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Quando assumiamo un medicinale, spesso ci concentriamo solo sulla domanda “fra quanto farà effetto?”. In realtà, dietro ogni compressa, capsula, iniezione o spray nasale c’è un percorso complesso all’interno dell’organismo, descritto dalla farmacocinetica. Questa disciplina studia come il farmaco viene assorbito, distribuito nei tessuti, trasformato (metabolizzato) ed eliminato, e spiega perché lo stesso principio attivo può agire in modo diverso in persone differenti o in condizioni cliniche diverse.
Comprendere, almeno a grandi linee, come agisce un farmaco nel corpo aiuta il paziente a usare le terapie in modo più consapevole, a rispettare gli orari di assunzione e a riconoscere l’importanza di fattori come il cibo, l’età, la funzionalità di fegato e reni o l’associazione con altri medicinali. Non si tratta di sostituirsi al medico o al farmacista, ma di avere gli strumenti per dialogare meglio con loro, porre domande pertinenti e segnalare eventuali effetti indesiderati in modo tempestivo e accurato.
Assorbimento dei farmaci
L’assorbimento è la prima tappa del viaggio di un farmaco: indica il passaggio del principio attivo dal sito di somministrazione (per esempio lo stomaco o il muscolo) al sangue circolante. A seconda della via di somministrazione, questo passaggio può essere più o meno rapido e completo. Per i farmaci assunti per bocca, il medicinale deve sciogliersi, attraversare la parete gastrointestinale e spesso superare un “primo passaggio” nel fegato, che può ridurre la quantità di farmaco che arriva in circolo. Per le iniezioni endovenose, invece, l’assorbimento è praticamente immediato, perché il farmaco viene introdotto direttamente nel torrente ematico, con un effetto più rapido ma anche con minore possibilità di correzione in caso di errore di dose.
Molti fattori influenzano l’assorbimento: il pH gastrico, la presenza di cibo, la motilità intestinale, eventuali patologie gastrointestinali e le caratteristiche chimico-fisiche del farmaco (per esempio se è lipofilo o idrofilo). Alcuni medicinali sono formulati per resistere all’acidità dello stomaco e sciogliersi solo nell’intestino, altri richiedono di essere assunti a stomaco vuoto per evitare che il cibo ne rallenti o riduca l’assorbimento. Anche l’uso di gastroprotettori o antiacidi può modificare il pH e quindi la quantità di farmaco che effettivamente entra in circolo, motivo per cui è importante seguire con precisione le indicazioni su tempi e modalità di assunzione.
Un esempio pratico è rappresentato dai farmaci che agiscono sulla secrezione acida gastrica o che devono attraversare un ambiente acido per essere assorbiti correttamente: assumere in modo scorretto un gastroprotettore, o prenderlo quando non è realmente necessario, può alterare l’assorbimento di altri medicinali assunti in concomitanza. Per questo, quando il medico prescrive un farmaco per via orale, specifica spesso se assumerlo prima, durante o dopo i pasti, o se distanziarlo da altri trattamenti. Anche condizioni come vomito, diarrea importante o interventi chirurgici sull’apparato digerente possono cambiare profondamente il profilo di assorbimento e richiedere un adattamento della terapia da parte del clinico.
Non tutti i farmaci, però, passano dal tratto gastrointestinale: esistono vie alternative, come quella sublinguale, transdermica (cerotti), inalatoria o rettale, scelte proprio per modulare l’assorbimento. La via sublinguale, ad esempio, permette al farmaco di entrare rapidamente in circolo evitando il primo passaggio epatico, utile quando serve un effetto rapido o quando il principio attivo verrebbe altrimenti inattivato dal fegato. I cerotti transdermici rilasciano lentamente il farmaco attraverso la pelle, garantendo concentrazioni più stabili nel tempo. Comprendere che ogni via di somministrazione è stata scelta per un motivo aiuta a non modificarla autonomamente, evitando di frantumare compresse a rilascio modificato o di cambiare forma farmaceutica senza consultare il medico.
