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La dieta chetogenica è diventata in pochi anni un fenomeno globale: promette un dimagrimento rapido, un controllo migliore dell’appetito e una spinta energetica percepita da molti. Al tempo stesso, però, si tratta di un approccio alimentare molto diverso dalla dieta mediterranea e anche dalle tipiche diete ipocaloriche: cambia in modo marcato il rapporto tra carboidrati, proteine e grassi, induce un assetto metabolico distinto e richiede una gestione consapevole. Capire come funziona davvero è il primo passo per valutare, con realismo, benefici e compromessi.
In questo primo segmento analizziamo che cosa si intende per “chetogenica”, quali sono i principali schemi alimentari che rientrano sotto questa etichetta e quali adattamenti metabolici si attivano. Questa base aiuterà a leggere in modo critico sia i benefici percepiti sia i rischi nascosti, che approfondiremo nelle prossime sezioni. L’obiettivo è offrire un quadro chiaro e neutrale, utile per clinici e lettori informati, evitando semplificazioni che possono portare a scelte poco consapevoli.
Cos’è la dieta chetogenica
Con “dieta chetogenica” si indica un insieme di modelli alimentari accomunati da un apporto molto basso di carboidrati, uno relativamente elevato di grassi e uno moderato di proteine. In termini pratici, i carboidrati si riducono spesso a meno di 20–50 grammi al giorno (talvolta anche meno), i grassi coprono la gran parte dell’energia giornaliera e le proteine vengono mantenute a un livello sufficiente a preservare la massa magra senza eccedere. Nei protocolli clinici classici, soprattutto in ambito neurologico, si fa riferimento a rapporti “grassi:non grassi” di 3:1 o 4:1; negli approcci per la perdita di peso, più diffusi tra i non specialisti, si adottano varianti meno rigide ma sempre molto povere in carboidrati. È importante distinguere la vera dieta chetogenica da una semplice dieta “low-carb”: non basta ridurre i carboidrati, bisogna farlo al punto da indurre in modo stabile la produzione di corpi chetonici e lo stato metabolico chiamato “chetosi nutrizionale”.
Il cardine della chetogenica è infatti la chetosi, uno stato in cui il fegato converte gli acidi grassi in corpi chetonici (acetoacetato, beta-idrossibutirrato e acetone) che diventano un importante carburante alternativo per cervello, muscoli e altri tessuti. La drastica riduzione dei carboidrati abbassa l’insulina e, insieme al maggiore consumo di grassi dietetici, favorisce la lipolisi e la mobilizzazione delle riserve adipose. In chetosi nutrizionale le concentrazioni ematiche di beta-idrossibutirrato si collocano generalmente tra 0,5 e 3,0 mmol/L, livelli ben diversi dalla chetoacidosi diabetica, una condizione patologica che si accompagna a valori molto più alti e alterazioni importanti dell’equilibrio acido-base. Questa distinzione è cruciale per evitare equivoci: la chetosi nutrizionale è un adattamento fisiologico all’apporto molto basso di carboidrati, mentre la chetoacidosi è un’emergenza medica tipica di contesti specifici. All’interno di questo quadro, il metabolismo glucidico non viene “spento”: il corpo continua a produrre glucosio endogeno quando serve (gluconeogenesi), ma ne riduce il fabbisogno grazie ai chetoni.
Nel quotidiano, una chetogenica ben formulata si costruisce privilegiando fonti di grassi come olio extravergine d’oliva, frutta secca e semi, avocado, burro o ghee, insieme a proteine provenienti da pesce, uova, carni e latticini (nei protocolli che li includono), e abbondanti verdure non amidacee. Vengono invece esclusi o fortemente limitati cereali e derivati, legumi, zuccheri, dolci, succhi di frutta e la maggior parte dei frutti ad alto contenuto di zuccheri. Alcune varianti prevedono cicli programmati di reintegro di carboidrati (approccio “ciclico”) o una piccola quota mirata intorno all’esercizio (“targeted”), ma la forma più comune resta quella “standard”, con carboidrati costantemente molto bassi. In contesti clinici per il trattamento dell’obesità o di disturbi specifici, si possono usare protocolli chetogenici molto ipocalorici e strutturati, talvolta con pasti sostitutivi e un monitoraggio ravvicinato; sono percorsi che rientrano nella pratica specialistica e non andrebbero confusi con l’autogestione amatoriale.

