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L’osteoporosi è una malattia molto diffusa, soprattutto nelle donne dopo la menopausa e nelle persone anziane, ma spesso rimane a lungo silenziosa. Per questo molti si chiedono a quale specialista rivolgersi, in particolare se sia il reumatologo il medico di riferimento o se siano coinvolte altre figure. Capire chi fa cosa, come si arriva alla diagnosi e quali sono le opzioni di cura è fondamentale per prevenire le fratture e mantenere una buona qualità di vita.
In questo articolo rispondiamo alle domande più frequenti: cos’è l’osteoporosi, quali sono i sintomi (spesso assenti), come si diagnostica, quali trattamenti sono disponibili e quando è opportuno consultare un reumatologo. Verrà anche spiegato il ruolo degli altri specialisti e quali strategie di prevenzione si possono adottare fin da subito, a tutte le età.
Cos’è l’osteoporosi
L’osteoporosi è una malattia cronica dello scheletro caratterizzata da una riduzione della massa ossea e da un’alterazione della microarchitettura dell’osso. In parole semplici, l’osso diventa più “poroso”, fragile e meno resistente ai traumi, anche di modesta entità. Questa condizione aumenta il rischio di fratture cosiddette “da fragilità”, cioè fratture che si verificano in seguito a cadute banali, come scivolare da in piedi o inciampare, o addirittura in assenza di traumi evidenti, soprattutto a carico di vertebre, femore prossimale (anca), polso e omero. L’osteoporosi non è un normale effetto dell’invecchiamento: l’età avanzata è un fattore di rischio importante, ma la malattia ha meccanismi biologici specifici e può e deve essere prevenuta, diagnosticata e trattata.
Si distinguono forme di osteoporosi primaria e secondaria. L’osteoporosi primaria comprende soprattutto l’osteoporosi post-menopausale, legata al calo degli estrogeni che accelerano il riassorbimento osseo nelle donne, e l’osteoporosi senile, che interessa uomini e donne in età avanzata per la progressiva riduzione della formazione di nuovo osso. L’osteoporosi secondaria, invece, è dovuta a cause identificabili come malattie endocrine (per esempio ipertiroidismo, iperparatiroidismo), malattie infiammatorie croniche, malassorbimento intestinale, insufficienza renale cronica o terapie prolungate con alcuni farmaci, in particolare i glucocorticoidi (cortisone) a dosi medio-alte e per lunghi periodi.
I fattori di rischio per sviluppare osteoporosi sono numerosi e spesso si sommano tra loro. Oltre all’età e al sesso femminile, giocano un ruolo la familiarità per fratture da fragilità (per esempio madre o padre con frattura di femore), il basso peso corporeo o la magrezza marcata, il fumo di sigaretta, il consumo eccessivo di alcol, la sedentarietà e una dieta povera di calcio e proteine. Anche la menopausa precoce, l’amenorrea prolungata nelle donne giovani, l’ipogonadismo maschile (bassi livelli di testosterone) e alcune terapie oncologiche possono contribuire a ridurre la densità minerale ossea. Riconoscere questi fattori è il primo passo per identificare le persone a rischio e indirizzarle a una valutazione specialistica.
L’osteoporosi ha un impatto rilevante non solo sulla salute individuale, ma anche sulla sanità pubblica. Le fratture da fragilità comportano dolore, disabilità, perdita di autonomia, necessità di ricoveri e interventi chirurgici, riabilitazione prolungata e, nei casi più gravi, aumento del rischio di mortalità, soprattutto dopo frattura di femore. Inoltre, una frattura da fragilità aumenta il rischio di ulteriori fratture nei mesi e negli anni successivi, se la malattia di base non viene riconosciuta e trattata in modo adeguato. Per questo oggi si insiste molto su percorsi strutturati di prevenzione, diagnosi precoce e presa in carico multidisciplinare delle persone con osteoporosi o con fratture da fragilità.
Sintomi e diagnosi dell’osteoporosi
Uno degli aspetti più insidiosi dell’osteoporosi è che, nella maggior parte dei casi, non dà sintomi fino alla comparsa di una frattura. L’osso che si indebolisce non provoca dolore di per sé: molte persone convivono per anni con una riduzione della densità ossea senza accorgersene. I primi segnali possono essere fratture vertebrali che si manifestano con dolore acuto alla schiena dopo uno sforzo minimo o una caduta banale, oppure fratture del polso, dell’anca o dell’omero in seguito a traumi di lieve entità. Nel tempo, le fratture vertebrali multiple possono determinare una riduzione della statura, una postura incurvata in avanti (cifosi dorsale) e dolore cronico alla colonna, con limitazione della mobilità e della capacità di svolgere le attività quotidiane.
