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La parola “cortisone” viene spesso usata in modo generico per indicare tutti i farmaci cortisonici o corticosteroidi, mentre “antinfiammatori” viene di solito associata ai FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei) come ibuprofene, ketoprofene o diclofenac. Nella pratica clinica, però, queste due grandi famiglie di medicinali hanno meccanismi d’azione, indicazioni, benefici e rischi molto diversi. Comprendere tali differenze è importante sia per i pazienti, che possono così interpretare meglio le prescrizioni del medico, sia per gli operatori sanitari, che devono valutare il rapporto rischio/beneficio in base alla singola situazione clinica.
In reumatologia, ma anche in altre branche come la pneumologia, la dermatologia o la neurologia, cortisonici e FANS sono spesso utilizzati per controllare l’infiammazione, il dolore e i sintomi correlati. Tuttavia, non sono intercambiabili: il cortisone agisce in profondità sulla risposta immunitaria e infiammatoria, mentre i FANS modulano selettivamente alcune vie enzimatiche coinvolte nella produzione di prostaglandine. Questo articolo offre una panoramica ragionata delle principali differenze tra cortisone e antinfiammatori, con particolare attenzione al meccanismo d’azione, agli effetti collaterali e alle indicazioni terapeutiche, senza sostituirsi in alcun modo al parere del medico curante.
Cos’è il cortisone?
Con il termine “cortisone” nel linguaggio comune si indicano i corticosteroidi, una famiglia di farmaci che mimano l’azione del cortisolo, l’ormone prodotto fisiologicamente dalle ghiandole surrenali. Dal punto di vista farmacologico, esistono numerose molecole (come prednisone, metilprednisolone, desametasone, betametasone) con potenza e durata d’azione diverse, ma accomunate da un marcato effetto antinfiammatorio e immunosoppressivo. Questi farmaci agiscono a livello nucleare, modulando l’espressione di molti geni coinvolti nella risposta infiammatoria e immunitaria, e per questo vengono utilizzati in patologie in cui l’infiammazione è sostenuta o amplificata dal sistema immunitario, come molte malattie reumatologiche, autoimmuni o allergiche.
I cortisonici possono essere somministrati per via sistemica (orale, endovenosa, intramuscolare) oppure locale (inalatoria, topica cutanea, intra-articolare, oculare, nasale), a seconda della patologia e della gravità del quadro clinico. La scelta della via di somministrazione e della durata del trattamento è cruciale per bilanciare efficacia e sicurezza, perché l’esposizione prolungata a dosi sistemiche elevate aumenta il rischio di effetti indesiderati importanti. Per questo motivo, la gestione del cortisone richiede sempre una valutazione medica attenta, soprattutto quando si parla di terapie croniche o di pazienti con comorbidità cardiovascolari, metaboliche o ossee. Per approfondire aspetti pratici come la frequenza di assunzione giornaliera è utile conoscere le raccomandazioni su quante volte va preso il cortisone al giorno.
Dal punto di vista clinico, il cortisone è spesso considerato un “farmaco di salvataggio” nelle fasi acute di molte malattie infiammatorie, perché è in grado di ridurre rapidamente sintomi come dolore, gonfiore, rigidità articolare, dispnea o prurito. Tuttavia, proprio per la sua potenza, non è un farmaco da utilizzare con leggerezza o in automedicazione. Nei protocolli terapeutici moderni, soprattutto in reumatologia, si tende a impiegare il cortisone alla dose minima efficace e per il tempo più breve possibile, integrandolo con altri farmaci di fondo (come DMARD convenzionali o biologici) che mirano a controllare la malattia nel lungo periodo, riducendo la necessità di steroidi sistemici.
Un altro aspetto importante è la gestione della sospensione del cortisone. Poiché questi farmaci possono sopprimere la produzione endogena di cortisolo da parte delle ghiandole surrenali, l’interruzione brusca dopo terapie prolungate può causare una crisi da insufficienza surrenalica, potenzialmente grave. Per questo, quando il trattamento è stato lungo o a dosi medio-alte, il medico programma una riduzione graduale (tapering), monitorando l’andamento clinico e, se necessario, alcuni parametri di laboratorio. Anche questo elemento distingue nettamente il cortisone da molti altri antinfiammatori, che non richiedono in genere una sospensione scalare.
