Come si rallenta il Parkinson?

Strategie, terapie e ricerca per contenere l’impatto del morbo di Parkinson

Quando si parla di “rallentare il Parkinson” è importante chiarire che, allo stato attuale, non esistono cure in grado di fermare o invertire la malattia. Esistono però strategie per ridurre il rischio di svilupparla, interventi per gestire meglio i sintomi e approcci riabilitativi che possono mantenere più a lungo l’autonomia. Parallelamente, la ricerca sta lavorando su farmaci e terapie che mirano proprio a modificare il decorso della malattia, ma sono ancora in fase di studio.

Questa guida propone una panoramica basata sulle evidenze disponibili: dai fattori di rischio e di protezione, alle terapie farmacologiche oggi utilizzate, fino al ruolo di dieta, attività fisica e alle innovazioni in corso nei laboratori e nei trial clinici. L’obiettivo è offrire un quadro realistico ma non pessimista: capire cosa è già supportato da dati solidi, cosa è promettente ma sperimentale e perché è fondamentale rivolgersi a centri specializzati e a neurologi esperti di disturbi del movimento per decisioni personalizzate.

Fattori di rischio e prevenzione

Per comprendere se e come sia possibile rallentare il Parkinson, bisogna partire dai fattori di rischio. Alcuni non sono modificabili: l’età avanzata è il principale fattore associato alla malattia, che è più frequente dopo i 60 anni; anche il sesso maschile e la presenza di determinate varianti genetiche aumentano il rischio. Esistono forme familiari legate a mutazioni specifiche, ma la maggior parte dei casi è “sporadica”, cioè non riconducibile a un singolo gene. Questo significa che, per la maggioranza delle persone, il rischio deriva da una combinazione complessa di predisposizione individuale e fattori ambientali, ancora non del tutto chiariti.

Accanto ai fattori non modificabili, la ricerca ha individuato elementi di rischio potenzialmente influenzabili, come l’esposizione prolungata a pesticidi e solventi industriali, il trauma cranico ripetuto e, in alcuni studi, la vita in aree rurali con uso intensivo di fitofarmaci. D’altra parte, sono emersi anche possibili fattori “protettivi”, come un’attività fisica regolare, un’alimentazione di qualità e alcuni comportamenti di vita. È importante sottolineare che la maggior parte di queste evidenze deriva da studi osservazionali: mostrano associazioni, ma non dimostrano in modo definitivo un rapporto di causa-effetto. Per approfondire i meccanismi alla base della malattia e le ipotesi sulle sue cause, può essere utile una lettura dedicata alle possibili origini del Parkinson a cosa è dovuto il Parkinson.

Quando si parla di prevenzione, si distingue tra prevenzione primaria (ridurre il rischio di ammalarsi) e prevenzione secondaria o terziaria (rallentare la progressione e le complicanze in chi ha già ricevuto una diagnosi). Per la prevenzione primaria, non esistono al momento linee guida specifiche paragonabili, ad esempio, a quelle per la prevenzione cardiovascolare. Tuttavia, un insieme di abitudini salutari – attività fisica costante, dieta equilibrata, controllo dei fattori di rischio vascolare, sonno regolare, riduzione dell’esposizione a sostanze tossiche – sembra associarsi a un minor rischio di sviluppare la malattia o le sue fasi prodromiche (cioè i sintomi precoci non ancora tipicamente motori).

Per chi ha già il Parkinson, “prevenzione” significa soprattutto evitare un peggioramento più rapido del necessario e ridurre il rischio di complicanze come cadute, fratture, polmoniti da aspirazione, malnutrizione e declino cognitivo. In questo contesto, la prevenzione passa attraverso una presa in carico multidisciplinare: neurologi, fisiatri, fisioterapisti, logopedisti, nutrizionisti e psicologi lavorano insieme per mantenere il più possibile la mobilità, la capacità di comunicare, l’equilibrio emotivo e la qualità della vita. Anche l’aderenza alle terapie prescritte e il monitoraggio regolare dei sintomi giocano un ruolo cruciale nel prevenire scompensi improvvisi o complicazioni evitabili.