Distribuzione nel corpo
Una volta assorbito nel sangue, il farmaco non rimane confinato nel circolo ematico: inizia la fase di distribuzione, durante la quale il principio attivo si sposta verso i vari tessuti e organi. Questo processo dipende da molte variabili, tra cui il flusso sanguigno ai diversi distretti, la permeabilità delle membrane biologiche e la capacità del farmaco di legarsi alle proteine plasmatiche, come l’albumina. Solo la frazione “libera” del farmaco, non legata alle proteine, è farmacologicamente attiva e in grado di attraversare le membrane per raggiungere il sito d’azione. Per questo, condizioni che riducono l’albumina, come alcune malattie epatiche o la malnutrizione, possono aumentare la quota libera e quindi l’effetto (e il rischio di tossicità) di farmaci altamente legati alle proteine.
Un concetto chiave della distribuzione è il volume di distribuzione, un parametro teorico che descrive quanto il farmaco tende a “uscire” dal sangue per distribuirsi nei tessuti. Farmaci con alto volume di distribuzione si accumulano maggiormente in alcuni compartimenti (per esempio il tessuto adiposo o il sistema nervoso centrale), mentre quelli con basso volume restano prevalentemente nel plasma. Questo spiega perché alcuni medicinali hanno un’azione prolungata anche dopo la sospensione: il principio attivo può essere lentamente rilasciato dai tessuti in cui si era accumulato. Inoltre, barriere fisiologiche come la barriera emato-encefalica limitano l’accesso di molte molecole al cervello, proteggendo il sistema nervoso ma rendendo più complesso il trattamento di alcune patologie neurologiche.
La distribuzione è influenzata anche dall’età, dal peso corporeo, dalla composizione in grasso e acqua dell’organismo e dalla presenza di patologie cardiovascolari. Nei neonati, ad esempio, l’elevata percentuale di acqua corporea e l’immaturità di alcune barriere modificano profondamente la distribuzione rispetto all’adulto, richiedendo schemi terapeutici specifici. Negli anziani, l’aumento della massa grassa e la riduzione dell’acqua corporea totale possono aumentare il volume di distribuzione dei farmaci lipofili e ridurre quello dei farmaci idrofili, con possibili variazioni della durata e dell’intensità dell’effetto. Anche stati patologici come l’insufficienza cardiaca, che riduce il flusso sanguigno a determinati organi, possono alterare la velocità con cui il farmaco raggiunge il sito d’azione.
Un altro aspetto importante è la possibilità di interazioni a livello di legame proteico: se due farmaci competono per lo stesso sito sull’albumina, uno può spiazzare l’altro, aumentando la frazione libera e quindi l’effetto del medicinale spiazzato. Questo fenomeno è particolarmente rilevante per i farmaci con indice terapeutico stretto, cioè con un margine ridotto tra dose efficace e dose tossica. Per questo motivo, quando si introducono nuovi medicinali in una terapia già in corso, il medico valuta attentamente il profilo di distribuzione e le potenziali interazioni, monitorando la comparsa di segni di sovradosaggio o di ridotta efficacia e, se necessario, modificando il regime terapeutico. Anche il paziente, informando sempre su tutti i farmaci e integratori assunti, contribuisce a una gestione più sicura della terapia.
Metabolizzazione ed eliminazione
Dopo essere stato distribuito e aver esercitato il proprio effetto, il farmaco deve essere eliminato dall’organismo per evitare un accumulo potenzialmente tossico. Prima dell’eliminazione vera e propria, molti farmaci subiscono una trasformazione chimica chiamata metabolizzazione, che avviene principalmente nel fegato grazie a specifici enzimi (come il sistema del citocromo P450). Lo scopo di questa trasformazione è rendere la molecola più idrosolubile, facilitandone l’escrezione attraverso i reni o la bile. In alcuni casi, però, il metabolita può essere ancora attivo, o addirittura più attivo del farmaco originario, come accade per i cosiddetti profarmaci, che vengono “attivati” proprio dal metabolismo epatico prima di esercitare il loro effetto terapeutico.
