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L’ictus è una delle principali cause di morte e disabilità nel mondo, ma non colpisce tutti allo stesso modo. Alcune persone hanno un rischio molto più elevato rispetto ad altre, per motivi legati all’età, alla presenza di malattie cardiovascolari, alle abitudini di vita e alla storia familiare. Conoscere chi è più a rischio di ictus è fondamentale per intervenire in tempo, modificare i fattori di rischio quando possibile e riconoscere subito i sintomi di allarme.
In questo articolo analizziamo che cos’è l’ictus, quali sono le sue cause principali, quali categorie di persone sono più esposte e come la prevenzione – sia attraverso lo stile di vita sia tramite controlli medici – può ridurre in modo significativo la probabilità di andare incontro a questo evento. Le informazioni sono di carattere generale e non sostituiscono il parere del medico o dello specialista.
Cos’è l’Ictus e le Sue Cause
L’ictus è un’improvvisa interruzione del flusso di sangue a una parte del cervello. Il tessuto cerebrale, privato di ossigeno e nutrienti, inizia a danneggiarsi in pochi minuti. Per questo si parla spesso di “tempo è cervello”: ogni minuto perso può significare la perdita di milioni di neuroni. Dal punto di vista clinico, l’ictus rientra nelle malattie cerebrovascolari, cioè quelle patologie che colpiscono i vasi sanguigni del cervello. È una vera emergenza medica: il riconoscimento rapido dei sintomi e il trasporto in un centro specializzato (stroke unit) possono fare la differenza tra un recupero buono e una disabilità grave o la morte.
Esistono due grandi tipi di ictus. L’ictus ischemico, il più frequente, è causato dall’occlusione di un’arteria cerebrale da parte di un trombo (coagulo) o di un embolo (materiale che si stacca da un’altra sede, ad esempio dal cuore o dalle carotidi). L’ictus emorragico, invece, è dovuto alla rottura di un vaso sanguigno nel cervello, con fuoriuscita di sangue nel tessuto cerebrale o negli spazi circostanti. Entrambi i tipi portano a sofferenza e morte delle cellule nervose, ma le cause sottostanti e le strategie di trattamento possono essere diverse.
Tra le cause principali dell’ictus ischemico rientrano l’aterosclerosi (accumulo di placche di grasso e colesterolo nelle arterie), le cardiopatie che favoriscono la formazione di coaguli (come la fibrillazione atriale) e il restringimento delle arterie carotidi. Nel caso dell’ictus emorragico, le cause più comuni sono l’ipertensione arteriosa non controllata, alcune malformazioni vascolari (come aneurismi o malformazioni artero-venose) e, in alcuni casi, l’uso di farmaci anticoagulanti in assenza di un adeguato monitoraggio. Anche traumi cranici importanti possono provocare emorragie cerebrali, ma in quel caso si parla più propriamente di emorragia post-traumatica.
Un quadro particolare è l’attacco ischemico transitorio (TIA), spesso definito “mini-ictus”. I sintomi sono simili a quelli di un ictus (debolezza di un lato del corpo, difficoltà a parlare, perdita di vista, ecc.), ma si risolvono completamente entro 24 ore, spesso in pochi minuti. Il TIA non lascia danni permanenti, ma è un fortissimo campanello d’allarme: chi ha avuto un TIA ha un rischio molto più alto di sviluppare un ictus vero e proprio nelle settimane o mesi successivi. Per questo va sempre considerato un’urgenza e richiede una valutazione specialistica rapida.
Fattori di Rischio Comuni
Quando si parla di chi è più a rischio di ictus, è utile distinguere tra fattori di rischio non modificabili e fattori di rischio modificabili. I primi sono quelli che non possiamo cambiare, come l’età, il sesso biologico e la familiarità; i secondi sono legati a condizioni mediche o abitudini di vita su cui, almeno in parte, è possibile intervenire. L’età è uno dei determinanti più importanti: il rischio di ictus aumenta progressivamente con l’invecchiamento e tende a raddoppiare circa ogni decade dopo i 55 anni. Tuttavia, l’ictus non è una malattia esclusiva dell’anziano: negli ultimi anni si osservano sempre più casi anche in età adulta e, più raramente, in età giovanile.
