Quale acqua deve bere un cardiopatico?

Scelta dell’acqua e gestione dell’idratazione nei pazienti con cardiopatia

Per chi soffre di cardiopatia, la domanda “quale acqua devo bere?” non è affatto banale. L’idratazione influisce sulla pressione arteriosa, sul lavoro del cuore, sulla funzione renale e sull’equilibrio di sali minerali come sodio e potassio. Non esiste una “marca miracolosa” valida per tutti, ma esistono principi generali e accortezze che possono aiutare a scegliere in modo più consapevole, sempre all’interno di un percorso seguito dal cardiologo.

Questa guida offre un inquadramento basato sulle evidenze disponibili: perché l’idratazione è importante per il cuore, quali caratteristiche dell’acqua osservare in etichetta (in particolare il contenuto di sodio), come cambia il fabbisogno di liquidi nei diversi tipi di cardiopatia, quali sono i segnali di allarme da non sottovalutare e quando è necessario rivolgersi allo specialista per indicazioni personalizzate su quantità e tipo di acqua.

Importanza dell’idratazione per i cardiopatici

L’acqua rappresenta la componente principale del sangue e dei liquidi circolanti: mantenere un’idratazione adeguata significa permettere al cuore di pompare un volume di sangue con una viscosità ottimale, riducendo lo sforzo necessario per garantire la perfusione di organi e tessuti. Nei cardiopatici, il margine di compenso del cuore è spesso ridotto: sia la disidratazione sia il sovraccarico di liquidi possono peggiorare i sintomi. Una lieve disidratazione può causare calo di pressione, tachicardia riflessa, sensazione di stanchezza e, nel lungo periodo, contribuire a un peggior controllo della pressione arteriosa e della funzione renale, elementi strettamente collegati alla salute cardiovascolare.

Al contrario, un eccesso di liquidi in un cuore già compromesso può favorire la comparsa o il peggioramento di edema (gonfiore a gambe e caviglie), congestione polmonare con fiato corto, aumento di peso rapido e senso di “pienezza” addominale. Per questo, nei pazienti con scompenso cardiaco, il bilancio tra liquidi introdotti e liquidi eliminati (soprattutto con le urine) è un parametro clinico fondamentale. L’idratazione non va quindi intesa solo come “bere tanto”, ma come “bere la giusta quantità” in rapporto alla propria condizione cardiaca, alla terapia (per esempio diuretici) e alle condizioni ambientali, come caldo intenso o febbre.

Un altro aspetto cruciale è l’equilibrio degli elettroliti, in particolare sodio e potassio. L’acqua che beviamo può contenere quantità variabili di questi sali: se in un soggetto sano questo di solito non rappresenta un problema, in chi assume farmaci come diuretici, ACE-inibitori o sartani, o ha una funzione renale ridotta, anche piccole variazioni possono avere un impatto maggiore. Un’idratazione adeguata aiuta inoltre a mantenere una buona funzione renale, che a sua volta è essenziale per eliminare l’eccesso di sodio e acqua, contribuendo al controllo della pressione e alla prevenzione del sovraccarico di volume.

Infine, alcuni studi osservazionali suggeriscono che una buona idratazione nel corso della vita possa essere associata a un minor rischio di sviluppare scompenso cardiaco e alterazioni strutturali del cuore. Questo non significa che bere di più “cura” o “previene” da solo le cardiopatie, ma sottolinea come l’idratazione faccia parte di uno stile di vita complessivamente favorevole al cuore, insieme a dieta equilibrata, attività fisica adeguata, astensione dal fumo e controllo dei principali fattori di rischio come ipertensione, diabete e dislipidemia.

Tipi di acqua consigliati

Quando si parla di “quale acqua deve bere un cardiopatico”, il punto centrale non è tanto la marca, quanto le caratteristiche riportate in etichetta. In generale, per chi ha rischio cardiovascolare o cardiopatia è spesso preferibile un’acqua con basso contenuto di sodio, perché il sodio in eccesso favorisce ritenzione idrica e aumento della pressione arteriosa. In etichetta, il sodio è indicato come “Na+” e viene espresso in mg/L: acque con valori contenuti sono da preferire rispetto a quelle più ricche. Anche il “residuo fisso” (la quantità di sali minerali totali dopo evaporazione) può dare un’idea della mineralizzazione complessiva, ma il parametro più rilevante per il cuore resta il sodio.

