o meno deve inserirsi in una strategia globale di prevenzione e cura, costruita su misura dal medico in base alle caratteristiche di ciascun paziente.
In conclusione, chi ha problemi di cuore può talvolta trarre grande beneficio dall’aspirina, soprattutto se ha già avuto un infarto, un ictus o ha una malattia aterosclerotica documentata; in altri casi, però, l’aspirina può offrire vantaggi limitati e aumentare in modo significativo il rischio di sanguinamenti. La distinzione tra prevenzione primaria e secondaria, la valutazione del rischio cardiovascolare ed emorragico, la presenza di altre patologie e terapie concomitanti sono elementi decisivi che solo il medico può integrare. Evitare l’automedicazione, non sospendere né iniziare l’aspirina senza confronto con il proprio curante e puntare su uno stile di vita sano e sul controllo dei fattori di rischio restano le scelte più sicure e razionali per proteggere il cuore nel lungo periodo.
Per approfondire
Effect of low-dose aspirin on reducing cardiovascular events and mortality in individuals with CKD stages 3-5: a meta-analysis of randomized controlled trials – Meta-analisi recente che valuta benefici e rischi dell’aspirina a basse dosi nei pazienti con malattia renale cronica avanzata, utile per comprendere il bilancio tra protezione cardiovascolare e rischio emorragico in un sottogruppo particolarmente delicato.
Benefits and Risks Associated with Low-Dose Aspirin Use for the Primary Prevention of Cardiovascular Disease – Revisione sistematica e meta-analisi di trial randomizzati che analizza in dettaglio l’uso dell’aspirina in prevenzione primaria, evidenziando la riduzione degli eventi cardiovascolari ma anche l’aumento dei sanguinamenti maggiori.
Aspirin for primary prevention of cardiovascular disease: a meta-analysis with a particular focus on subgroups – Meta-analisi focalizzata sui diversi sottogruppi di pazienti (ad esempio in terapia con statine o non fumatori), utile per capire come il rapporto beneficio/rischio dell’aspirina possa variare in base alle caratteristiche individuali.
Association of Aspirin Use for Primary Prevention With Cardiovascular Events and Bleeding Events – Revisione sistematica che mette a confronto, in prevenzione primaria, la riduzione degli eventi cardiovascolari con l’aumento dei sanguinamenti, fornendo una base quantitativa per le decisioni cliniche.
Low-dose aspirin in patients with stable cardiovascular disease: a meta-analysis – Meta-analisi classica che documenta in modo chiaro i benefici dell’aspirina a basse dosi nei pazienti con malattia cardiovascolare stabile, a supporto del suo impiego in prevenzione secondaria.