Cosa sono gli antinfiammatori?
Quando si parla di “antinfiammatori” nel linguaggio comune, ci si riferisce soprattutto ai FANS, cioè ai farmaci antinfiammatori non steroidei. Questa categoria comprende molecole molto diffuse come ibuprofene, ketoprofene, naprossene, diclofenac, nimesulide e i cosiddetti COX-2 selettivi (per esempio celecoxib o etoricoxib). Il loro meccanismo d’azione principale consiste nell’inibizione degli enzimi cicloossigenasi (COX-1 e COX-2), responsabili della sintesi delle prostaglandine, mediatori chiave dell’infiammazione, del dolore e della febbre. Riducendo la produzione di prostaglandine, i FANS esercitano un effetto analgesico, antipiretico e antinfiammatorio, particolarmente utile nelle forme acute di dolore muscolo-scheletrico, nelle artropatie e in molte condizioni dolorose di breve durata.
I FANS sono disponibili in numerose formulazioni: compresse, capsule, soluzioni orali, supposte, gel o creme per uso topico, e in alcuni casi anche iniettabili. Molti di questi farmaci sono acquistabili senza ricetta medica per trattamenti di breve durata, il che ne facilita l’accesso ma aumenta anche il rischio di un uso improprio, soprattutto in soggetti con fattori di rischio gastrointestinali, renali o cardiovascolari. Le note AIFA, come la Nota 66, definiscono con precisione le condizioni in cui la prescrizione a carico del Servizio Sanitario Nazionale è appropriata, ad esempio nelle artropatie su base connettivitica, nell’osteoartrosi in fase algica o infiammatoria, nel dolore neoplastico o nell’attacco acuto di gotta, sottolineando l’importanza di un impiego mirato e consapevole di questi medicinali.
Dal punto di vista reumatologico, i FANS rappresentano spesso la prima scelta per il controllo del dolore e della rigidità articolare in molte forme di artrosi e in alcune fasi di malattie infiammatorie croniche, soprattutto quando si desidera un sollievo sintomatico rapido. Tuttavia, non modificano in modo significativo il decorso della malattia di base e non hanno un effetto immunosoppressivo paragonabile a quello dei cortisonici o dei farmaci di fondo. Per questo, nelle patologie autoimmuni o infiammatorie croniche, i FANS vengono di solito integrati in strategie terapeutiche più ampie, che includono DMARD e, se necessario, corticosteroidi a basso dosaggio, sempre sotto stretto controllo specialistico.
È importante ricordare che non tutti gli antinfiammatori sono FANS: esistono anche altre classi di farmaci con azione antinfiammatoria, come i cortisonici stessi o alcune molecole biologiche mirate contro specifiche citochine (per esempio anti-TNF, anti-IL-6, anti-IL-17). Nel linguaggio corrente, però, quando si contrappone “cortisone” ad “antinfiammatori”, ci si riferisce quasi sempre al confronto tra corticosteroidi e FANS. Comprendere questa distinzione semplifica il dialogo con il medico e aiuta a evitare fraintendimenti, ad esempio quando si pensa erroneamente che un FANS possa sostituire un cortisonico in tutte le situazioni, o viceversa, senza considerare le profonde differenze di meccanismo e di impatto sull’organismo.
Differenze di meccanismo d’azione
La principale differenza tra cortisone e FANS riguarda il livello a cui intervengono nella cascata infiammatoria. I cortisonici agiscono “a monte”, modulando l’espressione di numerosi geni coinvolti nella risposta immunitaria: riducono la produzione di citochine pro-infiammatorie (come interleuchine e TNF-alfa), inibiscono la migrazione dei leucociti nei tessuti infiammati, stabilizzano le membrane dei lisosomi e influenzano la permeabilità vascolare. Questo effetto ampio e profondo spiega perché i corticosteroidi siano efficaci in molte malattie autoimmuni sistemiche, nelle vasculiti, nelle riacutizzazioni di asma o BPCO e in altre condizioni in cui l’infiammazione è strettamente legata a un’alterazione della risposta immunitaria. Tuttavia, la stessa ampiezza d’azione è alla base di molti effetti collaterali sistemici.