L’acqua del rubinetto, in molte aree italiane, è potabile e sicura; il suo contenuto di sali dipende dalla zona e dalle caratteristiche dell’acquedotto. Per chi ha cardiopatia e, in particolare, ipertensione o scompenso, può essere utile informarsi presso il gestore idrico locale sui valori medi di sodio e durezza dell’acqua di rete. Le acque minerali in bottiglia offrono il vantaggio di un’etichetta dettagliata e costante nel tempo, che permette di scegliere con maggiore precisione. Non esistono però linee guida che indichino una specifica “categoria” (oligominerale, minimamente mineralizzata, ecc.) valida per tutti i cardiopatici: la scelta va sempre contestualizzata con il medico curante.

Un dubbio frequente riguarda l’acqua frizzante. L’anidride carbonica disciolta non è di per sé dannosa per il cuore, ma può causare gonfiore addominale, eruttazioni e, in alcune persone, peggiorare il reflusso gastroesofageo. Nei cardiopatici con dispnea (fiato corto) o con sensazione di “pienezza” toracica, questo disagio può essere più fastidioso. Inoltre, alcune acque gassate possono avere un contenuto di sodio più elevato: è quindi importante leggere l’etichetta e non dare per scontato che “frizzante” significhi automaticamente più salata, ma verificare caso per caso. Se non ci sono controindicazioni specifiche, una moderata quantità di acqua frizzante a basso sodio può essere compatibile con una dieta cardioprotettiva.

Per chi ha calcoli renali, osteoporosi o altre condizioni concomitanti, la scelta dell’acqua può richiedere ulteriori valutazioni (per esempio contenuto di calcio, magnesio, bicarbonati). In questi casi, è ancora più importante che il cardiologo e, se necessario, il nefrologo o altri specialisti coordinino le indicazioni. In sintesi, per la maggior parte dei cardiopatici si può dire che: è preferibile un’acqua a basso contenuto di sodio; non è necessario inseguire acque “speciali” o “funzionali” se non su indicazione medica; la costanza nelle abitudini e l’attenzione alla quantità totale di liquidi sono spesso più importanti della scelta tra una marca e l’altra.

Effetti dell’acqua minerale sul cuore

L’acqua minerale, rispetto all’acqua di rubinetto, ha una composizione di sali minerali più stabile e dichiarata in etichetta. Questo permette di valutare meglio l’apporto di sodio, calcio, magnesio e altri elementi che, in misura diversa, possono influenzare la salute cardiovascolare. Il sodio, come già accennato, è il principale elemento da monitorare nei cardiopatici: un’acqua con alto contenuto di sodio può contribuire, insieme al sale degli alimenti, a superare i livelli racomandati, favorendo ipertensione e ritenzione idrica. Per chi ha scompenso cardiaco o ipertensione difficile da controllare, questa attenzione diventa ancora più rilevante.

Alcune acque minerali sono ricche di calcio e magnesio. Il calcio è importante per la salute delle ossa e per la contrazione muscolare, incluso il muscolo cardiaco, mentre il magnesio partecipa alla regolazione del ritmo cardiaco e alla funzione neuromuscolare. In genere, le quantità assunte con l’acqua, anche se significative, non sono tali da sostituire una terapia, ma possono contribuire al fabbisogno quotidiano. Tuttavia, in presenza di insufficienza renale o di particolari terapie (per esempio alcuni diuretici che modificano i livelli di calcio o magnesio), anche questi aspetti vanno valutati con il medico, per evitare squilibri elettrolitici.