Terapie farmacologiche

Le terapie farmacologiche attualmente disponibili per il Parkinson sono principalmente sintomatiche: mirano cioè a ridurre i sintomi motori (come rigidità, bradicinesia, tremore) e alcuni sintomi non motori, ma non hanno dimostrato in modo definitivo di modificare la progressione biologica della malattia. Il cardine del trattamento resta la levodopa, un precursore della dopamina che, una volta assunto, viene trasformato nel cervello in dopamina, compensando in parte la perdita dei neuroni dopaminergici tipica del Parkinson. La levodopa è spesso associata a farmaci che ne migliorano la disponibilità e riducono gli effetti collaterali periferici.

Accanto alla levodopa, si utilizzano agonisti dopaminergici (farmaci che mimano l’azione della dopamina sui recettori), inibitori delle monoamino-ossidasi di tipo B (MAO-B) e inibitori delle catecol-O-metiltransferasi (COMT), che prolungano l’effetto della dopamina o della levodopa. In alcune fasi della malattia, possono essere impiegati anche farmaci anticolinergici, soprattutto nei pazienti più giovani con tremore predominante, e altri principi attivi per gestire sintomi specifici come le fluttuazioni motorie o i disturbi del sonno. La scelta e la combinazione dei farmaci dipendono dall’età, dal profilo clinico, dalla presenza di comorbidità e dalla tollerabilità individuale, e vanno sempre personalizzate dal neurologo.

Un tema centrale è se questi farmaci possano “rallentare” il Parkinson. Alcuni studi hanno ipotizzato un possibile effetto neuroprotettivo di determinate molecole (per esempio alcuni inibitori delle MAO-B o agonisti dopaminergici), ma le evidenze non sono considerate sufficienti per parlare di terapie modificanti la malattia. Gli studi clinici che hanno cercato di dimostrare un effetto di rallentamento strutturale del decorso non hanno fornito risultati conclusivi o riproducibili. Per questo, le linee guida internazionali continuano a considerare le terapie attuali come sintomatiche, pur riconoscendo che un buon controllo dei sintomi e una gestione precoce possono tradursi, nella pratica, in una migliore qualità di vita e in una minore disabilità nel tempo.

Nei casi in cui i farmaci orali non siano più sufficienti a garantire un controllo soddisfacente dei sintomi, si può valutare il ricorso a terapie avanzate come la stimolazione cerebrale profonda (DBS), le infusioni intestinali di levodopa o le infusioni sottocutanee di alcuni farmaci dopaminergici. Anche queste strategie, però, sono considerate interventi sintomatici: migliorano in modo significativo le fluttuazioni motorie e i periodi “off”, ma non fermano la neurodegenerazione. La decisione di intraprendere una terapia avanzata richiede una valutazione in centri specializzati, con un’attenta selezione dei pazienti e una discussione approfondita dei benefici attesi e dei possibili rischi.

Un ulteriore aspetto riguarda la gestione degli effetti collaterali delle terapie dopaminergiche, come discinesie, allucinazioni, disturbi del controllo degli impulsi o ipotensione ortostatica. Un monitoraggio regolare permette di riconoscere precocemente questi problemi e di intervenire con aggiustamenti di dose, cambi di molecola o introduzione di farmaci di supporto. Anche la corretta tempistica di assunzione dei farmaci rispetto ai pasti e alle attività quotidiane può influenzare in modo significativo l’efficacia del trattamento e la percezione dei sintomi nel corso della giornata.

Dieta e stile di vita

Negli ultimi anni, numerosi studi hanno esplorato il ruolo della dieta e dello stile di vita nel rischio di sviluppare il Parkinson e nel decorso della malattia. Un modello alimentare che ha attirato particolare attenzione è la dieta mediterranea, caratterizzata da un elevato consumo di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, olio extravergine di oliva, pesce, frutta secca e un apporto moderato di latticini e carne rossa. Una migliore aderenza a questo schema alimentare è stata associata, in diverse ricerche, a un minor rischio di sviluppare il Parkinson e a una minore probabilità di forme prodromiche, anche se si tratta di associazioni osservazionali e non di prove definitive di prevenzione causale.