Il sesso e il genere giocano un ruolo complesso. In molte fasce d’età gli uomini presentano un rischio di primo ictus leggermente superiore, soprattutto se fumatori e con altri fattori di rischio cardiovascolare. Tuttavia, le donne vivono più a lungo e, complessivamente, possono presentare un numero assoluto di ictus maggiore, con una mortalità spesso più elevata. Inoltre, esistono fattori di rischio specifici femminili, come la gravidanza, il puerperio e l’uso di alcuni contraccettivi orali, che possono aumentare il rischio in particolari condizioni. Anche la storia familiare è importante: avere parenti di primo grado (genitori, fratelli) che hanno avuto un ictus in età relativamente giovane suggerisce una predisposizione maggiore.
Tra i fattori di rischio modificabili, l’ipertensione arteriosa è considerata il principale. Una pressione costantemente elevata danneggia nel tempo le pareti dei vasi sanguigni, favorendo sia la formazione di placche aterosclerotiche sia la rottura dei piccoli vasi cerebrali. Molte persone sono ipertese senza saperlo, perché la pressione alta spesso non dà sintomi evidenti: per questo la misurazione periodica è essenziale. Altri fattori di rischio molto rilevanti sono il diabete mellito, le dislipidemie (colesterolo e trigliceridi elevati), il fumo di sigaretta, l’obesità e la sedentarietà. Questi elementi tendono a sommarsi tra loro, moltiplicando il rischio complessivo.
Un ruolo centrale è svolto anche dalle malattie cardiache. La fibrillazione atriale, un’aritmia in cui gli atri del cuore battono in modo irregolare e spesso molto rapido, favorisce la formazione di coaguli che possono staccarsi e raggiungere il cervello, causando un ictus cardioembolico. Altre cardiopatie, come l’insufficienza cardiaca, alcune valvulopatie e la cardiopatia ischemica, aumentano il rischio di ictus attraverso meccanismi diversi (riduzione della funzione di pompa, formazione di trombi, aterosclerosi diffusa). In questo contesto, la valutazione globale del rischio cardiovascolare e l’aderenza alle terapie prescritte sono fondamentali per ridurre la probabilità di eventi cerebrovascolari.
Prevenzione e Stili di Vita
La buona notizia è che una parte consistente degli ictus potrebbe essere prevenuta intervenendo sui fattori di rischio modificabili. La cosiddetta prevenzione primaria mira a ridurre la probabilità che si verifichi un primo evento cerebrovascolare, agendo sia sulle abitudini quotidiane sia sul controllo delle malattie croniche. Un’alimentazione equilibrata, ricca di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, pesce e grassi insaturi (come quelli dell’olio extravergine d’oliva), contribuisce a mantenere sotto controllo pressione, colesterolo e peso corporeo. Al contrario, un eccesso di sale, zuccheri semplici, grassi saturi e cibi ultra-processati favorisce ipertensione, obesità e dislipidemia, aumentando il rischio di ictus.
L’attività fisica regolare è un altro pilastro della prevenzione. Muoversi in modo costante – ad esempio camminare a passo svelto, andare in bicicletta, nuotare o praticare ginnastica – aiuta a mantenere un peso adeguato, migliora la sensibilità all’insulina, riduce la pressione arteriosa e ha effetti benefici sul profilo lipidico. Le linee guida internazionali suggeriscono, per la popolazione adulta, almeno 150 minuti a settimana di attività fisica aerobica moderata o 75 minuti di attività intensa, distribuiti su più giorni, salvo diversa indicazione medica. Anche ridurre il tempo passato seduti, facendo brevi pause attive durante la giornata, può avere un impatto positivo sul rischio cardiovascolare globale.
