Come si cura lo scompenso cardiaco cronico?

Diagnosi, terapie farmacologiche e gestione a lungo termine dello scompenso cardiaco cronico

Lo scompenso cardiaco cronico è una delle principali cause di ricovero e di limitazione della qualità di vita nelle persone adulte e anziane. Sapere come si cura non significa solo conoscere i farmaci disponibili, ma anche comprendere il percorso diagnostico, il monitoraggio nel tempo e il ruolo fondamentale degli stili di vita e dell’organizzazione dell’assistenza. Una gestione corretta e continuativa può ridurre i sintomi, prevenire le riacutizzazioni e migliorare la sopravvivenza.

Questa guida offre una panoramica completa e aggiornata sulla cura dello scompenso cardiaco cronico: dai sintomi che devono far sospettare il problema, agli esami necessari per la diagnosi, fino alle principali terapie farmacologiche (inclusi i farmaci di più recente introduzione) e alle strategie di autogestione a lungo termine. Le informazioni sono di carattere generale e non sostituiscono il parere del cardiologo o del medico curante, che resta il riferimento per ogni decisione clinica individuale.

Sintomi dello scompenso cardiaco cronico

Lo scompenso cardiaco cronico è una condizione in cui il cuore non riesce a pompare sangue in quantità sufficiente a soddisfare le necessità dell’organismo in modo stabile nel tempo. I sintomi possono svilupparsi lentamente e, nelle fasi iniziali, essere attribuiti all’età o alla sedentarietà, ritardando la diagnosi. Il disturbo più caratteristico è la dispnea, cioè il fiato corto: inizialmente compare solo sotto sforzo (per esempio salendo le scale), poi può manifestarsi per attività sempre più modeste e, nei casi avanzati, anche a riposo o di notte, costringendo la persona a dormire con più cuscini o in poltrona.

Un altro sintomo tipico è l’affaticabilità: anche compiti quotidiani come vestirsi, fare la spesa o camminare per brevi tratti possono diventare impegnativi. Questo avviene perché, con una pompa cardiaca meno efficiente, i muscoli ricevono meno ossigeno e si stancano più facilmente. Spesso la persona riferisce di avere “meno fiato” e “meno forza” rispetto a qualche mese prima, con una ridotta tolleranza allo sforzo che tende a peggiorare progressivamente se la malattia non viene trattata in modo adeguato.

Molto frequenti sono anche i segni legati alla ritenzione di liquidi. L’accumulo di acqua nei tessuti provoca edemi, cioè gonfiore, soprattutto alle caviglie, ai piedi e alle gambe, più evidente la sera e nei giorni in cui si sta a lungo seduti o in piedi. Nei casi più avanzati, il liquido può accumularsi nell’addome (ascite), con sensazione di pancia tesa e aumento del girovita, o nei polmoni, peggiorando ulteriormente il respiro. Alcune persone notano un rapido aumento di peso di alcuni chili in pochi giorni, segno di ritenzione idrica più che di aumento di massa grassa.

Altri sintomi e segni possibili includono palpitazioni (sensazione di battito cardiaco irregolare o troppo veloce), tosse persistente, soprattutto notturna, riduzione dell’appetito, nausea, difficoltà di concentrazione e confusione, in particolare negli anziani. È importante sottolineare che non tutte le persone presentano lo stesso quadro: in alcuni casi prevale la dispnea, in altri il gonfiore, in altri ancora sintomi più sfumati come stanchezza e calo delle prestazioni. Proprio per questa variabilità, la comparsa o il peggioramento di questi disturbi, soprattutto se progressivi, deve spingere a consultare il medico per una valutazione mirata.

Diagnosi e monitoraggio

La diagnosi di scompenso cardiaco cronico si basa sulla combinazione di sintomi, visita clinica ed esami strumentali e di laboratorio. Il primo passo è l’anamnesi, cioè la raccolta accurata della storia clinica: il medico indaga la presenza di fattori di rischio cardiovascolare (ipertensione, diabete, dislipidemia, fumo), di malattie cardiache note (infarto, cardiomiopatie, valvulopatie) e l’andamento dei sintomi nel tempo. L’esame obiettivo permette di rilevare segni come edemi alle gambe, turgore delle vene del collo, crepitii polmonari, soffi cardiaci, alterazioni della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, che orientano verso la diagnosi.