Oltre alla dieta, l’attività fisica regolare emerge come uno dei fattori di stile di vita più promettenti. Studi di coorte su larga scala suggeriscono che un’attività fisica vigorosa, una minore sedentarietà e una buona qualità del sonno si associano a un rischio ridotto di sviluppare il Parkinson. Anche un moderato consumo di caffè e un adeguato stato di vitamina D sono stati collegati a un rischio inferiore in alcune analisi. Tuttavia, questi risultati vanno interpretati con cautela: non è sempre chiaro se siano le abitudini salutari a ridurre il rischio, o se persone con un rischio intrinsecamente più basso tendano spontaneamente ad adottare stili di vita più sani. In ogni caso, promuovere movimento, sonno regolare e una dieta equilibrata è raccomandabile per la salute generale.

Per chi ha già ricevuto una diagnosi di Parkinson, dieta e stile di vita assumono un ruolo ancora più concreto nella gestione quotidiana. Un’alimentazione ricca di fibre e liquidi aiuta a contrastare la stipsi, molto frequente nella malattia. Una buona distribuzione delle proteine durante la giornata può essere utile per ottimizzare l’assorbimento della levodopa, che può essere interferito da pasti molto proteici concentrati. Il mantenimento di un peso adeguato è essenziale: sia il dimagrimento eccessivo, legato a difficoltà di deglutizione o aumento del dispendio energetico, sia il sovrappeso, che peggiora la mobilità e il rischio cardiovascolare, possono complicare il decorso.

L’esercizio fisico strutturato – come fisioterapia, training dell’equilibrio, cammino assistito, attività in acqua, danza o tai chi – ha dimostrato di migliorare la forza, la postura, la stabilità e la qualità della vita nelle persone con Parkinson. Alcuni studi suggeriscono che programmi intensivi e continuativi possano avere effetti benefici anche su alcuni aspetti non motori, come l’umore e le funzioni cognitive. Anche in questo caso, però, parlare di “rallentamento” della malattia richiede prudenza: si può affermare con maggiore sicurezza che l’attività fisica aiuta a mantenere più a lungo le capacità funzionali e a ridurre il rischio di cadute e complicanze, piuttosto che modificare direttamente i processi neurodegenerativi sottostanti.

Innovazioni nella ricerca

La domanda se sia possibile rallentare davvero il Parkinson trova oggi la sua risposta più promettente nella ricerca su terapie potenzialmente “modificanti la malattia” (disease-modifying therapies, DMT). Questi approcci mirano non solo a migliorare i sintomi, ma a intervenire sui meccanismi biologici alla base della neurodegenerazione: accumulo anomalo della proteina alfa-sinucleina, disfunzioni mitocondriali, infiammazione cronica, alterazioni di geni come LRRK2 o GBA1. Sono in corso numerosi trial clinici su molecole che cercano di ridurre l’aggregazione dell’alfa-sinucleina, modulare l’attività di LRRK2, migliorare la funzione lisosomiale o sfruttare vie metaboliche come quella dei recettori GLP-1, già noti in ambito diabetologico.

Una parte consistente della pipeline di ricerca riguarda immunoterapie (anticorpi monoclonali o vaccini) dirette contro l’alfa-sinucleina, con l’obiettivo di favorirne la rimozione o impedirne la propagazione tra le cellule nervose. Altri studi esplorano terapie geniche, che mirano a correggere o modulare l’espressione di geni implicati nel rischio di Parkinson, e approcci basati su cellule staminali, con l’idea di sostituire o supportare i neuroni dopaminergici danneggiati. Nonostante l’intenso sforzo di ricerca e il numero crescente di trial di fase 1 e 2, solo pochi candidati sono arrivati a studi di fase 3, quelli necessari per dimostrare efficacia e sicurezza su larga scala.

