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Chi soffre di pressione alta si chiede spesso se possa assumere cortisone in sicurezza, soprattutto quando questo farmaco viene prescritto per problemi respiratori, allergici, reumatologici o dermatologici. Il cortisone e, più in generale, i corticosteroidi sono farmaci molto efficaci, ma hanno effetti sistemici importanti, tra cui un possibile impatto sui valori pressori. Capire come agiscono sull’organismo e in quali situazioni possono peggiorare l’ipertensione è fondamentale per assumere decisioni consapevoli insieme al proprio medico curante.
In questo articolo analizzeremo in modo chiaro ma rigoroso gli effetti del cortisone sulla pressione arteriosa, quando è opportuno evitarlo o usarlo con estrema cautela, quali alternative possono essere considerate e come monitorare correttamente la pressione durante una terapia cortisonica. Le informazioni fornite hanno carattere generale e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico o dello specialista: ogni decisione terapeutica deve essere personalizzata sulla base della storia clinica, delle altre patologie presenti e dei farmaci già assunti.
Effetti del cortisone sulla pressione
Il cortisone appartiene alla famiglia dei corticosteroidi, ormoni sintetici che mimano l’azione del cortisolo prodotto dalle ghiandole surrenali. Queste sostanze hanno un potente effetto antinfiammatorio e immunosoppressore, motivo per cui vengono utilizzate in numerose patologie acute e croniche. Tuttavia, il loro meccanismo d’azione coinvolge anche il metabolismo di acqua e sali minerali, in particolare sodio e potassio. A livello renale, il cortisone può favorire il riassorbimento di sodio e acqua e l’escrezione di potassio, con conseguente aumento del volume di sangue circolante. Questo incremento del volume ematico è uno dei principali fattori che possono determinare un rialzo dei valori di pressione arteriosa, soprattutto nei soggetti già ipertesi o predisposti.
Oltre all’effetto sul bilancio idro-salino, il cortisone può influenzare il tono dei vasi sanguigni, rendendoli più sensibili alle sostanze vasocostrittrici prodotte dall’organismo. In pratica, le arterie possono tendere a restringersi più facilmente, aumentando le resistenze periferiche e quindi la pressione. Questo effetto è generalmente dose-dipendente: più alta è la dose e più prolungata è la durata della terapia, maggiore è il rischio di un impatto significativo sui valori pressori. Anche la via di somministrazione conta: i corticosteroidi assunti per bocca o per via endovenosa hanno un effetto sistemico più marcato rispetto a quelli inalatori o topici, sebbene anche questi ultimi, se usati ad alte dosi e per lunghi periodi, possano contribuire in parte all’aumento della pressione. Per chi deve assumere il farmaco per più giorni è utile conoscere anche ogni quanto vada assunto il cortisone secondo le indicazioni mediche, informazione che aiuta a comprendere meglio il carico complessivo di steroide sull’organismo frequenza di assunzione del cortisone durante la giornata.
Non tutte le persone reagiscono allo stesso modo al cortisone: esiste una variabilità individuale legata a fattori genetici, all’età, al peso corporeo, alla funzionalità renale e alla presenza di altre malattie cardiovascolari o metaboliche, come diabete e dislipidemia. Alcuni pazienti possono notare un aumento evidente della pressione già dopo pochi giorni di terapia, mentre altri mostrano variazioni minime o nulle. Inoltre, il cortisone può favorire la ritenzione di liquidi con comparsa di gonfiore alle caviglie, aumento di peso e, nei casi più severi, peggioramento di eventuali scompensi cardiaci preesistenti. Tutti questi elementi concorrono a rendere il controllo pressorio più complesso nei soggetti che assumono corticosteroidi, richiedendo un monitoraggio più attento e, talvolta, un aggiustamento della terapia antipertensiva.
Un altro aspetto da considerare è il tempo necessario perché il cortisone inizi a fare effetto sulla patologia per cui è stato prescritto. In alcune condizioni acute, come le riacutizzazioni di asma o le reazioni allergiche importanti, il beneficio clinico può comparire relativamente in fretta, mentre in altre malattie croniche l’effetto pieno può richiedere più giorni. Conoscere i tempi di azione del farmaco aiuta a bilanciare meglio rischi e benefici, soprattutto nei pazienti ipertesi, perché consente al medico di programmare la durata minima efficace della terapia e di valutare se sia possibile una riduzione graduale della dose non appena la situazione clinica lo permette tempi di insorgenza dell’effetto del cortisone.