L’avvio di una chetogenica comporta di frequente una fase di adattamento, le cui manifestazioni sono variabili. Nei primi giorni la perdita di peso può essere rapida non tanto per il grasso, quanto per la deplezione del glicogeno e dell’acqua a esso legata: a una minore insulina corrisponde anche una maggiore diuresi, con perdita di sodio e altri elettroliti. In questa finestra alcune persone riferiscono stanchezza, mal di testa, crampi, irritabilità o nausea: è il fenomeno colloquialmente definito “keto flu”, che tende a risolversi con l’assestamento ormonale e l’adattamento dei tessuti a utilizzare i chetoni. Parallelamente, molti notano una riduzione dell’appetito e delle voglie di cibo, che riflette effetti combinati sui segnali di sazietà, sulla stabilità glicemica e sull’apporto relativamente più alto di proteine e grassi. Non sono rare, almeno inizialmente, variazioni del transito intestinale, alito caratteristico e modifiche dell’odore del sudore, tutte espressione dell’ingresso in chetosi e degli aggiustamenti metabolici correlati.
Per verificare se si è davvero in chetosi, alcuni ricorrono a strumenti di monitoraggio: le strisce urinarie rilevano l’acetoacetato ma possono essere poco affidabili nel tempo; i misuratori ematici del beta-idrossibutirrato forniscono una stima più precisa del momento; i dispositivi che misurano l’acetone espirato offrono un’indicazione non invasiva dell’andamento. Al di là della misurazione, è fondamentale ricordare che la chetogenica è un approccio restrittivo, con implicazioni pratiche e sociali: richiede pianificazione dei pasti, attenzione alla qualità dei grassi e consapevolezza nel bilanciare la quota proteica, perché un eccesso di proteine può ostacolare la chetosi in alcuni individui. Inoltre, la chetogenica può interagire con terapie farmacologiche (for esempio ipoglicemizzanti o diuretici) e non è adatta a tutte le condizioni cliniche: la sua eventuale applicazione, specie se intensiva o prolungata, andrebbe valutata in ambito professionale. Nei prossimi passaggi esploreremo quali benefici vengono comunemente riportati e quali rischi meno evidenti è prudente considerare prima di intraprendere questo tipo di dieta.
Benefici percepiti
Il beneficio più citato è la perdita di peso. Dopo la fase iniziale, in cui contribuiscono la deplezione del glicogeno e i fluidi, molte persone osservano un calo più graduale ma continuativo, sostenuto da una riduzione spontanea dell’introito energetico e da una maggiore ossidazione dei grassi. Questo andamento tende a essere più marcato nelle prime 8–12 settimane e risente della qualità complessiva della dieta, dell’aderenza e del livello di attività fisica.
Un secondo effetto frequentemente riportato è il miglior controllo dell’appetito. La stabilità della glicemia e dell’insulina, unita a un apporto relativamente più alto di proteine e a pasti meno ricchi di zuccheri semplici, si associa a una maggiore sazietà e a minori “picchi” di fame. Molti riferiscono meno voglia di snack tra i pasti e una sensazione di energia più uniforme nell’arco della giornata.
In ambito metabolico, in particolare nei soggetti con insulino-resistenza o prediabete, si osservano spesso miglioramenti della glicemia a digiuno e della variabilità glicemica. Anche i trigliceridi tendono a ridursi e il colesterolo HDL può aumentare, mentre la pressione arteriosa talvolta scende nei primi mesi in relazione al calo ponderale e alla natriuresi iniziale. Questi cambiamenti non sono universali e richiedono monitoraggio regolare.
Alcuni riportano una maggiore “chiarezza mentale” e una percezione di energia più stabile, attribuite all’uso dei chetoni come substrato alternativo. Nello sport di resistenza, l’aumentata capacità di ossidare i grassi può ridurre la dipendenza da rifornimenti di carboidrati durante sforzi prolungati; nelle attività ad alta intensità, invece, l’adattamento non sempre si traduce in un vantaggio prestazionale, soprattutto nelle prime settimane.
Rischi nascosti
Nonostante la dieta chetogenica sia spesso adottata per la perdita di peso e il miglioramento di alcuni parametri metabolici, presenta potenziali rischi che meritano attenzione. Uno dei principali è l’aumento dei livelli di colesterolo LDL, comunemente noto come “colesterolo cattivo”. Questo incremento può derivare dall’elevato consumo di grassi saturi, tipico di questo regime alimentare, e potrebbe aumentare il rischio di malattie cardiovascolari. repubblica.it
Un altro aspetto critico riguarda la salute renale. L’elevato apporto proteico associato alla dieta chetogenica può sovraccaricare i reni, specialmente in individui con funzionalità renale compromessa. Inoltre, la chetosi prolungata può portare a un aumento dell’acido urico nel sangue, aumentando il rischio di sviluppare calcoli renali. alimentazione.fimmg.org
La restrizione di carboidrati comporta una riduzione significativa dell’assunzione di fibre, poiché frutta, verdura e cereali integrali sono limitati. Questa carenza può causare problemi digestivi come stitichezza e influire negativamente sulla salute del microbiota intestinale, riducendo la diversità dei batteri benefici. Un microbiota meno diversificato è associato a un aumento del rischio di disturbi digestivi e a un indebolimento del sistema immunitario.