Proprio perché spesso asintomatica, l’osteoporosi viene definita una “malattia silenziosa”. Per questo è importante non aspettare la comparsa di una frattura per porsi il problema, ma valutare il proprio rischio in presenza di fattori predisponenti: menopausa, età avanzata, familiarità per fratture, uso prolungato di cortisonici, malattie croniche che possono compromettere l’osso. In questi casi il medico di medicina generale può proporre un approfondimento o inviare allo specialista, in particolare al reumatologo o ad altri esperti di malattie metaboliche dell’osso, per una valutazione più completa. L’obiettivo è identificare precocemente le persone con bassa densità ossea o con rischio elevato di frattura, prima che si verifichi il danno.
La diagnosi di osteoporosi si basa principalmente sulla misurazione della densità minerale ossea (BMD) tramite densitometria ossea, spesso indicata come MOC o DEXA (Dual-Energy X-ray Absorptiometry). Questo esame, indolore e a bassa esposizione radiologica, misura la quantità di minerale osseo a livello di siti chiave come colonna lombare e femore prossimale. Il risultato viene espresso in T-score, che confronta la densità ossea del paziente con quella di un adulto giovane sano: un T-score pari o inferiore a -2,5 in uno dei siti misurati è uno dei criteri diagnostici di osteoporosi. Tuttavia, la sola densità ossea non esaurisce la valutazione del rischio di frattura.
Oggi si sa che il rischio di frattura dipende da una combinazione di fattori: oltre alla densità ossea, contano l’età, il sesso, la presenza di fratture pregresse, l’uso di glucocorticoidi, il fumo, il basso peso corporeo, il consumo eccessivo di alcol e altre condizioni cliniche. Per questo lo specialista integra i dati della densitometria con la storia clinica, l’esame obiettivo e, quando necessario, esami di laboratorio per escludere cause secondarie di osteoporosi (per esempio dosaggi di calcio, fosforo, vitamina D, funzione renale, ormoni tiroidei e paratiroidei, marcatori di malattie infiammatorie o neoplastiche). In alcuni casi possono essere richieste radiografie della colonna per identificare fratture vertebrali “occultate”, cioè non riconosciute dal paziente perché poco sintomatiche ma comunque rilevanti per la diagnosi e la stratificazione del rischio.
Trattamenti disponibili
Il trattamento dell’osteoporosi ha due obiettivi principali: ridurre il rischio di nuove fratture e migliorare la qualità di vita, alleviando il dolore e preservando la funzionalità. La terapia si basa su un approccio integrato che combina interventi sullo stile di vita, supplementazioni nutrizionali quando indicate e farmaci specifici per l’osso. La scelta del trattamento dipende dal profilo di rischio di ciascuna persona (densità ossea, età, fratture pregresse, comorbidità, terapie concomitanti) e viene definita dallo specialista, spesso il reumatologo o l’endocrinologo, in accordo con il medico di medicina generale. È importante sottolineare che non esiste una terapia “uguale per tutti”: la gestione è personalizzata, pur nel rispetto delle linee guida e dei documenti di indirizzo nazionali.
Tra i trattamenti farmacologici si distinguono due grandi categorie: i farmaci anti-riassorbitivi e i farmaci anabolici. I farmaci anti-riassorbitivi riducono l’attività degli osteoclasti, le cellule che “demoliscono” l’osso, rallentando così la perdita di massa ossea e stabilizzando o aumentando la densità minerale. In questa categoria rientrano, per esempio, i bifosfonati e altri agenti che agiscono su specifici bersagli del metabolismo osseo. I farmaci anabolici, invece, stimolano la formazione di nuovo osso da parte degli osteoblasti, le cellule “costruttrici” dell’osso, e sono generalmente riservati a pazienti con osteoporosi severa o con fratture multiple e rischio molto elevato di ulteriori fratture. La scelta tra le diverse opzioni tiene conto anche della tollerabilità, delle comorbidità e delle preferenze del paziente.
Un capitolo a parte riguarda la supplementazione di calcio e vitamina D. In molte persone con osteoporosi, soprattutto anziani e soggetti con ridotto apporto alimentare o scarsa esposizione solare, può essere indicata un’integrazione per garantire un adeguato substrato al metabolismo osseo e ottimizzare l’efficacia dei farmaci specifici. Tuttavia, la supplementazione non è automatica né sostitutiva della terapia farmacologica quando questa è necessaria: va valutata caso per caso, tenendo conto dell’apporto dietetico, dei livelli di vitamina D e di eventuali controindicazioni. Anche l’adeguato apporto proteico e la correzione di eventuali carenze nutrizionali sono elementi importanti del piano terapeutico complessivo.
