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L’osteoporosi è una malattia molto diffusa, soprattutto nelle persone anziane e nelle donne dopo la menopausa, ma può interessare anche uomini e soggetti più giovani in presenza di particolari condizioni di rischio. Viene spesso definita una “epidemia silenziosa” perché per anni non dà sintomi evidenti e, nella maggior parte dei casi, viene scoperta solo dopo una frattura provocata da un trauma minimo, come una caduta banale. Comprendere che cos’è l’osteoporosi, come si manifesta e quali strumenti abbiamo oggi per prevenirla e trattarla è fondamentale per ridurre il rischio di fratture e mantenere una buona qualità di vita.
Questa guida offre una panoramica aggiornata e basata sulle evidenze scientifiche su definizione, sintomi, diagnosi, fattori di rischio e opzioni di trattamento dell’osteoporosi, con particolare attenzione alla realtà italiana. Le informazioni sono pensate sia per le persone che desiderano capire meglio la propria salute ossea, sia per chi assiste familiari anziani o fragili. Non sostituiscono in alcun modo il parere del medico o dello specialista in ortopedia, reumatologia o endocrinologia, ma possono aiutare a preparare domande più mirate e a riconoscere precocemente i segnali che meritano un approfondimento clinico.
Cos’è l’osteoporosi?
L’osteoporosi è una malattia sistemica dello scheletro caratterizzata da una riduzione della densità minerale ossea e da un deterioramento della micro-architettura del tessuto osseo, cioè della struttura interna dell’osso. In termini semplici, l’osso diventa più “vuoto” e fragile, meno capace di sopportare i carichi e gli urti della vita quotidiana. Questa condizione comporta un aumento del rischio di fratture, in particolare a carico di vertebre, femore prossimale (anca), polso, omero e caviglia, spesso in seguito a traumi di lieve entità che in un osso sano non provocherebbero danni. L’osteoporosi non è quindi solo una “normale” conseguenza dell’invecchiamento, ma una vera patologia che può e deve essere prevenuta, diagnosticata e trattata in modo appropriato per ridurre complicanze, disabilità e mortalità correlate alle fratture da fragilità.
Dal punto di vista clinico si distinguono forme di osteoporosi primaria e secondaria. L’osteoporosi primaria comprende soprattutto l’osteoporosi post-menopausale, legata al calo degli estrogeni nelle donne dopo la menopausa, e l’osteoporosi senile, che interessa entrambi i sessi con l’avanzare dell’età. L’osteoporosi secondaria, invece, è dovuta a malattie endocrine, gastrointestinali, ematologiche, reumatologiche, a condizioni di immobilità prolungata o all’uso cronico di alcuni farmaci, come i glucocorticoidi sistemici. È importante riconoscere queste forme perché la gestione prevede, oltre alla terapia specifica per l’osso, anche il trattamento della causa sottostante e la revisione delle terapie potenzialmente dannose per la salute scheletrica.
Un concetto chiave per comprendere l’osteoporosi è quello di “rimodellamento osseo”, il processo continuo con cui l’osso vecchio viene riassorbito e sostituito da osso nuovo. In condizioni fisiologiche, soprattutto in età giovane, esiste un equilibrio tra formazione e riassorbimento osseo che consente di raggiungere un picco di massa ossea ottimale intorno ai 20–25 anni. Con l’età, e in presenza di fattori ormonali o patologici, questo equilibrio si altera: prevale il riassorbimento, la massa ossea diminuisce e la micro-architettura si deteriora. Non tutte le persone con bassa densità minerale ossea svilupperanno una frattura, ma il rischio aumenta in modo significativo, soprattutto se si associano altri fattori come cadute frequenti, sarcopenia (perdita di massa muscolare) e problemi di equilibrio.