I FANS, al contrario, agiscono “a valle” bloccando in modo reversibile (o, per alcuni, in modo più prolungato) gli enzimi COX-1 e/o COX-2, riducendo così la sintesi di prostaglandine. Le prostaglandine sono mediatori che, oltre a promuovere infiammazione, dolore e febbre, svolgono funzioni fisiologiche importanti, come la protezione della mucosa gastrica, il mantenimento del flusso sanguigno renale e la regolazione dell’aggregazione piastrinica. L’inibizione di COX-2 è principalmente responsabile dell’effetto antinfiammatorio e analgesico, mentre l’inibizione di COX-1 è più strettamente associata agli effetti indesiderati gastrointestinali e, in parte, a quelli renali e piastrinici. I FANS selettivi per COX-2 sono stati sviluppati proprio per ridurre il rischio gastrointestinale, ma possono comportare un diverso profilo di rischio cardiovascolare.
Un’altra differenza cruciale è l’effetto immunosoppressivo: i cortisonici, soprattutto a dosi medio-alte e per periodi prolungati, deprimono la risposta immunitaria, aumentando la suscettibilità alle infezioni e modificando la presentazione clinica di alcune malattie infettive. I FANS, invece, non sono considerati immunosoppressori in senso stretto; il loro impatto sul sistema immunitario è molto più limitato e si concentra sulla modulazione di mediatori infiammatori specifici. Questo significa che, in alcune situazioni (per esempio nelle infezioni acute), il medico può preferire un FANS per il controllo del dolore e della febbre, evitando l’uso di cortisonici sistemici se non strettamente necessario, proprio per non interferire in modo marcato con le difese dell’organismo.
Infine, cortisone e FANS differiscono anche per la rapidità e la durata dell’effetto. Molti cortisonici sistemici hanno un’azione relativamente rapida, ma la piena modulazione della risposta immunitaria può richiedere alcuni giorni, e l’effetto può protrarsi oltre l’emivita plasmatica del farmaco per via delle modifiche a livello genico. I FANS, invece, tendono ad avere un onset d’azione più rapido sul dolore e sulla febbre, con un profilo di effetto più strettamente legato alla concentrazione plasmatica e all’emivita del principio attivo. Questo li rende particolarmente adatti per il trattamento sintomatico di breve durata, mentre i cortisonici vengono spesso riservati a situazioni in cui è necessario un controllo più profondo e prolungato dell’infiammazione sistemica.
Effetti collaterali
Gli effetti collaterali del cortisone sono numerosi e dipendono in modo significativo da dose, durata del trattamento e via di somministrazione. L’uso sistemico prolungato può determinare aumento di peso, ridistribuzione del grasso corporeo (facies lunare, gibbo), iperglicemia o diabete steroideo, ipertensione arteriosa, osteoporosi con aumento del rischio di fratture, fragilità cutanea, ritardo di cicatrizzazione, miopatia prossimale e alterazioni dell’umore fino a veri e propri disturbi psichiatrici. A livello endocrino, la soppressione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene può portare a insufficienza surrenalica secondaria, soprattutto in caso di sospensione brusca dopo terapie prolungate. Non vanno trascurati, inoltre, l’aumento del rischio di infezioni e la possibile riattivazione di infezioni latenti, come la tubercolosi.
Tra gli effetti indesiderati meno noti ma documentati dei corticosteroidi sistemici rientrano anche manifestazioni come il singhiozzo persistente, tanto che le autorità regolatorie hanno richiesto l’aggiornamento dei fogli illustrativi per includere questa reazione avversa. L’incidenza è bassa, ma può risultare molto fastidiosa per il paziente e, in alcuni casi, richiedere un aggiustamento della terapia. È importante che chi assume cortisone a dosi medio-alte o per periodi prolungati sia informato sui possibili effetti collaterali e venga monitorato regolarmente, ad esempio con controlli della pressione arteriosa, della glicemia, della densità minerale ossea e, se necessario, con esami ematochimici mirati, in modo da intercettare precocemente eventuali complicanze e intervenire con misure preventive o correttive.