Un elemento chiave per valutare se una terapia rallenta davvero il Parkinson è la definizione di criteri rigorosi nei trial clinici. Le agenzie regolatorie europee hanno aggiornato le linee guida per gli studi sul Parkinson, specificando che, per parlare di farmaco modificante la malattia, non basta un miglioramento sintomatico: occorre dimostrare un rallentamento misurabile della progressione clinica (per esempio, minore peggioramento delle scale motorie e funzionali nel tempo) e, idealmente, un effetto su biomarcatori che riflettano i processi patologici (come imaging cerebrale, marcatori nel liquido cerebrospinale o nel sangue). Questo rende gli studi più complessi, ma aumenta la probabilità che un eventuale risultato positivo corrisponda a un reale beneficio di lungo periodo.

Parallelamente, si sta sviluppando la cosiddetta medicina di precisione nel Parkinson. L’idea è che la malattia non sia un’entità unica, ma un insieme di sottotipi con meccanismi biologici parzialmente diversi. Identificare questi sottotipi attraverso biomarcatori, profili genetici, caratteristiche cliniche e dati digitali (per esempio, sensori indossabili che monitorano il movimento) potrebbe permettere in futuro di personalizzare le terapie e di selezionare meglio i pazienti per i trial. Anche se queste prospettive sono ancora in gran parte sperimentali, rappresentano una delle strade più promettenti per arrivare, un domani, a interventi realmente in grado di rallentare o modificare il decorso del Parkinson.

Un ulteriore fronte di innovazione riguarda lo sviluppo di strumenti digitali e di intelligenza artificiale per monitorare in modo continuo i sintomi motori e non motori, analizzare grandi quantità di dati e supportare la progettazione dei trial clinici. Applicazioni su smartphone, dispositivi indossabili e piattaforme di telemedicina potrebbero contribuire a identificare più precocemente i cambiamenti nel decorso della malattia e a valutare con maggiore precisione l’effetto delle terapie sperimentali, aprendo la strada a studi più rapidi e mirati.

In sintesi, oggi non disponiamo ancora di terapie approvate che abbiano dimostrato in modo definitivo di rallentare la progressione biologica del Parkinson, ma esistono molte possibilità per rallentare l’impatto della malattia sulla vita quotidiana: diagnosi precoce, terapie farmacologiche ben gestite, riabilitazione mirata, attività fisica regolare, dieta di qualità e supporto psicologico e sociale. Nel frattempo, la ricerca su farmaci e terapie avanzate sta avanzando rapidamente, con l’obiettivo esplicito di modificare il decorso della malattia. Per orientarsi tra le opzioni disponibili e valutare l’eventuale partecipazione a studi clinici, è fondamentale rivolgersi a centri specializzati in disturbi del movimento e affidarsi a fonti informative autorevoli.

Per approfondire

AIFA / EMA – Linee guida sui trial per la malattia di Parkinson – Comunicato istituzionale che spiega come vengono progettati oggi gli studi clinici per valutare farmaci potenzialmente in grado di modificare il decorso del Parkinson.

Progress in Disease-Modifying Therapies for Parkinson’s Disease – Review aggiornata che riassume lo stato dell’arte sulle terapie sperimentali mirate a rallentare o modificare la malattia, con particolare attenzione a bersagli come alfa-sinucleina, LRRK2, GBA1 e GLP-1R.

Parkinson’s Disease Drug Therapies in the Clinical Trial Pipeline: 2024 Update – Analisi della pipeline di farmaci in sviluppo per il Parkinson, utile per capire quanti studi sono in corso e quanti mirano a trattamenti potenzialmente modificanti la malattia.

Association between Mediterranean diet adherence and Parkinson’s disease: a systematic review and meta-analysis – Meta-analisi che valuta il legame tra aderenza alla dieta mediterranea e rischio di sviluppare il Parkinson, evidenziando un’associazione favorevole per chi segue più da vicino questo modello alimentare.

Contribution of Nutritional, Lifestyle, and Metabolic Risk Factors to Parkinson’s Disease – Studio su larga scala che esplora il ruolo di attività fisica, sedentarietà, sonno, caffè e vitamina D nel rischio di Parkinson, utile per comprendere il peso dei fattori di stile di vita.