La cessazione del fumo è probabilmente uno degli interventi singoli più efficaci per ridurre il rischio di ictus. Il fumo danneggia direttamente le pareti dei vasi sanguigni, favorisce l’aterosclerosi, aumenta la tendenza del sangue a coagulare e riduce la quantità di ossigeno trasportata ai tessuti. Smettere di fumare porta benefici già dopo poche settimane e, nel corso degli anni, il rischio di ictus si avvicina progressivamente a quello di chi non ha mai fumato. Anche il consumo di alcol va gestito con attenzione: un’assunzione eccessiva e regolare è associata a ipertensione, aritmie e aumento del rischio di ictus, mentre eventuali consumi moderati devono sempre essere valutati con il medico in base al profilo individuale.
Oltre allo stile di vita, la prevenzione passa attraverso controlli medici periodici, soprattutto per chi ha già fattori di rischio noti. Misurare regolarmente la pressione arteriosa, controllare glicemia e profilo lipidico, valutare il peso e la circonferenza addominale consente di individuare precocemente situazioni a rischio e intervenire con misure non farmacologiche o farmacologiche, secondo indicazione del medico. Per chi soffre di patologie cardiache, come la fibrillazione atriale, è essenziale seguire con scrupolo le terapie prescritte (ad esempio anticoagulanti o antiaggreganti) e sottoporsi ai controlli programmati, perché la mancata aderenza può aumentare significativamente la probabilità di ictus.
Quando Consultare un Medico
Capire quando rivolgersi al medico è cruciale sia per la prevenzione sia per il riconoscimento precoce di un ictus. Dal punto di vista preventivo, è opportuno consultare il medico di medicina generale per una valutazione del proprio profilo di rischio se si hanno più di 40–50 anni, soprattutto in presenza di fattori come ipertensione, diabete, colesterolo alto, fumo, sovrappeso o familiarità per ictus e infarto. Il medico può proporre esami di base (pressione, esami del sangue, elettrocardiogramma) e, se necessario, indirizzare a uno specialista (neurologo, cardiologo, internista) per approfondimenti.
Esistono poi situazioni in cui non bisogna aspettare la visita programmata, ma è necessario chiamare immediatamente il numero di emergenza (112/118 in Italia). I sintomi tipici di un ictus insorgono di solito in modo improvviso e possono comprendere: debolezza o paralisi di un lato del corpo (viso, braccio, gamba), difficoltà a parlare o a comprendere il linguaggio, perdita improvvisa della vista da un occhio o in parte del campo visivo, vertigini intense con perdita di equilibrio, mal di testa improvviso e molto forte, diverso dal solito, soprattutto se associato ad altri sintomi neurologici. In presenza di uno o più di questi segni, ogni minuto conta: non bisogna attendere che “passi da solo”, ma attivare subito i soccorsi.
Un modo semplice per ricordare i principali segnali di allarme è l’acronimo internazionale FAST (Face, Arm, Speech, Time): osservare se il volto è asimmetrico (Face), se un braccio non riesce a restare sollevato (Arm), se il linguaggio è confuso o incomprensibile (Speech) e, soprattutto, considerare che è il momento (Time) di chiamare i servizi di emergenza. Alcune campagne aggiungono anche l’attenzione a problemi di equilibrio e vista. È importante sottolineare che i sintomi possono essere transitori, come nel TIA: anche se si risolvono rapidamente, richiedono comunque una valutazione urgente, perché il rischio di un ictus maggiore nelle ore o nei giorni successivi è elevato.
Infine, è consigliabile consultare il medico anche in presenza di sintomi meno specifici ma persistenti, come cefalee nuove e diverse dal solito, episodi di confusione, disturbi della memoria o della concentrazione, soprattutto se associati a fattori di rischio cardiovascolare. Sebbene non sempre indichino un imminente ictus, possono essere il segnale di altre patologie neurologiche o vascolari che meritano attenzione. Un dialogo regolare con il proprio medico, basato su una descrizione accurata dei sintomi e della storia personale, è uno strumento fondamentale per la diagnosi precoce e la prevenzione.