I FANS presentano un profilo di rischio diverso, concentrato soprattutto sull’apparato gastrointestinale, renale e cardiovascolare. L’inibizione delle prostaglandine protettive della mucosa gastrica può favorire la comparsa di dispepsia, gastrite, ulcere e, nei casi più gravi, sanguinamenti o perforazioni gastrointestinali, soprattutto in soggetti anziani, in chi ha una storia di ulcera o assume contemporaneamente altri farmaci gastrolesivi (come corticosteroidi sistemici o anticoagulanti). A livello renale, i FANS possono ridurre il flusso ematico e la filtrazione glomerulare, peggiorando una insufficienza renale preesistente o scatenando un danno acuto in pazienti disidratati, con scompenso cardiaco o in terapia con diuretici e ACE-inibitori. Sul versante cardiovascolare, alcuni FANS, in particolare i COX-2 selettivi e alcuni non selettivi ad alte dosi, sono associati a un aumento del rischio di eventi trombotici come infarto e ictus, soprattutto in pazienti con fattori di rischio preesistenti.
Un ulteriore elemento da considerare è l’interazione tra FANS e altri farmaci: per esempio, l’uso concomitante con anticoagulanti orali o antiaggreganti piastrinici può aumentare il rischio di sanguinamento, mentre l’associazione con alcuni antipertensivi può ridurne l’efficacia. Anche l’assunzione prolungata di FANS da banco, spesso sottovalutata, può contribuire a un carico complessivo di rischio non trascurabile, soprattutto in persone con comorbidità multiple. Per questo, le linee guida raccomandano di utilizzare la dose minima efficace per il più breve tempo possibile, rivalutando periodicamente la necessità del trattamento e, quando opportuno, ricorrendo a strategie alternative (come fisioterapia, approcci non farmacologici o altri farmaci con profilo di sicurezza più favorevole nel lungo periodo).
Nel confronto tra cortisone e FANS, è quindi essenziale che il paziente sia informato non solo sui benefici attesi, ma anche sui possibili rischi a breve e lungo termine, così da poter riconoscere precocemente eventuali segni di tossicità e riferirli al medico. Un dialogo aperto tra paziente e curante permette di adattare nel tempo la terapia, modulando dosaggi, durata e associazioni farmacologiche in funzione della risposta clinica e della tollerabilità individuale, con l’obiettivo di mantenere il miglior equilibrio possibile tra efficacia e sicurezza.
Indicazioni terapeutiche
Le indicazioni terapeutiche del cortisone riflettono il suo potente effetto antinfiammatorio e immunosoppressivo. In ambito reumatologico, i corticosteroidi vengono impiegati nelle fasi di riacutizzazione di artrite reumatoide, spondiloartriti, connettiviti sistemiche (come lupus eritematoso sistemico, sclerodermia, dermatomiosite) e vasculiti, spesso in associazione a DMARD convenzionali o biologici. Al di fuori della reumatologia, trovano largo impiego nelle riacutizzazioni di asma e BPCO, nelle allergie gravi, nelle malattie infiammatorie intestinali, in alcune nefropatie immunomediate e in numerose altre condizioni in cui è necessario modulare in profondità la risposta immunitaria. In molti di questi contesti, il cortisone viene utilizzato come terapia “ponte” in attesa che altri farmaci di fondo esplichino il loro effetto, oppure come trattamento di salvataggio nelle forme severe.