Tra gli esami di base, l’elettrocardiogramma (ECG) è fondamentale per valutare il ritmo cardiaco, individuare eventuali aritmie (come la fibrillazione atriale) e segni di pregressi infarti o ipertrofia del muscolo cardiaco. L’ecocardiogramma transtoracico è l’indagine chiave: consente di visualizzare le camere cardiache, misurare la frazione di eiezione (percentuale di sangue espulso dal ventricolo sinistro a ogni battito) e valutare la funzione delle valvole. In base alla frazione di eiezione, lo scompenso viene classificato in forme a frazione di eiezione ridotta (HFrEF), lievemente ridotta (HFmrEF) o preservata (HFpEF), con implicazioni terapeutiche diverse.

Un ruolo importante è svolto anche dai biomarcatori, in particolare i peptidi natriuretici (BNP o NT-proBNP), dosati con un semplice esame del sangue. Valori elevati sono suggestivi di scompenso cardiaco e aiutano a distinguere la dispnea di origine cardiaca da quella dovuta ad altre cause, come le malattie respiratorie. Altri esami di laboratorio (funzione renale, elettroliti, funzionalità epatica, emocromo, glicemia, profilo lipidico, ormoni tiroidei) sono essenziali sia per identificare cause e comorbidità, sia per monitorare la sicurezza delle terapie nel tempo.

Il monitoraggio dello scompenso cardiaco cronico non si esaurisce con la diagnosi iniziale: è un processo continuo che richiede follow-up regolari. Durante le visite di controllo, il medico valuta l’andamento dei sintomi, la classe funzionale (per esempio secondo la classificazione NYHA, che va dalla I, assenza di limitazioni, alla IV, sintomi a riposo), i parametri vitali (pressione, frequenza cardiaca, saturazione di ossigeno) e il peso corporeo. Periodicamente possono essere ripetuti ecocardiogramma, ECG ed esami del sangue per verificare l’efficacia e la tollerabilità dei trattamenti, adeguando la terapia in base all’evoluzione clinica.

In alcuni casi, soprattutto nei pazienti con forme più avanzate o con difficoltà a recarsi frequentemente in ambulatorio, possono essere utilizzati strumenti di telemonitoraggio o dispositivi impiantabili che registrano parametri cardiaci e li trasmettono al team curante. Questi sistemi non sostituiscono le visite, ma possono aiutare a individuare precocemente segni di peggioramento e a intervenire prima che si renda necessario un ricovero. Anche il coinvolgimento del paziente nel monitoraggio domiciliare di pressione, frequenza cardiaca e sintomi rappresenta una componente essenziale del percorso di cura.

Trattamenti farmacologici

La cura farmacologica dello scompenso cardiaco cronico ha tre obiettivi principali: alleviare i sintomi, ridurre il rischio di ricoveri per riacutizzazioni e migliorare la sopravvivenza. Nelle forme con frazione di eiezione ridotta (HFrEF), le linee guida internazionali raccomandano un approccio basato su più classi di farmaci che agiscono in modo complementare sui meccanismi alla base della malattia. Tra i pilastri del trattamento vi sono i farmaci che modulano il sistema renina-angiotensina-aldosterone (come gli ACE-inibitori o gli ARNI), i beta-bloccanti, gli antagonisti dei recettori mineralcorticoidi e gli inibitori del cotrasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2-inibitori), inizialmente sviluppati per il diabete ma risultati utili anche nello scompenso.