Oltre ai farmaci, la gestione dell’osteoporosi comprende interventi non farmacologici fondamentali. L’attività fisica regolare, adattata alle condizioni della persona, contribuisce a mantenere la massa muscolare, migliorare l’equilibrio e ridurre il rischio di cadute, che sono il principale “innesco” delle fratture da fragilità. Programmi di esercizi mirati, spesso supervisionati da fisioterapisti o fisiatri, possono includere attività di resistenza, esercizi di equilibrio e rinforzo muscolare. La prevenzione delle cadute passa anche attraverso la valutazione dell’ambiente domestico (eliminare tappeti scivolosi, migliorare l’illuminazione, usare calzature adeguate), la correzione di disturbi visivi e l’attenzione a farmaci che possono causare ipotensione o sonnolenza. In presenza di fratture vertebrali o di dolore cronico, possono essere utili percorsi di riabilitazione, supporti ortesici e, in alcuni casi, interventi chirurgici ortopedici.
Quando consultare un reumatologo
Il reumatologo è uno degli specialisti di riferimento per la diagnosi e la cura dell’osteoporosi, in particolare quando la malattia è legata a disturbi del metabolismo osseo o si associa ad altre patologie reumatologiche e infiammatorie croniche. È opportuno consultare un reumatologo quando si è verificata una frattura da fragilità (per esempio frattura di femore, vertebra, polso o omero dopo una caduta banale) o quando la densitometria ossea ha evidenziato un T-score compatibile con osteoporosi o osteopenia associata ad altri fattori di rischio. In questi casi, lo specialista può inquadrare correttamente la situazione, valutare il rischio di nuove fratture e proporre un piano terapeutico adeguato, farmacologico e non farmacologico.
È consigliabile rivolgersi a un reumatologo anche in presenza di molteplici fattori di rischio, anche in assenza di fratture note. Per esempio, donne in menopausa precoce, persone che assumono glucocorticoidi a dosi medio-alte per periodi prolungati, pazienti con malattie infiammatorie croniche (come artrite reumatoide, spondiloartriti, malattie intestinali infiammatorie), soggetti con storia familiare importante di fratture da fragilità o con marcata riduzione della statura nel tempo. In queste situazioni, lo specialista può decidere se e quando eseguire una densitometria, quali esami di laboratorio richiedere per escludere forme secondarie e se iniziare una terapia specifica prima che si verifichi una frattura.
Un altro motivo per consultare il reumatologo è la presenza di dolore vertebrale acuto o subacuto in persone a rischio, soprattutto se associato a una recente riduzione della statura o a una deformità della colonna. In questi casi è importante escludere o confermare la presenza di fratture vertebrali, che spesso non vengono riconosciute come tali e vengono attribuite genericamente a “mal di schiena”. Il reumatologo, in collaborazione con il radiologo e altri specialisti, può interpretare correttamente gli esami di imaging, distinguere tra fratture recenti e pregresse e impostare un percorso terapeutico e riabilitativo mirato. Inoltre, lo specialista può valutare la necessità di inviare il paziente ad altri colleghi, come l’ortopedico o il fisiatra, per interventi specifici.
Infine, è utile coinvolgere il reumatologo quando la terapia per l’osteoporosi è complessa, quando sono presenti molte comorbidità (per esempio malattie cardiovascolari, renali, epatiche) o quando si sono verificate fratture nonostante un trattamento già in corso. In questi casi può essere necessario riconsiderare la strategia terapeutica, valutare l’aderenza alla terapia, verificare eventuali interazioni farmacologiche o effetti collaterali e, se opportuno, passare a farmaci di diversa classe o a schemi terapeutici più intensivi. Il reumatologo, inserito in reti e percorsi dedicati (come i servizi di Fracture Liaison Service nei centri che li hanno attivati), può contribuire a garantire una presa in carico continuativa, coordinando gli interventi dei diversi professionisti coinvolti.
Prevenzione dell’osteoporosi
La prevenzione dell’osteoporosi inizia molto prima della comparsa della malattia e, idealmente, già nell’infanzia e nell’adolescenza, quando si costruisce il “picco di massa ossea”, cioè il massimo livello di densità ossea che si raggiunge in giovane età. Un buon picco di massa ossea rappresenta una sorta di “riserva” che protegge dall’osteoporosi negli anni successivi. Per favorirlo sono fondamentali un’alimentazione equilibrata, ricca di calcio e proteine di buona qualità, un’adeguata assunzione di vitamina D (attraverso l’esposizione solare controllata e, se necessario, la dieta o supplementi) e la pratica regolare di attività fisica, in particolare esercizi che prevedono il carico sullo scheletro (camminata, corsa leggera, sport di squadra, danza). Anche evitare il fumo e l’abuso di alcol fin da giovani contribuisce a proteggere la salute delle ossa.