Quando evitare il cortisone
Esistono situazioni cliniche in cui l’uso del cortisone deve essere valutato con estrema cautela o, se possibile, evitato, soprattutto quando la pressione arteriosa è già difficile da controllare. Nei pazienti con ipertensione grave o resistente, cioè non adeguatamente controllata nonostante l’impiego di più farmaci antipertensivi, l’introduzione di una terapia cortisonica sistemica può peggiorare ulteriormente il quadro pressorio. In questi casi, il medico deve valutare se il beneficio atteso dal cortisone giustifica il rischio di un ulteriore aumento della pressione, considerando eventuali alternative terapeutiche. Anche nei soggetti con storia di crisi ipertensive, ictus recente o infarto miocardico acuto, l’uso di corticosteroidi ad alte dosi richiede una valutazione specialistica accurata, perché un rialzo pressorio improvviso potrebbe aumentare il rischio di nuove complicanze cardiovascolari.
Il cortisone va usato con particolare prudenza anche nei pazienti con scompenso cardiaco, insufficienza renale cronica o malattie renali che comportano già di per sé ritenzione di liquidi e alterazioni del bilancio sodio-acqua. In queste condizioni, l’effetto mineralcorticoide del cortisone, cioè la tendenza a trattenere sodio e acqua, può aggravare edema, affanno e peggiorare il controllo pressorio. Nei soggetti anziani, spesso politerapici e con riserva funzionale ridotta, il rischio di effetti collaterali cardiovascolari è ancora maggiore, per cui la decisione di iniziare una terapia cortisonica sistemica dovrebbe essere sempre condivisa tra medico di medicina generale e specialista, con un piano chiaro di monitoraggio della pressione e dei parametri clinici più delicati.
Un’altra categoria di pazienti in cui l’uso del cortisone richiede attenzione è quella delle persone con sindrome metabolica, diabete mellito o obesità marcata. Il cortisone può infatti aumentare la glicemia, favorire l’accumulo di grasso addominale e alterare il profilo lipidico, tutti fattori che si sommano al rischio cardiovascolare già elevato in questi soggetti. L’associazione tra ipertensione, diabete e dislipidemia rappresenta un terreno particolarmente sensibile agli effetti avversi dei corticosteroidi, per cui il medico potrebbe preferire, quando possibile, terapie alternative o limitare la durata e la dose del cortisone al minimo indispensabile. In ogni caso, l’eventuale introduzione del farmaco dovrebbe essere accompagnata da un controllo più frequente della pressione e della glicemia, con eventuale adeguamento delle terapie in corso.
Infine, è importante ricordare che l’interruzione brusca di una terapia cortisonica prolungata può essere pericolosa, perché l’organismo si abitua alla presenza di steroidi esogeni e riduce la produzione endogena di cortisolo. Per questo motivo, anche quando il cortisone crea problemi di controllo pressorio, non va mai sospeso di propria iniziativa, ma sempre in accordo con il medico, che programmerà un’eventuale riduzione graduale. Nei pazienti ipertesi, la strategia più sicura consiste spesso nel potenziare temporaneamente la terapia antipertensiva o introdurre misure aggiuntive di controllo pressorio, piuttosto che interrompere bruscamente il cortisone. La valutazione del rapporto rischio-beneficio deve essere sempre individuale e dinamica, rivalutata nel tempo in base all’andamento clinico.
Alternative al cortisone
Quando la pressione arteriosa è difficile da controllare o il paziente presenta un elevato rischio cardiovascolare, il medico può valutare alternative al cortisone, a seconda della patologia di base. In molte malattie infiammatorie o allergiche, oggi sono disponibili farmaci più selettivi, come gli anticorpi monoclonali o i cosiddetti farmaci biologici, che agiscono su specifiche molecole del sistema immunitario riducendo l’infiammazione senza riprodurre in modo completo gli effetti sistemici dei corticosteroidi. Sebbene anche questi farmaci possano avere effetti collaterali importanti e richiedano un attento monitoraggio, il loro impatto diretto sulla pressione arteriosa è spesso minore rispetto al cortisone tradizionale, rendendoli una possibile opzione nei pazienti ipertesi con patologie croniche che richiederebbero altrimenti steroidi a lungo termine.
In alcune condizioni respiratorie, come l’asma o la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), l’uso di corticosteroidi inalatori permette di ottenere un effetto antinfiammatorio prevalentemente locale a livello delle vie aeree, con un assorbimento sistemico più limitato rispetto alle formulazioni orali o endovenose. Questo non significa che siano completamente privi di effetti sull’organismo, soprattutto se usati ad alte dosi e per lunghi periodi, ma il rischio di un impatto significativo sulla pressione è generalmente inferiore. Nei pazienti ipertesi, il medico può quindi preferire, quando clinicamente appropriato, l’impiego di steroidi inalatori o topici rispetto a quelli sistemici, modulando la terapia in base alla gravità dei sintomi e alla risposta clinica.