Dal punto di vista epidemiologico, l’osteoporosi rappresenta un importante problema di sanità pubblica. In Italia si stima che interessi circa cinque milioni di persone, in prevalenza donne in post-menopausa, ma con una quota non trascurabile di uomini, spesso sottodiagnosticati. Nel corso della vita, circa il 40% della popolazione va incontro ad almeno una frattura da fragilità di femore, vertebra o polso, con un impatto rilevante in termini di ospedalizzazioni, perdita di autonomia e costi per il Servizio Sanitario Nazionale. Le fratture di femore, in particolare, sono associate a un aumento della mortalità a breve e medio termine e a un rischio elevato di disabilità permanente, motivo per cui la prevenzione dell’osteoporosi e delle fratture da fragilità è considerata una priorità nei piani nazionali di prevenzione.
È importante sottolineare che l’osteoporosi non è una condanna inevitabile: pur essendo legata all’età e alla menopausa, il rischio individuale può essere significativamente modificato attraverso stili di vita adeguati, una diagnosi precoce nei soggetti a rischio e l’uso appropriato delle terapie farmacologiche disponibili. Intervenire già in età giovanile per favorire il raggiungimento di un buon picco di massa ossea, e successivamente per rallentarne la perdita, consente di ridurre in modo sostanziale la probabilità di fratture in età avanzata. Per questo motivo, la sensibilizzazione della popolazione e dei professionisti sanitari sull’importanza della salute dell’osso lungo tutto l’arco della vita è un elemento centrale nelle strategie di contrasto all’osteoporosi.
Sintomi e diagnosi
Uno degli aspetti più insidiosi dell’osteoporosi è la quasi totale assenza di sintomi nelle fasi iniziali e per lunghi anni di evoluzione. L’osso può andare incontro a una progressiva perdita di densità e qualità senza dare dolore o limitazioni funzionali evidenti, finché non si verifica una frattura. Per questo si parla di “malattia silente”. Le fratture vertebrali da fragilità possono talvolta manifestarsi con dolore dorsale o lombare acuto o subacuto, spesso attribuito a “mal di schiena” generico, e passare inosservate o non essere riconosciute come espressione di osteoporosi. Nel tempo, fratture vertebrali multiple possono determinare riduzione della statura, cifosi dorsale (la cosiddetta “gobba”), alterazioni della postura, dolore cronico e riduzione della capacità respiratoria, con impatto importante sulla qualità di vita.
La diagnosi di osteoporosi si basa principalmente sulla misurazione della densità minerale ossea (BMD) mediante densitometria ossea con tecnica DXA (Dual-energy X-ray Absorptiometry), esame non invasivo, di breve durata e con una dose di radiazioni molto bassa. I siti di riferimento sono il femore prossimale e la colonna lombare; in alcune situazioni si valuta anche il radio distale. I risultati vengono espressi in termini di T-score, che confronta la BMD del paziente con quella di un giovane adulto sano dello stesso sesso. Secondo i criteri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, un T-score pari o inferiore a -2,5 definisce l’osteoporosi, mentre valori compresi tra -1 e -2,5 indicano osteopenia, cioè una riduzione della massa ossea meno marcata ma comunque associata a un aumento del rischio di frattura rispetto alla norma.
Oltre alla densitometria, la valutazione del rischio di frattura richiede un inquadramento clinico completo. Strumenti come il calcolatore FRAX, sviluppato dall’OMS, integrano dati su età, sesso, peso, altezza, storia personale e familiare di fratture da fragilità, uso di glucocorticoidi, fumo, consumo di alcol e presenza di artrite reumatoide o altre condizioni, con o senza il valore di BMD, per stimare la probabilità di frattura maggiore o di femore a 10 anni. Questo approccio consente di identificare soggetti con rischio elevato anche in presenza di una densità ossea non francamente osteoporotica, guidando le decisioni su eventuali approfondimenti diagnostici e sull’opportunità di iniziare una terapia farmacologica. È importante che l’interpretazione di questi strumenti sia affidata al medico, che li integra con il quadro complessivo del paziente.