Gli ACE-inibitori e gli ARNI riducono la pressione di lavoro del cuore e contrastano i processi di rimodellamento del muscolo cardiaco, contribuendo a rallentare la progressione della malattia e a diminuire il rischio di morte e di ricovero. I beta-bloccanti, agendo sul sistema nervoso simpatico, riducono la frequenza cardiaca e il consumo di ossigeno del cuore, migliorandone l’efficienza nel lungo periodo. Gli antagonisti dei recettori mineralcorticoidi aiutano a limitare la ritenzione di sodio e acqua e hanno un effetto protettivo sul cuore e sui vasi. Gli SGLT2-inibitori, oltre all’effetto sul metabolismo glucidico, mostrano benefici specifici sul rischio di riacutizzazioni di scompenso e sulla funzione renale, indipendentemente dalla presenza di diabete.

I diuretici, in particolare i diuretici dell’ansa, sono fondamentali per il controllo dei sintomi legati alla congestione e alla ritenzione di liquidi. Non modificano in modo diretto la sopravvivenza, ma migliorano la qualità di vita riducendo edemi e dispnea. La dose viene modulata in base al peso, alla pressione arteriosa, alla funzione renale e alla risposta clinica, con l’obiettivo di mantenere un equilibrio tra beneficio sintomatico e rischio di disidratazione o alterazioni degli elettroliti. In alcuni casi selezionati possono essere utilizzate altre classi di farmaci, come gli antiaritmici per il controllo del ritmo, i nitrati o i vasodilatatori, sempre sotto stretto controllo specialistico.

Farmaci più recenti, come gli ARNI (in cui rientra anche il principio attivo contenuto in Entresto), hanno introdotto un ulteriore passo avanti nella terapia dello scompenso con frazione di eiezione ridotta, dimostrando di ridurre in modo significativo il rischio di ricovero e di morte cardiovascolare rispetto ad alcune terapie tradizionali in pazienti selezionati. La scelta di iniziare o sostituire un trattamento con queste molecole, così come la definizione delle combinazioni e delle dosi, richiede una valutazione individuale da parte del cardiologo, che tiene conto di età, comorbidità, pressione arteriosa, funzione renale, storia di intolleranze e interazioni con altri farmaci assunti dal paziente.

È essenziale sottolineare che la terapia farmacologica dello scompenso cardiaco cronico è complessa e deve essere personalizzata e rivalutata nel tempo. L’aderenza alle prescrizioni (assunzione regolare dei farmaci, senza sospensioni o modifiche autonome) è un fattore determinante per il successo del trattamento. Qualsiasi cambiamento di dosaggio, l’introduzione di nuovi medicinali o la comparsa di effetti indesiderati (come capogiri, peggioramento della dispnea, gonfiore improvviso, alterazioni del ritmo cardiaco) devono essere discussi tempestivamente con il medico curante o con il cardiologo, evitando il fai-da-te e l’uso non controllato di prodotti da banco o integratori che potrebbero interferire con la terapia.

Stili di vita e gestione a lungo termine

La cura dello scompenso cardiaco cronico non si esaurisce con i farmaci: gli stili di vita e l’autogestione quotidiana hanno un impatto decisivo sull’andamento della malattia. Un primo aspetto chiave è l’alimentazione. In genere viene consigliata una moderata restrizione del sale (sodio), perché il sodio favorisce la ritenzione di liquidi e può peggiorare la congestione. Questo significa limitare l’uso del sale da cucina e fare attenzione ai cibi ad alto contenuto di sodio, come insaccati, formaggi stagionati, prodotti industriali pronti, snack salati. Anche il controllo dell’apporto di liquidi può essere necessario in alcune situazioni, soprattutto nei pazienti con forme più avanzate o con marcata ritenzione idrica, sempre secondo le indicazioni del medico.

L’attività fisica, se adeguatamente adattata alle condizioni cliniche, è un alleato importante. Programmi di esercizio regolare e moderato, spesso inseriti in percorsi di riabilitazione cardiologica, contribuiscono a migliorare la capacità funzionale, la forza muscolare, l’umore e la qualità di vita. Non si tratta di sforzi intensi, ma di attività come camminare a passo sostenuto, pedalare su cyclette o svolgere esercizi di ginnastica dolce, con progressione graduale e sotto supervisione nelle fasi iniziali. È fondamentale evitare sia la sedentarietà assoluta sia gli sforzi eccessivi e improvvisi: il cardiologo o il fisiatra possono indicare il tipo e la quantità di esercizio più adatti al singolo paziente.