Infine, la dieta chetogenica può influenzare l’equilibrio elettrolitico dell’organismo. La perdita di elettroliti come sodio, potassio e magnesio, dovuta all’aumento della diuresi, può causare sintomi come crampi muscolari, debolezza e vertigini. È fondamentale monitorare questi livelli e, se necessario, integrare la dieta con elettroliti per prevenire complicazioni.
Effetti a lungo termine
Gli effetti a lungo termine della dieta chetogenica non sono ancora completamente compresi, ma alcune evidenze suggeriscono potenziali rischi. Uno di questi è la perdita di massa ossea. L’acidosi cronica indotta dalla chetosi può interferire con il metabolismo osseo, aumentando il rischio di osteoporosi e fratture.
Un altro aspetto da considerare è l’impatto sulla funzione epatica. L’elevato consumo di grassi può sovraccaricare il fegato, aumentando il rischio di steatosi epatica non alcolica, comunemente nota come “fegato grasso”. Questo può evolvere in condizioni più gravi se non monitorato adeguatamente.
La sostenibilità della dieta chetogenica a lungo termine è un’altra preoccupazione. Molti individui trovano difficile mantenere le restrizioni alimentari richieste, portando a un alto tasso di abbandono e al rischio di effetto yo-yo sul peso corporeo. Questo può avere implicazioni negative sul metabolismo e sulla salute generale. fimp.veneto.it
Infine, la dieta chetogenica può influenzare negativamente l’umore e le funzioni cognitive. La ridotta disponibilità di glucosio per il cervello può causare sintomi come irritabilità, difficoltà di concentrazione e affaticamento mentale. Questi effetti possono compromettere la qualità della vita e la produttività quotidiana.
Conclusioni pratiche
La dieta chetogenica può offrire benefici in termini di perdita di peso e miglioramento di alcuni parametri metabolici, ma è fondamentale considerare i potenziali rischi associati. Prima di intraprendere questo regime alimentare, è consigliabile consultare un professionista sanitario per valutare l’idoneità individuale e monitorare eventuali effetti collaterali. Una pianificazione attenta e un monitoraggio regolare possono aiutare a mitigare i rischi e garantire un approccio più sicuro alla dieta chetogenica.
In pratica, una formulazione “ben fatta” privilegia alimenti minimamente processati, una quota proteica adeguata al mantenimento della massa magra, abbondanti verdure non amidacee per l’apporto di fibre e micronutrienti e una selezione di grassi di buona qualità. Idratazione, attenzione a sodio, potassio e magnesio e una pianificazione dei pasti coerente con gli impegni sociali sono elementi che incidono molto sull’aderenza. La verifica periodica di peso, circonferenze, pressione arteriosa e profilo lipidico aiuta a rilevare per tempo eventuali criticità.
Se si decide di sospendere o di rendere più flessibile l’approccio, il rientro dei carboidrati giova ad essere graduale, con reintroduzione progressiva di legumi, frutta e cereali integrali, osservando la risposta individuale. La chetogenica è uno strumento, non un fine: può essere utile in specifici contesti per periodi definiti, ma non rappresenta l’unica via per migliorare la salute metabolica, che rimane legata nel lungo periodo a qualità della dieta complessiva, movimento, sonno e gestione dello stress.
Per approfondire
Ministero della Salute – Dieta chetogenica: Informazioni ufficiali sulla dieta chetogenica e le sue implicazioni per la salute.
Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) – Dieta chetogenica: Approfondimenti scientifici sulla dieta chetogenica e le sue applicazioni.
Fondazione Veronesi – Dieta chetogenica: pro e contro: Analisi dei benefici e dei rischi associati alla dieta chetogenica.
Istituto Superiore di Sanità – Dieta chetogenica: Panoramica sulla dieta chetogenica e le sue implicazioni per la salute pubblica.
Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI) – Dieta chetogenica: Linee guida e raccomandazioni sulla dieta chetogenica.