La capacità di metabolizzare i farmaci varia notevolmente da persona a persona, per motivi genetici, per l’età, per la presenza di malattie epatiche e per l’uso concomitante di altri medicinali che possono inibire o indurre gli enzimi epatici. Un inibitore enzimatico rallenta la metabolizzazione, aumentando le concentrazioni plasmatiche del farmaco e il rischio di effetti indesiderati; un induttore, al contrario, accelera il metabolismo, riducendo l’efficacia del trattamento. Questo è uno dei motivi per cui alcune associazioni farmacologiche sono sconsigliate o richiedono un attento monitoraggio clinico e laboratoristico. Anche il consumo cronico di alcol, il fumo di sigaretta e alcuni prodotti di automedicazione a base di erbe possono interferire con il metabolismo dei farmaci, spesso in modo sottovalutato.
L’eliminazione vera e propria avviene soprattutto per via renale, attraverso filtrazione glomerulare, secrezione e riassorbimento tubulare, ma anche per via biliare-fecale, polmonare (per alcuni gas anestetici) e, in misura minore, attraverso sudore, saliva e latte materno. La funzionalità renale è quindi un determinante cruciale della velocità con cui il farmaco viene rimosso dall’organismo. In presenza di insufficienza renale, la clearance del farmaco si riduce, con rischio di accumulo e tossicità se non si adattano dose e intervallo di somministrazione. Per questo, soprattutto negli anziani o nei pazienti con patologie renali note, è frequente che il medico richieda esami del sangue per valutare creatinina e filtrato glomerulare prima di impostare o modificare una terapia farmacologica.
Un parametro sintetico che descrive l’eliminazione è l’emivita plasmatica, cioè il tempo necessario perché la concentrazione del farmaco nel sangue si riduca della metà. L’emivita aiuta a stabilire ogni quanto somministrare il medicinale per mantenere livelli efficaci senza accumulo eccessivo. Farmaci con emivita breve richiedono somministrazioni più frequenti o formulazioni a rilascio prolungato, mentre quelli con emivita lunga possono essere assunti una sola volta al giorno o anche meno. Comprendere che l’eliminazione non è immediata aiuta anche a spiegare perché alcuni effetti collaterali possano persistere per qualche tempo dopo la sospensione del farmaco, finché l’organismo non ha completato la rimozione del principio attivo e dei suoi metaboliti.
Fattori che influenzano l’azione
L’azione di un farmaco non dipende solo dalle sue caratteristiche intrinseche, ma anche da numerosi fattori legati al paziente e al contesto di utilizzo. Età, peso corporeo, sesso, stato di idratazione, funzionalità di fegato e reni, presenza di altre malattie (come diabete, insufficienza cardiaca, patologie respiratorie), abitudini di vita (fumo, alcol, dieta) e uso concomitante di altri farmaci o integratori possono modificare profondamente l’assorbimento, la distribuzione, il metabolismo e l’eliminazione. Ad esempio, un paziente anziano, con ridotta massa muscolare e funzione renale compromessa, può accumulare più facilmente un farmaco rispetto a un adulto giovane sano, pur assumendo la stessa dose. Allo stesso modo, una dieta molto ricca di grassi o fibre può alterare l’assorbimento di alcuni medicinali, rendendo meno prevedibile la risposta terapeutica.
