Chi è cardiopatico può bere il caffè?

Relazione tra consumo di caffè e salute cardiovascolare nelle persone cardiopatiche

La domanda se una persona “cardiopatica” possa bere il caffè è molto frequente in ambulatorio di cardiologia. Il timore è comprensibile: il caffè contiene caffeina, una sostanza stimolante che può aumentare temporaneamente frequenza cardiaca e pressione arteriosa. Allo stesso tempo, numerosi studi suggeriscono che, in molte persone, un consumo moderato di caffè non solo non è dannoso, ma potrebbe associarsi a un minor rischio cardiovascolare nel lungo periodo.

Per orientarsi è fondamentale distinguere tra effetto acuto (la tazzina appena bevuta) ed effetto del consumo abituale, tra diversi tipi di cardiopatia (ischemica, aritmica, scompenso, ipertensione) e tra quantità e modalità di assunzione. In questo articolo analizziamo in modo sistematico cosa si sa oggi sul rapporto tra caffè e cuore, quali cautele sono ragionevoli per chi ha una malattia cardiaca e quando è opportuno ridurre o evitare il caffè, sempre con l’idea che le decisioni finali vadano condivise con il proprio cardiologo.

Effetti del caffè sul cuore

Quando si parla di “caffè” dal punto di vista cardiologico, il protagonista è la caffeina, una metilxantina con azione stimolante sul sistema nervoso centrale e sul sistema cardiovascolare. La caffeina blocca i recettori dell’adenosina (una sostanza che normalmente ha effetto calmante sul cuore e sui vasi), aumenta il rilascio di catecolamine (adrenalina e noradrenalina) e può determinare un modesto aumento della frequenza cardiaca e della contrattilità del miocardio. Questo spiega perché alcune persone, soprattutto se non abituate o se assumono dosi elevate, possano percepire palpitazioni, “battiti forti” o una sensazione di agitazione dopo il caffè.

È però importante sottolineare che l’organismo sviluppa una certa tolleranza alla caffeina: nei consumatori abituali, gli effetti acuti sul battito cardiaco e sulla pressione tendono a ridursi nel tempo. Inoltre, il caffè non è solo caffeina: contiene anche polifenoli, acidi clorogenici e altre sostanze con potenziali effetti antiossidanti e antinfiammatori, che potrebbero contribuire a spiegare alcune associazioni favorevoli osservate negli studi epidemiologici su rischio cardiovascolare e mortalità. Questo quadro complesso rende difficile trarre conclusioni semplicistiche del tipo “il caffè fa male al cuore” o “il caffè fa bene al cuore”, perché l’effetto dipende da dose, abitudine, tipo di preparazione e profilo di rischio individuale. Per chi assume anticoagulanti orali, esistono inoltre considerazioni specifiche sul rapporto tra caffè, coagulazione e interazioni, come approfondito nel tema di chi prende il warfarin e il consumo di caffè chi prende il Coumadin può bere il caffè.

Un altro aspetto spesso discusso riguarda il rischio di aritmie. In passato si temeva che il caffè potesse “scatenare” fibrillazione atriale o altre aritmie sopraventricolari; studi più recenti, tuttavia, non hanno confermato in modo netto un aumento del rischio di aritmie con un consumo moderato di caffè nella popolazione generale. In alcuni casi, anzi, è stata osservata un’associazione neutra o persino leggermente favorevole. Ciò non significa che il caffè sia innocuo per tutti: in persone con aritmie già note, soprattutto se sintomatiche o mal controllate, la caffeina può peggiorare la percezione dei sintomi o facilitare episodi in soggetti particolarmente sensibili.

Per i pazienti con cardiopatia ischemica (pregresso infarto, angina) o scompenso cardiaco, i dati disponibili suggeriscono che il consumo abituale di caffè, entro limiti moderati, non aumenta il rischio di recidive o di peggioramento della malattia e, in alcuni studi, si associa a una prognosi migliore rispetto a chi non consuma caffè. Tuttavia, in fase acuta (per esempio durante un’angina instabile, un infarto recente o uno scompenso non compensato) è prudente ridurre o sospendere temporaneamente le sostanze stimolanti, compreso il caffè, fino a stabilizzazione del quadro clinico, seguendo le indicazioni del team curante.

Infine, va ricordato che il caffè può influenzare anche altri fattori di rischio cardiovascolare, come il profilo lipidico e il metabolismo glucidico. Alcune preparazioni, in particolare il caffè bollito o non filtrato, possono aumentare il colesterolo LDL per la presenza di diterpeni (cafestolo e kahweol), mentre il caffè filtrato o l’espresso tradizionale sembrano avere un impatto minore su questo parametro. Sul versante glicemico, un consumo moderato di caffè è stato associato in diversi studi a un minor rischio di diabete di tipo 2, condizione strettamente legata al rischio cardiovascolare. Anche questi elementi entrano nel bilancio complessivo quando si valuta il ruolo del caffè nella vita di una persona cardiopatica.