Trattamenti e Cure Disponibili
I trattamenti per l’ictus dipendono innanzitutto dal tipo di evento (ischemico o emorragico), dalla sede e dall’estensione della lesione, oltre che dal tempo trascorso dall’esordio dei sintomi. Per questo, al momento dell’arrivo in ospedale, il percorso diagnostico è rapido e standardizzato: valutazione clinica neurologica, esami del sangue e, soprattutto, esami di imaging cerebrale (come TC o risonanza magnetica) per distinguere tra ictus ischemico ed emorragico. Questa distinzione è cruciale, perché alcune terapie salvavita per l’ictus ischemico, come la trombolisi endovenosa, sono controindicate nell’ictus emorragico.
Nell’ictus ischemico, se il paziente arriva in ospedale entro una finestra temporale definita (in genere poche ore dall’esordio dei sintomi) e se non vi sono controindicazioni, può essere somministrato un farmaco trombolitico per via endovenosa, con l’obiettivo di sciogliere il coagulo che ostruisce l’arteria cerebrale. In alcuni casi selezionati, soprattutto quando è coinvolta una grande arteria, è possibile ricorrere alla trombectomia meccanica, una procedura endovascolare in cui, attraverso un catetere introdotto da un’arteria periferica, si raggiunge il vaso occluso nel cervello e si rimuove il trombo. Questi trattamenti hanno rivoluzionato la prognosi dell’ictus ischemico, ma la loro efficacia dipende in modo critico dalla rapidità di intervento.
Nell’ictus emorragico, l’approccio è diverso. L’obiettivo principale is controllare l’emorragia, ridurre la pressione all’interno del cranio e prevenire ulteriori danni. Ciò può includere il controllo rigoroso della pressione arteriosa, la correzione di eventuali disturbi della coagulazione (ad esempio in pazienti in terapia anticoagulante), il monitoraggio in terapia intensiva e, in alcuni casi, un intervento neurochirurgico per rimuovere l’ematoma o trattare la causa sottostante (come un aneurisma cerebrale). Anche in questo contesto, il ricovero in unità specializzate (stroke unit o reparti di neurologia con competenze specifiche) è associato a esiti migliori rispetto alla gestione in reparti non dedicati.
Dopo la fase acuta, inizia il percorso di riabilitazione e prevenzione secondaria. La riabilitazione neurologica, che può coinvolgere fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali e neuropsicologi, è fondamentale per recuperare, per quanto possibile, le funzioni motorie, cognitive e del linguaggio compromesse dall’ictus. La prevenzione secondaria mira invece a ridurre il rischio di recidiva, spesso più elevato rispetto al rischio di un primo ictus nella popolazione generale. Questo può includere terapie farmacologiche (ad esempio antiaggreganti, anticoagulanti, farmaci per la pressione, per il colesterolo o per il diabete) e interventi sullo stile di vita, sempre sotto la guida del medico curante e degli specialisti coinvolti.
In conclusione, chi è più a rischio di ictus è spesso chi presenta una combinazione di fattori non modificabili (età, familiarità, sesso) e modificabili (ipertensione, diabete, fumo, sedentarietà, malattie cardiache). Riconoscere il proprio profilo di rischio, adottare stili di vita sani, sottoporsi a controlli regolari e conoscere i sintomi di allarme sono passi essenziali per ridurre la probabilità di un evento cerebrovascolare e per migliorare gli esiti in caso di ictus. La collaborazione tra paziente, famiglia, medico di base e specialisti è il cardine di una prevenzione efficace e di un percorso di cura adeguato.
Per approfondire
Ministero della Salute – Le malattie cerebrovascolari offre una panoramica aggiornata su ictus ischemico ed emorragico, fattori di rischio e dati italiani su mortalità e ospedalizzazioni.
WHO – Stroke: Fact sheet riassume i dati globali su incidenza, mortalità e principali fattori di rischio modificabili e non modificabili per l’ictus.
CDC – Risk Factors for Stroke descrive in dettaglio le condizioni mediche e i comportamenti che aumentano il rischio di ictus, con particolare attenzione alla prevenzione.