Nel percorso diagnostico possono essere utili anche esami di laboratorio per escludere forme di osteoporosi secondaria e valutare lo stato del metabolismo osseo. Tra questi rientrano dosaggi di calcio, fosforo, creatinina, vitamina D, paratormone (PTH), fosfatasi alcalina, oltre a esami mirati in base al sospetto clinico (per esempio ormoni tiroidei, markers di malassorbimento intestinale, elettroforesi proteica). In alcuni casi si ricorre a radiografie della colonna per identificare fratture vertebrali silenti o a tecniche di imaging più avanzate per studiare la micro-architettura ossea. La diagnosi di osteoporosi non si esaurisce quindi in un singolo esame, ma è il risultato di una valutazione integrata che tiene conto di densità ossea, fattori di rischio clinici e presenza o meno di fratture pregresse.
È fondamentale sottolineare che la diagnosi precoce è possibile e auspicabile, soprattutto nei soggetti con fattori di rischio noti: donne in post-menopausa con familiarità per fratture da fragilità, persone che assumono glucocorticoidi sistemici per periodi prolungati, pazienti con malattie croniche che compromettono l’assorbimento intestinale o la funzione endocrina, uomini oltre i 70 anni con riduzione della statura o fratture da traumi minimi. Rivolgersi al medico di medicina generale o allo specialista per valutare l’opportunità di una densitometria e di un inquadramento completo consente di intervenire prima che si verifichi la prima frattura, che rappresenta spesso un punto di svolta nella storia naturale della malattia e nella qualità di vita della persona.
Fattori di rischio
I fattori di rischio per osteoporosi e fratture da fragilità sono numerosi e spesso si sommano tra loro, determinando un aumento progressivo della probabilità di andare incontro a una frattura nel corso della vita. Alcuni di questi fattori non sono modificabili, come l’età avanzata, il sesso femminile, la menopausa precoce, la familiarità per fratture di femore o vertebrali in parenti di primo grado e l’appartenenza a determinate etnie. Con l’invecchiamento, infatti, si verifica fisiologicamente una perdita di massa ossea e di forza muscolare, ma nelle donne il brusco calo degli estrogeni dopo la menopausa accelera questo processo, rendendo l’osteoporosi più frequente e più severa rispetto agli uomini. Anche la costituzione fisica longilinea, con basso peso corporeo e ridotta massa muscolare, è associata a un rischio maggiore, perché offre meno “riserva” ossea e muscolare in caso di cadute.
Accanto ai fattori non modificabili, esistono numerosi fattori di rischio legati allo stile di vita che possono essere corretti o migliorati. Una dieta povera di calcio e vitamina D, l’eccessivo consumo di sale e proteine animali, l’abuso di alcol e il fumo di sigaretta contribuiscono alla perdita di massa ossea e alla compromissione della qualità dell’osso. La sedentarietà e l’assenza di attività fisica con carico (come camminare, salire le scale, fare esercizi di resistenza) riducono gli stimoli meccanici necessari a mantenere l’osso forte e favoriscono la sarcopenia, aumentando il rischio di cadute. Al contrario, uno stile di vita attivo, con alimentazione equilibrata e adeguato apporto di calcio e vitamina D, rappresenta uno dei pilastri della prevenzione primaria e secondaria dell’osteoporosi, insieme alla correzione di altri comportamenti a rischio.
Un capitolo importante riguarda i fattori di rischio medici e farmacologici. Numerose patologie croniche possono favorire l’insorgenza di osteoporosi secondaria: malattie endocrine (come ipertiroidismo, iperparatiroidismo, ipogonadismo), malattie infiammatorie croniche (artrite reumatoide, malattie infiammatorie intestinali), patologie gastrointestinali che determinano malassorbimento (celiachia non trattata, resezioni intestinali estese), insufficienza renale cronica, neoplasie ematologiche come il mieloma multiplo. Dal punto di vista farmacologico, l’uso prolungato di glucocorticoidi sistemici a dosi medio-alte è uno dei principali fattori di rischio iatrogeni, ma anche alcuni farmaci antiepilettici, inibitori dell’aromatasi, analoghi del GnRH e altri trattamenti ormonali possono avere un impatto negativo sulla salute ossea. In questi casi è essenziale che il rischio venga valutato e monitorato dal medico, che potrà adottare misure preventive specifiche.