Un altro elemento da considerare è il contenuto di bicarbonati e solfati. Le acque bicarbonato-calciche, per esempio, possono avere effetti benefici sulla digestione e sul metabolismo di alcuni nutrienti, ma non esistono prove solide che dimostrino un effetto diretto e specifico sul miglioramento della funzione cardiaca nei pazienti con cardiopatia. È importante diffidare di messaggi pubblicitari che promettono benefici cardiovascolari “miracolosi” legati a una singola acqua minerale: la salute del cuore dipende da un insieme di fattori (stile di vita, farmaci, controllo dei fattori di rischio) e non può essere affidata a un solo prodotto.

In sintesi, l’acqua minerale può essere uno strumento utile per modulare l’apporto di alcuni sali minerali, in particolare il sodio, ma va inserita in un quadro complessivo di dieta e terapia. Per la maggior parte dei cardiopatici, la priorità è scegliere un’acqua a basso contenuto di sodio e mantenere un’idratazione adeguata, evitando sia la disidratazione sia il sovraccarico di liquidi. Qualsiasi scelta più “mirata” (per esempio acque particolarmente ricche di un certo minerale) dovrebbe essere discussa con il cardiologo o con il medico di riferimento, soprattutto se si assumono farmaci che influenzano l’equilibrio idro-elettrolitico.

Consigli per una corretta idratazione

Per un cardiopatico, “quanto bere” non può essere definito con una cifra valida per tutti, perché dipende da molti fattori: tipo e gravità della cardiopatia, presenza o meno di scompenso, funzione renale, terapia in corso (soprattutto diuretici), età, peso corporeo, clima, livello di attività fisica. In assenza di indicazioni specifiche del cardiologo, le raccomandazioni generali per la popolazione adulta (circa 1,5–2 litri di liquidi al giorno per le donne e 2–2,5 litri per gli uomini, considerando tutte le bevande e parte dell’acqua contenuta negli alimenti) possono rappresentare un riferimento di massima, ma non sostituiscono il parere medico, che può indicare limiti diversi.

Un principio utile è distribuire l’assunzione di acqua nell’arco della giornata, evitando di concentrare grandi quantità in poco tempo, che potrebbero favorire un transitorio sovraccarico di volume, soprattutto nei pazienti con scompenso. Bere a piccoli sorsi, con regolarità, aiuta a mantenere un’idratazione più stabile. È importante anche ascoltare i segnali del corpo: sete intensa, bocca secca, urine molto concentrate e scarse, sensazione di stanchezza o capogiri quando ci si alza in piedi possono essere segni di disidratazione; al contrario, aumento di peso rapido (per esempio più di 1–2 kg in pochi giorni), gonfiore a gambe e caviglie, fiato corto a riposo o di notte possono indicare un eccesso di liquidi.

Nei periodi di caldo intenso, febbre, diarrea o vomito, il fabbisogno di liquidi può aumentare, ma nei cardiopatici – soprattutto se con scompenso o in terapia diuretica – è rischioso aumentare in modo autonomo e significativo l’introito di acqua senza confrontarsi con il medico. In alcune situazioni, il cardiologo può fornire indicazioni specifiche su come modulare temporaneamente la quantità di liquidi e la dose di diuretico, per prevenire sia la disidratazione sia il sovraccarico. Anche l’attività fisica, se consentita, richiede una gestione attenta dell’idratazione: è bene bere prima e dopo lo sforzo, e, se l’esercizio è prolungato o in ambiente caldo, valutare con lo specialista se siano necessari accorgimenti particolari.

Un’abitudine pratica per molti pazienti è tenere un diario del peso corporeo quotidiano, preferibilmente al mattino, a digiuno e dopo aver urinato, utilizzando sempre la stessa bilancia. Variazioni rapide possono essere un segnale precoce di ritenzione di liquidi o, al contrario, di perdita eccessiva (per esempio per diuresi molto abbondante). In presenza di cambiamenti significativi o di sintomi nuovi o peggiorati, è importante contattare il cardiologo o il centro di riferimento, senza modificare autonomamente la terapia o la quantità di acqua. L’obiettivo non è “bere il meno possibile” o “il più possibile”, ma trovare, insieme al medico, il giusto equilibrio per la propria situazione clinica.