Caffè e pressione sanguigna

Il rapporto tra caffè e pressione arteriosa è uno dei punti più delicati per chi ha una cardiopatia, perché l’ipertensione è un fattore di rischio centrale per infarto, ictus e scompenso cardiaco. Dal punto di vista fisiologico, la caffeina provoca un aumento transitorio della pressione, soprattutto nei soggetti non abituati o in chi assume dosi relativamente elevate in un breve intervallo di tempo. Questo incremento è legato alla vasocostrizione (restringimento dei vasi) mediata dal blocco dei recettori dell’adenosina e all’aumento dell’attività simpatica (più adrenalina in circolo). L’effetto di solito raggiunge il picco entro 30–60 minuti dall’assunzione e può durare alcune ore.

Nei consumatori abituali, tuttavia, l’organismo tende ad adattarsi: diversi studi hanno mostrato che l’aumento pressorio acuto è meno marcato o quasi assente in chi beve caffè regolarmente. Le meta-analisi che hanno valutato l’effetto del consumo cronico di caffè sullo sviluppo di ipertensione suggeriscono che, nel lungo periodo, un consumo moderato non aumenta il rischio di diventare ipertesi e, in alcuni casi, si associa addirittura a un rischio leggermente ridotto rispetto a chi consuma poco o niente caffè. Questo non annulla l’effetto acuto, ma indica che il bilancio complessivo, nel tempo, potrebbe non essere sfavorevole per la pressione arteriosa.

Per le persone già ipertese, la situazione è più sfumata. Studi specifici su soggetti con ipertensione hanno documentato che dosi acute di caffeina (paragonabili a 2–3 tazzine di caffè in breve tempo) possono aumentare la pressione sistolica e diastolica in modo significativo per alcune ore. Tuttavia, quando si osservano ipertesi che consumano abitualmente caffè, non emerge un chiaro aumento del rischio di eventi cardiovascolari rispetto a chi non lo beve. Questo porta molti esperti a ritenere che, in ipertesi ben controllati con farmaci e stile di vita, un consumo moderato e distribuito nella giornata possa essere accettabile, purché non provochi sintomi e non interferisca con il controllo pressorio misurato a domicilio o in ambulatorio.

Dal punto di vista pratico, per chi ha pressione alta o una cardiopatia è utile monitorare la propria risposta individuale al caffè. Un approccio semplice consiste nel misurare la pressione prima e circa un’ora dopo l’assunzione di caffè, in giornate diverse, per capire se si verificano aumenti significativi e riproducibili. Se si osservano rialzi importanti o se compaiono sintomi come mal di testa, palpitazioni, senso di oppressione toracica o ansia marcata dopo il caffè, è opportuno ridurre la quantità o passare a versioni a minor contenuto di caffeina (per esempio miscele più leggere o decaffeinato) e discuterne con il medico curante.

È inoltre utile ricordare che la caffeina non si trova solo nel caffè, ma anche in tè, bevande energetiche, alcune bibite e prodotti a base di cacao. Per valutare correttamente l’impatto sulla pressione arteriosa, è quindi necessario considerare l’apporto complessivo di caffeina nell’arco della giornata, evitando di sommare più fonti stimolanti in tempi ravvicinati. Una distribuzione più omogenea delle assunzioni e la scelta di bevande a minor contenuto di caffeina possono contribuire a ridurre i picchi pressori e a mantenere un controllo più stabile dei valori.

Consigli per i cardiopatici

Per una persona con cardiopatia, la domanda “posso bere il caffè?” non ha una risposta unica valida per tutti, ma esistono alcuni principi generali che possono guidare le scelte. Il primo è la moderazione: nella maggior parte degli studi, i consumi considerati “moderati” (spesso nell’ordine di 2–3 tazzine di caffè espresso al giorno, talvolta fino a 3–5 tazze di caffè filtro) non si associano a un aumento del rischio cardiovascolare e, in alcuni casi, mostrano un profilo favorevole rispetto all’astensione completa. Questo non significa che si debba arrivare a quelle quantità, ma che, per molti cardiopatici, una o due tazzine al giorno, se ben tollerate, possono rientrare in uno stile di vita equilibrato.