Infine, non va sottovalutato il ruolo dei fattori che aumentano il rischio di cadute, poiché molte fratture da fragilità sono la conseguenza diretta di una caduta da stazione eretta. Disturbi dell’equilibrio, deficit visivi non corretti, neuropatie periferiche, ipotensione ortostatica, uso di farmaci sedativi o ipotensivi, barriere architettoniche in casa, illuminazione insufficiente e calzature inadeguate sono tutti elementi che possono favorire le cadute, soprattutto negli anziani. Interventi mirati per ridurre il rischio di caduta – come la revisione periodica della terapia farmacologica, la correzione dei difetti visivi, l’adattamento dell’ambiente domestico e programmi di esercizio fisico per migliorare forza ed equilibrio – sono parte integrante delle strategie di prevenzione delle fratture e dovrebbero essere considerati in ogni persona con osteoporosi o ad alto rischio.
Trattamenti e prevenzione
La gestione dell’osteoporosi si basa su un approccio integrato che combina interventi sullo stile di vita, misure per ridurre il rischio di cadute e, quando indicato, terapie farmacologiche specifiche. La prevenzione inizia già in età pediatrica e adolescenziale, favorendo il raggiungimento di un adeguato picco di massa ossea attraverso una dieta ricca di calcio, un’esposizione solare responsabile per garantire livelli sufficienti di vitamina D e un’attività fisica regolare, in particolare sport che prevedono carico e impatto controllato sullo scheletro. In età adulta e anziana, l’obiettivo è rallentare la perdita di massa ossea, mantenere la forza muscolare e l’equilibrio, e prevenire le cadute. Ciò implica un’alimentazione equilibrata, l’astensione dal fumo, la moderazione nel consumo di alcol, il controllo del peso corporeo e la promozione di programmi di esercizio adattati alle condizioni individuali.
Dal punto di vista farmacologico, esistono diverse classi di farmaci approvate per il trattamento dell’osteoporosi, con meccanismi d’azione differenti. I farmaci anti-riassorbitivi, come i bisfosfonati (alendronato, risedronato, ibandronato, zoledronato) e il denosumab, riducono l’attività degli osteoclasti, le cellule responsabili del riassorbimento osseo, contribuendo a stabilizzare o aumentare la densità minerale ossea e a ridurre il rischio di fratture vertebrali e non vertebrali. Altri farmaci, come i modulatori selettivi del recettore estrogenico (raloxifene) o la terapia ormonale sostitutiva in donne selezionate, agiscono modulando l’effetto degli ormoni sessuali sull’osso. Nei casi di osteoporosi severa o con fratture multiple ad alto rischio, si possono utilizzare terapie anaboliche, come teriparatide, abaloparatide o romosozumab, che stimolano la formazione di nuovo osso e sono generalmente riservate a pazienti con rischio di frattura particolarmente elevato, secondo criteri definiti anche dalle Note AIFA per la rimborsabilità.
La scelta del trattamento farmacologico più appropriato è complessa e deve essere personalizzata dal medico in base al profilo di rischio di frattura, all’età, al sesso, alla presenza di comorbilità, alla tollerabilità dei farmaci e alle preferenze del paziente. È fondamentale valutare il rapporto beneficio/rischio di ciascun farmaco, considerando sia l’efficacia nella riduzione delle fratture sia i possibili effetti indesiderati, come disturbi gastrointestinali, rare osteonecrosi della mandibola o fratture atipiche di femore con alcuni bisfosfonati, o ipocalcemia con denosumab. Il monitoraggio periodico della densità ossea, dell’aderenza alla terapia e di eventuali eventi avversi consente di ottimizzare il trattamento nel tempo. In Italia, la prescrizione di molti di questi farmaci a carico del Servizio Sanitario Nazionale è regolata dalla Nota AIFA 79, che definisce le condizioni cliniche e i livelli di rischio che giustificano l’accesso alla rimborsabilità.