Per alcune patologie reumatologiche o dermatologiche, oltre ai biologici, esistono farmaci cosiddetti “steroid-sparing”, cioè in grado di ridurre il fabbisogno di cortisone. Si tratta, ad esempio, di immunosoppressori tradizionali o di nuove molecole che modulano in modo più mirato la risposta immunitaria. L’obiettivo di queste terapie è mantenere sotto controllo la malattia riducendo al minimo l’esposizione cumulativa ai corticosteroidi, e quindi anche il rischio di complicanze come l’ipertensione, l’osteoporosi, il diabete e l’aumento di peso. La scelta di queste alternative richiede però una valutazione specialistica, perché possono avere un profilo di sicurezza complesso e necessitano di controlli periodici di laboratorio e clinici.
Non vanno infine dimenticate le misure non farmacologiche che, pur non sostituendo il cortisone quando è strettamente necessario, possono contribuire a ridurre l’infiammazione di base e migliorare il controllo pressorio. Tra queste rientrano uno stile di vita sano, con alimentazione equilibrata povera di sale, controllo del peso corporeo, attività fisica regolare adattata alle condizioni cliniche, astensione dal fumo e limitazione dell’alcol. In alcuni casi, un miglioramento globale dello stato di salute può consentire al medico di ridurre le dosi di cortisone o di abbreviare la durata della terapia, diminuendo così l’impatto del farmaco sulla pressione arteriosa e sul rischio cardiovascolare complessivo.
Monitoraggio della pressione
Per chi soffre di ipertensione e deve assumere cortisone, il monitoraggio regolare della pressione arteriosa è un elemento centrale della gestione clinica. Prima di iniziare la terapia, è utile disporre di una misurazione di riferimento, ottenuta con più rilevazioni in giorni diversi, per capire qual è il livello abituale di pressione del paziente. Durante il trattamento cortisonico, soprattutto nelle prime settimane o quando si usano dosi medio-alte, è consigliabile misurare la pressione a casa con un apparecchio validato, preferibilmente al braccio, seguendo le indicazioni standard: riposo di almeno cinque minuti, posizione seduta, braccio appoggiato all’altezza del cuore, due misurazioni a distanza di uno-due minuti e registrazione dei valori su un diario. Questo permette di individuare precocemente eventuali rialzi significativi e di riferirli al medico.
Il monitoraggio domiciliare non sostituisce le visite periodiche, ma le integra, fornendo al medico un quadro più completo dell’andamento pressorio nella vita quotidiana. È importante non farsi condizionare da singole misurazioni isolate, che possono essere influenzate da stress, dolore, sforzo fisico o errori tecnici, ma valutare l’andamento medio dei valori su più giorni. Se durante la terapia con cortisone si osserva un aumento persistente della pressione rispetto ai valori abituali, il paziente dovrebbe contattare il proprio medico, che potrà decidere se modificare la terapia antipertensiva, ridurre gradualmente la dose di cortisone, se clinicamente possibile, o programmare ulteriori accertamenti. In alcuni casi, soprattutto nei pazienti con rischio cardiovascolare elevato, può essere utile un monitoraggio pressorio delle 24 ore (Holter pressorio) per valutare in modo più accurato le variazioni nell’arco della giornata e della notte.
Oltre alla pressione, durante una terapia cortisonica è opportuno controllare altri parametri che possono influenzare il rischio cardiovascolare, come il peso corporeo, la presenza di edemi alle gambe, la frequenza cardiaca e, nei pazienti diabetici o a rischio, la glicemia. Un aumento rapido di peso o la comparsa di gonfiore marcato possono essere segni di ritenzione idrica importante, che merita una valutazione medica tempestiva, soprattutto se associata a difficoltà respiratoria o peggioramento della tolleranza allo sforzo. Tenere un diario dei sintomi, annotando eventuali mal di testa intensi, disturbi visivi, palpitazioni o episodi di forte malessere, può aiutare il medico a correlare i disturbi con eventuali picchi pressori e a intervenire in modo mirato.
È fondamentale che il paziente riceva istruzioni chiare su come e quando misurare la pressione, su quali valori considerare preoccupanti e su quando rivolgersi al medico o al pronto soccorso. In generale, valori molto elevati associati a sintomi importanti (come dolore toracico, difficoltà respiratoria, deficit neurologici improvvisi, confusione) richiedono un intervento urgente. Tuttavia, anche aumenti più modesti ma persistenti rispetto alla situazione di partenza meritano attenzione, perché nel tempo possono aumentare il rischio di complicanze. Un’alleanza terapeutica basata sulla comunicazione aperta tra paziente, medico di base e specialisti coinvolti è essenziale per gestire in sicurezza la terapia cortisonica in presenza di ipertensione.