Il secondo principio è l’ascolto dei propri sintomi. Se dopo il caffè compaiono regolarmente palpitazioni fastidiose, tachicardia, sensazione di “cuore in gola”, ansia, tremori, disturbi del sonno o peggioramento di sintomi cardiaci preesistenti (per esempio più episodi di angina o di dispnea), è un segnale che la dose di caffeina potrebbe essere eccessiva per quel singolo individuo. In questi casi, si può provare a ridurre gradualmente il numero di caffè, evitare di concentrarli in poche ore, scegliere miscele meno cariche o passare al decaffeinato, valutando se i sintomi migliorano. È importante non fare cambiamenti drastici senza confrontarsi con il cardiologo, soprattutto se si assumono molti farmaci o si ha una cardiopatia complessa.

Un terzo elemento riguarda il tipo di caffè e le modalità di preparazione. Per chi ha colesterolo LDL elevato o un rischio cardiovascolare molto alto, può essere preferibile limitare il consumo di caffè bollito o non filtrato (per esempio alcune preparazioni tradizionali nordiche o turche), che contengono più diterpeni in grado di aumentare il colesterolo. L’espresso italiano e il caffè filtro con carta tendono ad avere un impatto minore su questo aspetto. Inoltre, è bene considerare cosa si aggiunge al caffè: zucchero, panna, sciroppi aromatizzati e creme possono aumentare significativamente l’apporto calorico e di grassi, influenzando indirettamente il rischio cardiovascolare.

Infine, il caffè va inserito nel contesto dello stile di vita complessivo. Per un cardiopatico, smettere di fumare, controllare il peso, seguire una dieta ricca di frutta, verdura, legumi, pesce e povera di sale e grassi saturi, praticare attività fisica regolare e aderire alla terapia prescritta hanno un impatto enormemente maggiore sul rischio di infarto, ictus o scompenso rispetto alla scelta tra una o due tazzine di caffè al giorno. Concentrarsi solo sul caffè rischia di distogliere l’attenzione da questi pilastri fondamentali della prevenzione e del trattamento. Il caffè, in questo quadro, è un tassello da modulare con buon senso, più che un protagonista assoluto.

Quando evitare il caffè

Esistono situazioni in cui, per prudenza, è consigliabile ridurre drasticamente o evitare il caffè, almeno temporaneamente. Una di queste è l’ipertensione non controllata, cioè quando i valori pressori restano stabilmente elevati nonostante la terapia o in assenza di trattamento adeguato. In questi casi, l’effetto pressorio acuto della caffeina può contribuire a picchi di pressione potenzialmente pericolosi, soprattutto se si somma ad altri fattori scatenanti (stress, dolore, eccesso di sale, abuso di alcol). Finché la pressione non è stabilizzata, molti cardiologi suggeriscono di limitare o sospendere il caffè e, successivamente, di reintrodurlo con cautela, monitorando la risposta individuale.

Un’altra condizione delicata è la presenza di aritmie significative, in particolare tachiaritmie sopraventricolari o ventricolari sintomatiche, fibrillazione atriale con frequenza mal controllata o storia di episodi aritmici scatenati da stimolanti. Anche se gli studi non mostrano in modo uniforme un aumento del rischio di aritmie con il consumo moderato di caffè nella popolazione generale, in soggetti con aritmie note e sintomatiche la caffeina può peggiorare la percezione dei battiti irregolari o facilitare episodi in persone sensibili. In questi casi, il medico può consigliare un periodo di astensione dal caffè per valutare se la frequenza o l’intensità delle aritmie si riduce, e decidere poi se e come reintrodurlo.

Va considerata anche la fase acuta di alcune malattie cardiache: durante un infarto miocardico, un’angina instabile, uno scompenso cardiaco acuto o subito dopo un intervento cardiochirurgico o una procedura invasiva importante (come un’angioplastica complessa), l’organismo è sottoposto a uno stress notevole e il sistema cardiovascolare è particolarmente vulnerabile. In queste fasi, di solito si preferisce evitare sostanze stimolanti come il caffè, concentrandosi sulla stabilizzazione clinica. Solo dopo il recupero e la rivalutazione specialistica si potrà discutere se reintrodurre il caffè, in che quantità e con quali limiti.

Infine, ci sono condizioni non strettamente cardiache ma rilevanti per il benessere globale del paziente cardiopatico, come ansia marcata, disturbi del sonno, reflusso gastroesofageo severo o gravidanza. L’insonnia e l’ansia possono peggiorare il controllo pressorio e favorire sintomi cardiaci; il reflusso può mimare o aggravare il dolore toracico; la gravidanza comporta adattamenti cardiovascolari importanti e limiti specifici all’assunzione di caffeina. In tutte queste situazioni, ridurre o evitare il caffè può contribuire a migliorare il quadro complessivo e a semplificare la gestione della cardiopatia, sempre in accordo con il medico curante.