Un altro pilastro della gestione a lungo termine è l’automonitoraggio. Pesarsi ogni giorno, preferibilmente alla stessa ora e con gli stessi indumenti, permette di individuare rapidamente aumenti di peso di 1–2 kg in pochi giorni, spesso indice di ritenzione di liquidi e possibile segnale di peggioramento dello scompenso. Riconoscere precocemente sintomi come aumento della dispnea, riduzione della tolleranza allo sforzo, comparsa o peggioramento di edemi, tosse notturna, palpitazioni, consente di contattare il medico prima che la situazione richieda un ricovero urgente. Molti centri di cardiologia e di medicina territoriale propongono programmi strutturati di educazione all’autogestione, che aiutano il paziente e la famiglia a interpretare correttamente questi segnali.

La gestione a lungo termine include anche la cura delle altre malattie spesso associate allo scompenso cardiaco, come ipertensione, diabete, malattia coronarica, broncopneumopatia cronica ostruttiva, insufficienza renale, obesità. Un controllo ottimale di questi fattori riduce il carico sul cuore e migliora la prognosi complessiva. Le vaccinazioni, in particolare contro influenza e pneumococco, sono generalmente raccomandate per diminuire il rischio di infezioni respiratorie che potrebbero destabilizzare lo scompenso. Infine, è importante affrontare anche gli aspetti psicologici e sociali: vivere con una malattia cronica può generare ansia, depressione, senso di dipendenza dagli altri. Il supporto di un’équipe multidisciplinare (cardiologo, medico di medicina generale, infermiere, dietista, fisioterapista, psicologo) e il coinvolgimento attivo dei caregiver sono elementi essenziali per una presa in carico efficace, soprattutto nelle fasi avanzate, quando può rendersi utile anche una pianificazione condivisa delle cure e, se necessario, il ricorso a percorsi di cure palliative orientate alla qualità di vita.

In sintesi, lo scompenso cardiaco cronico è una condizione complessa ma gestibile, a patto che diagnosi, terapia farmacologica, stili di vita e monitoraggio siano integrati in un percorso continuativo. Riconoscere precocemente i sintomi, seguire con costanza le indicazioni terapeutiche, partecipare attivamente ai controlli e ai programmi educativi e mantenere un dialogo aperto con i professionisti sanitari permette di ridurre le riacutizzazioni, migliorare la qualità di vita e, in molti casi, prolungare la sopravvivenza. Ogni decisione clinica deve comunque essere personalizzata e condivisa con il proprio medico o cardiologo di riferimento.

Per approfondire

Ministero della Salute – Scompenso cardiaco Scheda istituzionale in italiano che riassume definizione, sintomi principali, impatto epidemiologico e misure di prevenzione dello scompenso cardiaco nel contesto del Servizio Sanitario Nazionale.

ISS – Diagnosi e trattamento dello scompenso cardiaco cronico (SNLG) Pagina del Sistema Nazionale Linee Guida che descrive lo sviluppo di una linea guida italiana per la diagnosi e la gestione dello scompenso cardiaco cronico, allineata alle evidenze più recenti.

2021 ESC Guidelines for the diagnosis and treatment of acute and chronic heart failure Articolo scientifico peer-reviewed che presenta in dettaglio le raccomandazioni europee ESC 2021 su diagnosi, classificazione e trattamento farmacologico e non farmacologico dello scompenso cardiaco.

ESC – 2021 Guidelines for the diagnosis and treatment of acute and chronic heart failure Portale della Società Europea di Cardiologia con accesso al testo completo delle linee guida, materiali educativi, slide e strumenti pratici per la gestione clinica dello scompenso.

Linee guida ESC 2021 – adattamento italiano (Giornale Italiano di Cardiologia) Traduzione e adattamento in lingua italiana delle linee guida ESC 2021, utile per i professionisti che desiderano consultare algoritmi diagnostico-terapeutici nel contesto della pratica clinica nazionale.