Un ruolo sempre più riconosciuto è quello della variabilità genetica, studiata dalla farmacogenetica, che analizza come le differenze nel patrimonio genetico influenzino la risposta ai farmaci. Alcune persone sono “metabolizzatori lenti” per determinati enzimi epatici e quindi eliminano più lentamente specifici medicinali, con maggiore rischio di effetti indesiderati; altre sono “metabolizzatori rapidi” e possono non raggiungere concentrazioni efficaci con le dosi standard. In alcuni ambiti, come l’oncologia o la cardiologia, sono già disponibili test genetici che aiutano a personalizzare la terapia, scegliendo il farmaco e il dosaggio più adatti al singolo paziente. Tuttavia, nella pratica clinica quotidiana, la personalizzazione si basa ancora in larga parte sull’osservazione clinica, sul monitoraggio degli effetti e sul dialogo continuo tra paziente e curanti.
La corretta aderenza alla terapia è un altro fattore determinante: saltare dosi, modificare gli orari di assunzione, interrompere il trattamento appena i sintomi migliorano o, al contrario, prolungarlo oltre il tempo indicato può alterare in modo significativo il profilo farmacocinetico e l’efficacia complessiva. Alcuni farmaci richiedono concentrazioni plasmatiche stabili per funzionare al meglio; assunzioni irregolari portano a oscillazioni che riducono il beneficio e aumentano il rischio di effetti collaterali. Anche l’automedicazione, soprattutto con prodotti da banco o integratori apparentemente “innocui”, può interferire con terapie in corso, modificando l’azione dei farmaci prescritti. Per questo è essenziale informare sempre medico e farmacista su tutto ciò che si assume, compresi rimedi erboristici e prodotti acquistati senza ricetta.
Infine, fattori organizzativi e informativi giocano un ruolo non trascurabile: la chiarezza delle indicazioni ricevute, la comprensione da parte del paziente, la presenza di schemi scritti o di supporti (come blister settimanali) influenzano la capacità di seguire correttamente la terapia. La farmacovigilanza, cioè il sistema di raccolta e analisi delle segnalazioni di sospette reazioni avverse, contribuisce a migliorare nel tempo la sicurezza dei farmaci, aggiornando le informazioni su controindicazioni, interazioni e precauzioni d’uso. Segnalare eventuali effetti indesiderati al medico o al farmacista non significa “accusare” il farmaco, ma partecipare a un processo di sorveglianza che tutela l’intera comunità, permettendo di identificare precocemente problemi rari o inattesi e di aggiornare le raccomandazioni d’uso in modo basato sulle evidenze.
In sintesi, l’azione di un farmaco nel corpo è il risultato di un percorso articolato che comprende assorbimento, distribuzione, metabolizzazione ed eliminazione, modulato da numerosi fattori individuali e ambientali. Conoscere, almeno a livello generale, questi meccanismi aiuta a comprendere perché è importante rispettare dosi, orari e modalità di assunzione, evitare modifiche autonome della terapia e comunicare sempre al medico e al farmacista eventuali cambiamenti di salute o nuovi farmaci introdotti. Una gestione consapevole delle terapie, unita alla farmacovigilanza e all’aggiornamento continuo dei professionisti sanitari, rappresenta la base per un uso dei medicinali il più possibile efficace e sicuro per ogni paziente.
Per approfondire
Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) – Pagina dedicata alla farmacovigilanza, aggiornata regolarmente, con informazioni per cittadini e operatori su come segnalare le reazioni avverse e sul monitoraggio della sicurezza dei farmaci.
Ministero della Salute – Farmaci – Sezione istituzionale con schede informative, avvertenze di sicurezza e materiali divulgativi sull’uso appropriato dei medicinali e sui sistemi di sorveglianza nazionali.
European Medicines Agency (EMA) – Risorse in lingua inglese sulla farmacovigilanza e sulla valutazione continua del rapporto beneficio/rischio dei medicinali autorizzati nell’Unione Europea.
World Health Organization (WHO) – Informazioni internazionali sui sistemi di farmacovigilanza, linee guida e documenti tecnici per migliorare la sicurezza dei farmaci a livello globale.
National Institutes of Health (NIH) – Sezione di divulgazione scientifica con materiali aggiornati su farmaci, sperimentazioni cliniche e principi di farmacocinetica e farmacodinamica rivolti a pazienti e professionisti.