I FANS, invece, sono indicati principalmente per il trattamento sintomatico del dolore e dell’infiammazione di lieve o moderata entità. In reumatologia, vengono spesso prescritti per l’osteoartrosi in fase algica o infiammatoria, per le artropatie su base connettivitica in fase dolorosa, per gli attacchi acuti di gotta e per il dolore muscolo-scheletrico acuto (come lombalgie, cervicalgie, tendiniti, borsiti). Al di fuori dell’ambito reumatologico, sono ampiamente utilizzati per cefalee, dismenorrea, dolore post-operatorio o post-traumatico e per il controllo della febbre in molte infezioni virali o batteriche, sempre nel rispetto delle controindicazioni e delle precauzioni d’uso. È importante sottolineare che, pur alleviando efficacemente i sintomi, i FANS non modificano il decorso di molte malattie infiammatorie croniche, per le quali sono necessari farmaci di fondo specifici.
Nel confronto tra cortisone e FANS, una domanda frequente riguarda quando sia preferibile l’uno o l’altro. In generale, nelle forme infiammatorie sistemiche o autoimmuni, soprattutto se gravi o con interessamento d’organo, il cortisone ha un ruolo centrale, almeno nelle fasi iniziali o di riacutizzazione, perché è in grado di controllare rapidamente l’attività di malattia. I FANS possono essere associati per migliorare il controllo del dolore e della rigidità, ma raramente sono sufficienti da soli. Al contrario, nelle forme di dolore muscolo-scheletrico meccanico o degenerativo (come molte lombalgie o artrosi), o nelle condizioni dolorose acute non complicate, i FANS rappresentano spesso la prima scelta, mentre il cortisone sistemico viene riservato a situazioni selezionate, valutando attentamente il rapporto rischio/beneficio.
In pratica clinica, la decisione di utilizzare cortisone o FANS, o una loro combinazione, spetta sempre al medico, che deve considerare non solo la diagnosi, ma anche l’età del paziente, le comorbidità (cardiovascolari, renali, metaboliche, gastrointestinali), i farmaci concomitanti e la durata prevista del trattamento. È fondamentale evitare l’automedicazione prolungata con entrambe le classi di farmaci, soprattutto a dosi elevate, e rivolgersi al proprio medico o allo specialista reumatologo in caso di sintomi persistenti, peggioramento del quadro clinico o comparsa di effetti indesiderati. Un uso appropriato e consapevole di cortisone e antinfiammatori consente di massimizzare i benefici terapeutici riducendo al minimo i rischi, inserendo questi farmaci in un percorso di cura globale e personalizzato.
In sintesi, cortisone e antinfiammatori (soprattutto FANS) sono strumenti fondamentali nella gestione dell’infiammazione e del dolore, ma agiscono su livelli diversi della risposta infiammatoria e presentano profili di rischio distinti. Il cortisone modula in profondità il sistema immunitario ed è indicato nelle forme infiammatorie e autoimmuni più complesse, mentre i FANS offrono un efficace controllo sintomatico del dolore e della febbre, soprattutto nelle condizioni acute e nelle patologie degenerative. La scelta tra queste opzioni, o la loro combinazione, richiede sempre una valutazione medica attenta, che tenga conto della diagnosi, delle comorbidità e degli obiettivi terapeutici a breve e lungo termine.
Per approfondire
Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) – Nota 66 sui FANS Documento aggiornato che definisce le principali indicazioni e limitazioni alla prescrizione dei farmaci antinfiammatori non steroidei a carico del SSN, utile per comprendere il loro corretto impiego clinico.
Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) Portale istituzionale con schede tecniche, note informative e aggiornamenti di farmacovigilanza su cortisonici e FANS, fondamentale per verificare indicazioni, controindicazioni ed effetti avversi.
Ministero della Salute Sito ufficiale con materiali divulgativi e documenti tecnici su infiammazione, dolore e uso appropriato dei farmaci antinfiammatori, rivolti sia ai cittadini sia agli operatori sanitari.
European Medicines Agency (EMA) Fonte autorevole europea con valutazioni regolatorie, avvertenze di sicurezza e linee guida sull’uso di corticosteroidi e FANS nei diversi contesti clinici.
Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) Sito internazionale che offre raccomandazioni e documenti di riferimento sull’impiego sicuro dei farmaci antinfiammatori e sulla gestione delle principali malattie infiammatorie e reumatiche.