Consultare il medico
Prima di iniziare una terapia con cortisone, chi soffre di pressione alta dovrebbe sempre informare il medico di tutti i farmaci che sta assumendo, compresi quelli da banco e gli integratori, nonché eventuali patologie cardiovascolari, renali, metaboliche o endocrine già diagnosticate. Questo permette al professionista di valutare il rischio complessivo e di scegliere la dose, la durata e la via di somministrazione più appropriate, oppure di considerare alternative quando il rischio di peggioramento dell’ipertensione appare troppo elevato. È importante anche riferire eventuali episodi passati di crisi ipertensive, ictus, infarto o scompenso cardiaco, perché questi elementi orientano la prudenza nell’uso dei corticosteroidi sistemici e la necessità di un monitoraggio più stretto.
Durante la terapia, il paziente non dovrebbe modificare autonomamente né la dose di cortisone né quella dei farmaci antipertensivi, anche se nota variazioni della pressione. Qualsiasi cambiamento va concordato con il medico, che valuterà se è opportuno aumentare o aggiungere un farmaco per la pressione, ridurre gradualmente il cortisone o programmare esami di controllo. In alcuni casi, soprattutto quando si prevede una terapia cortisonica prolungata, può essere utile coinvolgere uno specialista in endocrinologia o cardiologia per una valutazione congiunta, in modo da bilanciare al meglio il controllo della malattia di base e la protezione cardiovascolare. La comunicazione tempestiva di sintomi nuovi o in peggioramento è fondamentale per prevenire complicanze.
È altrettanto importante che il paziente comprenda bene le indicazioni ricevute, ponendo tutte le domande necessarie su rischi, benefici e possibili alternative. Chiedere chiarimenti su quanto tempo sarà necessario assumere il cortisone, su come verrà eventualmente ridotta la dose e su quali segni o sintomi devono far sospettare un problema aiuta a vivere la terapia con maggiore consapevolezza e minore ansia. Il medico può anche fornire consigli pratici su alimentazione, riduzione del sale, controllo del peso e attività fisica adeguata, che contribuiscono a mantenere la pressione sotto controllo durante il trattamento. Un paziente informato è più in grado di collaborare attivamente alla propria cura e di segnalare precocemente eventuali criticità.
Infine, è bene ricordare che ogni situazione clinica è unica: non esiste una risposta valida per tutti alla domanda se chi soffre di pressione possa prendere il cortisone. In alcuni casi, il beneficio del farmaco nel controllare una malattia grave o potenzialmente pericolosa supera nettamente il rischio di un temporaneo peggioramento della pressione, che può essere gestito con un adeguato monitoraggio e con l’aggiustamento della terapia antipertensiva. In altri casi, soprattutto quando esistono valide alternative terapeutiche e il rischio cardiovascolare è molto elevato, il medico può preferire strategie diverse. Per questo motivo, affidarsi a fonti affidabili di informazione e, soprattutto, al confronto diretto con il proprio curante rimane la scelta più sicura.
In sintesi, chi soffre di ipertensione può talvolta assumere cortisone, ma solo dopo un’attenta valutazione medica del rapporto rischio-beneficio e con un monitoraggio accurato della pressione e degli altri parametri clinici. Conoscere gli effetti del farmaco sulla pressione, le situazioni in cui è opportuno evitarlo o limitarlo, le possibili alternative e l’importanza di un dialogo costante con il medico aiuta il paziente a partecipare in modo attivo e consapevole alle decisioni terapeutiche, riducendo il rischio di complicanze cardiovascolari e migliorando la sicurezza complessiva del trattamento.
Per approfondire
Ministero della Salute – Farmaci Schede e documenti aggiornati sui medicinali, inclusi i corticosteroidi, utili per comprendere indicazioni, controindicazioni ed effetti indesiderati in modo istituzionale e affidabile.
AIFA – Banca dati farmaci Informazioni ufficiali sui farmaci autorizzati in Italia, con fogli illustrativi e riassunti delle caratteristiche del prodotto, utili per approfondire il profilo di sicurezza del cortisone.
European Society of Cardiology (ESC) Linee guida e documenti scientifici aggiornati sulla gestione dell’ipertensione e del rischio cardiovascolare, rilevanti per capire il contesto in cui si inserisce l’uso del cortisone nei pazienti ipertesi.
Endocrine Society Linee guida e position statement su glucocorticoidi e patologie endocrine, utili per approfondire il ruolo dei corticosteroidi e le strategie per ridurne gli effetti collaterali sistemici.
Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) Risorse su malattie croniche non trasmissibili, tra cui ipertensione e malattie cardiovascolari, con raccomandazioni generali su prevenzione, monitoraggio e gestione dei fattori di rischio.