Domande frequenti sull’idratazione

“Esiste un tipo di acqua ‘migliore’ per tutti i cardiopatici?” No. Non ci sono linee guida che indichino una specifica marca o categoria di acqua valida per tutti. In generale, è ragionevole preferire acque a basso contenuto di sodio, soprattutto in presenza di ipertensione o scompenso cardiaco, ma la scelta va sempre personalizzata. “Posso bere acqua frizzante?” Se non ci sono controindicazioni specifiche e il contenuto di sodio è basso, una quantità moderata di acqua frizzante è spesso compatibile con una dieta cardioprotettiva. Tuttavia, se provoca gonfiore o fastidio, è preferibile limitarla o scegliere l’acqua naturale.

“Quanta acqua devo bere se ho lo scompenso cardiaco?” Non esiste una risposta unica. In alcuni pazienti con scompenso avanzato o con particolari alterazioni del sodio nel sangue, il cardiologo può raccomandare una restrizione dei liquidi (per esempio intorno a 1,5–2 litri al giorno), mentre in altri casi non è necessaria una limitazione così stretta. È fondamentale seguire le indicazioni personalizzate del proprio specialista e non ridurre o aumentare drasticamente i liquidi di propria iniziativa, perché sia la disidratazione sia il sovraccarico possono essere pericolosi.

“Se bevo molta acqua, elimino il sale in eccesso e proteggo il cuore?” Bere adeguatamente aiuta i reni a funzionare meglio, ma non compensa un eccesso di sodio nella dieta. La strategia più efficace per proteggere il cuore è ridurre l’apporto di sale complessivo (sale da cucina e alimenti ricchi di sodio) e, in parallelo, mantenere un’idratazione adeguata. Bere quantità eccessive di acqua nel tentativo di “lavare via” il sale può essere rischioso, soprattutto nei cardiopatici, perché può portare a sovraccarico di volume o a squilibri del sodio nel sangue.

“Come mi devo comportare con l’idratazione in estate o durante un’influenza?” In condizioni che aumentano la perdita di liquidi (caldo, sudorazione intensa, febbre, diarrea, vomito), il fabbisogno di acqua può crescere. Tuttavia, nei pazienti con cardiopatia – in particolare con scompenso o terapia diuretica – è importante non modificare in modo autonomo e marcato la quantità di liquidi. In previsione di periodi a rischio (ondate di calore, viaggi, interventi chirurgici, terapie che possono dare diarrea), è utile chiedere al cardiologo indicazioni preventive su come gestire l’idratazione e quando contattare il medico in caso di sintomi o variazioni del peso.

In conclusione, per un cardiopatico non esiste “l’acqua perfetta” valida per tutti, ma esistono principi chiave: preferire acque a basso contenuto di sodio, mantenere un’idratazione regolare evitando sia la disidratazione sia il sovraccarico, monitorare il peso e i sintomi, e soprattutto seguire le indicazioni personalizzate del cardiologo. L’acqua è uno strumento importante per la salute del cuore, ma va sempre inserita in un quadro più ampio di stile di vita, terapia farmacologica e controlli periodici, senza affidarsi a soluzioni semplicistiche o promesse miracolistiche.

Per approfondire

Istituto Superiore di Sanità – Sodio e rischio cardiovascolare fornisce informazioni aggiornate sul ruolo del sodio nella pressione arteriosa e nella prevenzione di ictus e infarto, utili per capire perché è importante scegliere acque a basso contenuto di sodio.

NIH – Good hydration may reduce long-term risks for heart failure riassume uno studio che collega una buona idratazione nel corso della vita a un minor rischio di sviluppare scompenso cardiaco.

NIH – Hydration may slow cardiac decline and reduce heart failure risk approfondisce le evidenze sul rapporto tra adeguata assunzione di liquidi, declino della funzione cardiaca e rischio di scompenso.

ESC Heart Failure Association – Dietary sodium and fluid intake in heart failure è un documento di consenso che sintetizza le raccomandazioni su sale e liquidi nei pazienti con scompenso cardiaco.

Meta-analisi su restrizione dei liquidi nello scompenso cardiaco – PubMed analizza gli effetti della limitazione dell’introito di liquidi su esiti clinici e di laboratorio nei pazienti con scompenso.