Accanto ai farmaci specifici per l’osso, la supplementazione di calcio e vitamina D può essere indicata in soggetti con apporto dietetico insufficiente o con carenza documentata, sempre su indicazione medica. Tuttavia, l’assunzione indiscriminata di integratori senza una valutazione del reale fabbisogno non è raccomandata, poiché un eccesso di calcio può essere associato a effetti indesiderati, come calcolosi renale, e la vitamina D, se assunta in dosi molto elevate, può causare tossicità. La priorità resta quindi garantire un adeguato apporto di calcio attraverso l’alimentazione (latte e derivati, alcune acque minerali, verdure a foglia verde, alimenti fortificati) e una corretta esposizione al sole, integrando solo quando necessario. La prevenzione delle cadute, tramite adattamenti ambientali, ausili per la deambulazione quando indicati e programmi di esercizio mirati, è un altro pilastro fondamentale per ridurre il rischio di fratture, indipendentemente dai valori di densità ossea.
Infine, è importante sottolineare che la prevenzione dell’osteoporosi e delle fratture da fragilità non riguarda solo il singolo individuo, ma rappresenta una priorità di sanità pubblica. Programmi di screening mirato nei soggetti a rischio, percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) dedicati, servizi di Fracture Liaison Service (FLS) per intercettare i pazienti dopo una prima frattura e avviarli a un percorso strutturato di valutazione e trattamento, campagne di informazione rivolte alla popolazione e formazione continua degli operatori sanitari sono strumenti essenziali per ridurre l’impatto di questa patologia. La collaborazione tra medici di medicina generale, specialisti, fisioterapisti, infermieri e caregiver è cruciale per garantire continuità assistenziale e aderenza alle terapie, elementi determinanti per il successo a lungo termine degli interventi di prevenzione e cura dell’osteoporosi.
Vivere con l’osteoporosi
Ricevere una diagnosi di osteoporosi può generare preoccupazione e timore per il rischio di fratture e la possibile perdita di autonomia, ma non significa necessariamente dover rinunciare a una vita attiva e soddisfacente. Vivere con l’osteoporosi richiede innanzitutto una buona informazione sulla malattia, sui propri fattori di rischio e sulle strategie disponibili per ridurre la probabilità di fratture. Comprendere il ruolo dei farmaci prescritti, l’importanza dell’aderenza alla terapia e il significato dei controlli periodici aiuta a sentirsi parte attiva del percorso di cura, piuttosto che semplici destinatari di indicazioni mediche. È utile discutere con il proprio medico eventuali dubbi su durata del trattamento, possibili effetti collaterali e obiettivi realistici in termini di miglioramento o stabilizzazione della densità ossea e riduzione del rischio di frattura.
Un aspetto centrale nella vita quotidiana con l’osteoporosi è la prevenzione delle cadute. Piccoli cambiamenti nell’ambiente domestico possono fare una grande differenza: eliminare tappeti scivolosi o con bordi rialzati, assicurare una buona illuminazione in tutti gli ambienti, installare corrimano su scale e maniglioni in bagno, utilizzare calzature chiuse con suola antiscivolo, evitare cavi elettrici o oggetti sparsi sul pavimento. Anche la scelta di ausili per la deambulazione, come bastoni o deambulatori, quando consigliati dal medico o dal fisioterapista, può aumentare la sicurezza negli spostamenti. È importante inoltre prestare attenzione a farmaci che possono causare sonnolenza, vertigini o cali di pressione, discutendo con il medico la possibilità di aggiustare dosaggi o orari di assunzione per ridurre il rischio di cadute.
L’attività fisica, se adeguatamente adattata alle condizioni individuali, è un alleato prezioso per chi vive con l’osteoporosi. Programmi di esercizio che combinano attività aerobica moderata (come camminare a passo sostenuto), esercizi di resistenza per rinforzare la muscolatura e training dell’equilibrio (per esempio tai chi, esercizi su superfici instabili sotto supervisione) contribuiscono a migliorare forza, coordinazione e stabilità posturale, riducendo il rischio di cadute e fratture. È fondamentale evitare attività ad alto impatto o con rischio elevato di traumi, come sport di contatto o discipline che prevedono salti e torsioni brusche, soprattutto in presenza di fratture vertebrali pregresse. Un fisioterapista esperto può aiutare a costruire un programma personalizzato, tenendo conto dell’età, del livello di allenamento, delle comorbilità e delle preferenze della persona, per favorire l’aderenza nel lungo periodo.