Nell’età adulta e nella menopausa, la prevenzione si concentra sia sul mantenimento della massa ossea sia sulla riduzione del rischio di cadute e fratture. Per quanto riguarda l’alimentazione, è importante garantire un apporto adeguato di calcio, privilegiando alimenti come latte e derivati (yogurt, formaggi, preferendo quelli meno grassi), alcune acque minerali ricche di calcio, verdure a foglia verde, legumi, frutta secca e pesce con lisca commestibile (come le alici). La vitamina D, essenziale per l’assorbimento del calcio, deriva in gran parte dalla sintesi cutanea indotta dai raggi solari: sono utili esposizioni brevi e regolari, con le dovute precauzioni per la pelle, mentre la sola dieta spesso non è sufficiente a coprire il fabbisogno, soprattutto negli anziani.
L’attività fisica rimane un pilastro della prevenzione anche in età avanzata. Camminare ogni giorno, praticare ginnastica dolce, esercizi di rinforzo muscolare e di equilibrio (come il tai chi o programmi specifici per anziani) aiuta a mantenere la forza muscolare, la stabilità posturale e la coordinazione, riducendo il rischio di cadute. È importante scegliere attività adatte alle proprie condizioni di salute, eventualmente con il supporto di fisioterapisti o medici dello sport, soprattutto in presenza di altre patologie. Anche piccoli cambiamenti nello stile di vita, come preferire le scale all’ascensore quando possibile o fare brevi passeggiate quotidiane, possono avere un impatto positivo nel lungo periodo.
Un altro aspetto cruciale della prevenzione è la riduzione dei fattori di rischio modificabili. Smettere di fumare, limitare il consumo di alcol, mantenere un peso corporeo adeguato (evitando sia la magrezza eccessiva sia l’obesità), controllare le malattie croniche (come diabete, malattie tiroidee, patologie intestinali) e rivedere periodicamente con il medico le terapie in corso (soprattutto se comprendono glucocorticoidi o altri farmaci potenzialmente dannosi per l’osso) sono strategie che contribuiscono a preservare la salute scheletrica. Nelle donne in menopausa, la valutazione del rischio di osteoporosi dovrebbe far parte del bilancio di salute, in modo da identificare precocemente chi può beneficiare di ulteriori approfondimenti o interventi preventivi mirati.
In sintesi, l’osteoporosi è una malattia frequente ma spesso sottovalutata, che può rimanere silente per anni fino alla comparsa di fratture da fragilità con importanti conseguenze sulla qualità di vita e sull’autonomia. Conoscere i fattori di rischio, riconoscere i segnali di allarme (come fratture dopo traumi minimi o riduzione della statura), sottoporsi agli esami appropriati e rivolgersi agli specialisti competenti, in particolare al reumatologo quando indicato, permette di impostare percorsi di prevenzione e cura efficaci. Stili di vita sani, diagnosi precoce e trattamenti adeguati, inseriti in un approccio multidisciplinare, sono gli strumenti principali per proteggere le ossa e ridurre il peso individuale e collettivo dell’osteoporosi.
Per approfondire
Prevenzione delle fratture da fragilità – Ministero della Salute offre un quadro aggiornato su come si valuta il rischio di frattura, integrando densità ossea e fattori clinici, e sottolinea l’importanza di un approccio completo al paziente con sospetta osteoporosi.
20 ottobre 2024, Giornata mondiale dell’osteoporosi – Ministero della Salute contestualizza l’osteoporosi come priorità di sanità pubblica e descrive progetti nazionali per migliorare prevenzione, diagnosi e continuità assistenziale, inclusi i Fracture Liaison Service.
Osteoporosi – Guadagnare salute – Ministero della Salute fornisce una definizione istituzionale della malattia, ne illustra le sedi più colpite e ribadisce che l’osteoporosi può essere prevenuta, diagnosticata e trattata.
Osteoporosi – Salute della donna – Ministero della Salute approfondisce in particolare la prevenzione nelle donne, con indicazioni pratiche su alimentazione, attività fisica, calcio, vitamina D, fumo e alcol.
Fratture da fragilità. Un impatto da 10 miliardi di euro l’anno. I dati dell’Iss – RIAP presenta dati recenti sull’impatto economico e sanitario delle fratture da fragilità in Italia, evidenziando il peso dell’osteoporosi sul sistema sanitario.