Consultare il cardiologo

Nonostante le numerose evidenze disponibili, le linee guida non forniscono indicazioni rigide e universali sul consumo di caffè nei cardiopatici, proprio perché la risposta alla caffeina è molto individuale e dipende da molte variabili: tipo di cardiopatia, controllo della pressione, presenza di aritmie, comorbidità (diabete, insufficienza renale, BPCO), farmaci assunti, età, abitudini di vita. Per questo motivo, la decisione se e quanto caffè bere dovrebbe essere sempre personalizzata e discussa con il proprio cardiologo o medico di medicina generale, che conosce la storia clinica del paziente e può valutare rischi e benefici nel contesto specifico.

Durante la visita, è utile riferire in modo preciso quante tazzine di caffè (o altre bevande contenenti caffeina, come tè, energy drink, cola) si consumano al giorno, in quali orari e se si notano sintomi particolari dopo l’assunzione. Portare con sé un diario pressorio domiciliare, con annotazioni su quando si beve il caffè, può aiutare il medico a capire se esiste una correlazione tra picchi di pressione e consumo di caffeina. Allo stesso modo, chi porta un Holter pressorio o un Holter ECG può segnalare gli orari in cui assume il caffè, per facilitare l’interpretazione dei tracciati in relazione agli stimoli esterni.

Il cardiologo potrà così proporre strategie personalizzate: per alcuni pazienti, confermare che una o due tazzine al giorno sono compatibili con il loro quadro clinico; per altri, suggerire di ridurre gradualmente il consumo, di evitare il caffè nelle ore serali o di passare a miscele meno cariche o al decaffeinato; per altri ancora, soprattutto in presenza di ipertensione non controllata o aritmie instabili, raccomandare un periodo di astensione completa. È importante che il paziente si senta libero di porre domande e di esprimere le proprie abitudini e preferenze, perché il caffè, oltre a essere una bevanda, ha spesso una forte valenza sociale e culturale.

Infine, il confronto con il cardiologo è l’occasione per inquadrare il tema caffè all’interno di un piano più ampio di prevenzione e cura: revisione della terapia farmacologica, controllo dei fattori di rischio (pressione, colesterolo, glicemia), indicazioni su alimentazione, attività fisica, fumo, gestione dello stress. In questo contesto, il caffè diventa uno dei tanti tasselli da armonizzare, piuttosto che un divieto assoluto o un permesso illimitato. Un dialogo aperto e informato permette di trovare un equilibrio tra sicurezza cardiovascolare e qualità di vita, adattato alle esigenze di ogni persona.

In sintesi, per la maggior parte delle persone con cardiopatia, il caffè non è automaticamente proibito: un consumo moderato, inserito in uno stile di vita sano e sotto controllo medico, è spesso compatibile con una buona gestione della malattia. Ci sono però situazioni in cui è prudente ridurre o evitare la caffeina, come ipertensione non controllata, aritmie instabili o fasi acute di malattia cardiaca. Valutare la propria risposta individuale, monitorare pressione e sintomi e confrontarsi regolarmente con il cardiologo sono i passi chiave per decidere se, quanto e come il caffè può continuare a far parte della quotidianità di chi è cardiopatico.

Per approfondire

Coffee Consumption and Cardiovascular Disease: A Condensed Review of Epidemiological Evidence and Mechanisms – Revisione della letteratura che riassume le principali evidenze epidemiologiche su consumo abituale di caffè, rischio di malattie cardiovascolari e possibili meccanismi biologici coinvolti.

Coffee Consumption and Risk of Hypertension in Adults: Systematic Review and Meta-Analysis – Meta-analisi recente che valuta l’associazione tra diversi livelli di consumo di caffè e rischio di sviluppare ipertensione nella popolazione adulta.

The effect of coffee consumption on blood pressure and the development of hypertension: a systematic review and meta-analysis – Revisione sistematica che analizza l’effetto del consumo cronico di caffè sui valori pressori e sulla probabilità di diventare ipertesi.

The effect of coffee on blood pressure and cardiovascular disease in hypertensive individuals: a systematic review and meta-analysis – Studio che si concentra specificamente su soggetti ipertesi, valutando l’impatto del caffè sulla pressione arteriosa e sugli eventi cardiovascolari.

Coffee consumption and associations with blood pressure, LDL-cholesterol and echocardiographic measures in the general population – Indagine osservazionale che esplora le relazioni tra consumo di caffè, pressione arteriosa, colesterolo LDL e parametri ecocardiografici nella popolazione generale.