Dal punto di vista psicologico, convivere con l’osteoporosi può essere impegnativo, soprattutto dopo una frattura che abbia comportato dolore intenso, ricovero ospedaliero o perdita temporanea dell’autonomia. Ansia, paura di cadere, riduzione delle attività sociali e isolamento sono reazioni frequenti, che però possono a loro volta aumentare il rischio di declino funzionale e peggiorare la qualità di vita. È importante riconoscere questi segnali e parlarne con il medico, che potrà suggerire un supporto psicologico o l’inserimento in gruppi di educazione terapeutica o di attività fisica di gruppo, dove confrontarsi con altre persone che vivono la stessa condizione. Il coinvolgimento dei familiari e dei caregiver, informati sui reali rischi e sulle misure di prevenzione, è essenziale per creare un ambiente di sostegno che favorisca l’autonomia e la partecipazione attiva alla vita quotidiana.
Nel lungo periodo, vivere con l’osteoporosi significa anche imparare a monitorare nel tempo la propria condizione, mantenendo un dialogo aperto con il team curante e aggiornando periodicamente la valutazione del rischio di frattura. Adeguare le strategie di prevenzione e trattamento alle diverse fasi della vita, rivedere la terapia in base ai controlli densitometrici e all’eventuale comparsa di nuove fratture, e integrare progressivamente interventi su alimentazione, movimento e sicurezza domestica permette di mantenere il più possibile autonomia e partecipazione sociale. Un approccio graduale, realistico e condiviso con i professionisti sanitari aiuta a trasformare la gestione dell’osteoporosi in un percorso strutturato, riducendo il senso di incertezza e favorendo scelte consapevoli nel quotidiano.
In sintesi, l’osteoporosi è una malattia frequente ma spesso sottovalutata, che può rimanere silente per anni fino alla comparsa di fratture da fragilità con importanti conseguenze sulla salute, sull’autonomia e sulla qualità di vita. Riconoscere i fattori di rischio, promuovere stili di vita favorevoli alla salute dell’osso, ricorrere alla densitometria e agli strumenti di valutazione del rischio nei soggetti candidati, e utilizzare in modo appropriato le terapie farmacologiche disponibili consente di ridurre in modo significativo la probabilità di fratture. Un approccio integrato, che coinvolga persona, famiglia e sistema sanitario, è fondamentale per affrontare l’osteoporosi lungo tutto il corso della vita, dalla prevenzione primaria nei giovani alla gestione delle fragilità nell’anziano.
Per approfondire
Ministero della Salute – Osteoporosi Scheda aggiornata che descrive definizione, epidemiologia, fattori di rischio e strategie di prevenzione dell’osteoporosi nella popolazione italiana, utile come riferimento istituzionale di base.
Ministero della Salute – Prevenzione delle fratture da fragilità Documento tematico che approfondisce il concetto di frattura da fragilità, i percorsi diagnostici e le principali opzioni terapeutiche, con particolare attenzione alle politiche di prevenzione.
Ministero della Salute – Giornata mondiale dell’osteoporosi 2024 Pagina informativa aggiornata che riassume i progetti nazionali in corso per migliorare la prevenzione, la diagnosi e la presa in carico delle persone con osteoporosi e fratture da fragilità.
AIFA – Nota 79 Scheda ufficiale dell’Agenzia Italiana del Farmaco che elenca i farmaci rimborsabili per l’osteoporosi e definisce i criteri clinici per il loro utilizzo a carico del Servizio Sanitario Nazionale.
Ministero della Salute – Appropriatezza diagnostica e terapeutica nella prevenzione delle fratture da fragilità Quaderno tecnico che, pur non recentissimo, rappresenta una fonte fondamentale per comprendere i principi di appropriatezza nella diagnosi e nel trattamento dell’osteoporosi.
