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L’artrite gottosa è una forma di artrite infiammatoria che nasce da un problema metabolico ben preciso: l’eccesso di acido urico nel sangue. La dieta gioca un ruolo centrale sia nella prevenzione degli attacchi acuti sia nel controllo a lungo termine della malattia, perché molte fonti di acido urico derivano direttamente dagli alimenti ricchi di purine. Organizzare i pasti in modo mirato, scegliere i cibi giusti e limitare quelli più “a rischio” può contribuire a ridurre l’infiammazione articolare e la frequenza delle crisi.
Questo articolo offre una panoramica completa e basata sulle conoscenze scientifiche attuali su che cos’è l’artrite gottosa, quali alimenti è opportuno evitare o limitare, quali invece possono aiutare a tenere sotto controllo l’acido urico e l’infiammazione, fino a proporre uno schema settimanale di esempio. Vengono inoltre fornite indicazioni generali su quando la sola dieta non è sufficiente e diventa necessario associare una terapia farmacologica, sempre sotto la guida del medico o dello specialista reumatologo.
Cos’è l’artrite gottosa e sintomi principali
L’artrite gottosa, comunemente chiamata “goccia” o semplicemente gotta, è una malattia infiammatoria delle articolazioni causata dalla deposizione di cristalli di acido urico all’interno delle strutture articolari e dei tessuti circostanti. L’acido urico è un prodotto di scarto del metabolismo delle purine, sostanze presenti sia nelle cellule del nostro organismo sia in molti alimenti. Quando la sua concentrazione nel sangue (uricemia) supera una certa soglia, l’acido urico può cristallizzare e depositarsi, innescando una risposta infiammatoria intensa. Non tutte le persone con uricemia elevata sviluppano artrite gottosa: si parla infatti di iperuricemia asintomatica quando i valori sono alti ma non ci sono sintomi articolari.
La forma clinica più tipica è l’attacco acuto di gotta, che spesso esordisce improvvisamente, di notte o nelle prime ore del mattino, con dolore molto intenso a una singola articolazione. L’articolazione più frequentemente colpita è la base dell’alluce (prima metatarso-falangea), ma possono essere interessate anche caviglie, ginocchia, polsi, gomiti e piccole articolazioni delle mani. Il dolore è descritto come bruciante o pulsante, al punto da rendere difficile anche il contatto con le lenzuola. L’area appare arrossata, calda, gonfia e molto sensibile al tatto, e spesso il paziente riferisce una sensazione di “articolazione in fiamme”.
Nel tempo, se l’iperuricemia non viene controllata, gli attacchi possono diventare più frequenti, durare più a lungo e coinvolgere più articolazioni. Possono comparire anche i cosiddetti tofi gottosi, noduli duri formati da accumuli di cristalli di acido urico, localizzati tipicamente a livello di padiglioni auricolari, gomiti, dita delle mani e dei piedi. Oltre al danno articolare, la gotta non trattata può associarsi a complicanze renali, come calcoli di acido urico e nefropatia uratica, motivo per cui è importante non sottovalutare i primi episodi e rivolgersi al medico per un inquadramento completo.
La diagnosi di artrite gottosa si basa sull’insieme di anamnesi, esame obiettivo, dosaggio dell’acido urico nel sangue e, quando necessario, esami più specifici come l’analisi del liquido sinoviale (il fluido presente nelle articolazioni) per la ricerca dei cristalli di urato. È fondamentale distinguere la gotta da altre forme di artrite (come l’artrite reumatoide o le artropatie da cristalli di pirofosfato di calcio) perché la gestione terapeutica e le raccomandazioni dietetiche possono differire. In ogni caso, la dieta rappresenta un pilastro della prevenzione e del controllo, affiancandosi alle eventuali terapie farmacologiche prescritte.
Alimenti ad alto contenuto di purine da evitare
Le purine sono molecole presenti in tutte le cellule viventi e, di conseguenza, in molti alimenti di origine animale e vegetale. Quando l’organismo le metabolizza, produce acido urico come prodotto finale. In chi è predisposto alla gotta o presenta già iperuricemia, un eccesso di purine introdotte con la dieta può contribuire a far salire ulteriormente i livelli di acido urico nel sangue, favorendo la formazione di cristalli e l’insorgenza di attacchi acuti. Per questo motivo, una dieta per artrite gottosa prevede in genere la riduzione o l’eliminazione degli alimenti più ricchi di purine, soprattutto se consumati frequentemente o in grandi quantità.
Tra gli alimenti da limitare in modo deciso rientrano innanzitutto le frattaglie (fegato, rognone, cuore, cervello, animelle), che hanno un contenuto di purine particolarmente elevato. Anche alcune carni rosse, come manzo, agnello e selvaggina, possono contribuire in modo significativo all’apporto di purine, soprattutto se consumate più volte alla settimana. Un altro gruppo critico è rappresentato da alcuni tipi di pesce e frutti di mare: pesce azzurro (come sardine e acciughe), sgombro, aringa, nonché crostacei e molluschi (gamberi, cozze, vongole). Questi alimenti, pur avendo in molti casi un buon profilo nutrizionale generale, possono essere problematici per chi soffre di gotta e vanno gestiti con attenzione, privilegiando eventualmente porzioni ridotte e consumi saltuari.
Oltre al contenuto di purine, è importante considerare il ruolo delle bevande alcoliche, in particolare birra e superalcolici. La birra, infatti, contiene purine e, insieme all’alcol, può ridurre l’eliminazione renale di acido urico, favorendone l’accumulo. I superalcolici, anche se poveri di purine, interferiscono con il metabolismo dell’acido urico e aumentano il rischio di attacchi. Il vino, in quantità moderate, sembra avere un impatto leggermente diverso, ma in presenza di artrite gottosa attiva o di iperuricemia significativa è comunque prudente discuterne l’assunzione con il medico. Anche le bevande zuccherate, in particolare quelle ricche di fruttosio (come alcune bibite gassate e succhi industriali), possono aumentare la produzione endogena di acido urico e andrebbero limitate.
Un capitolo a parte riguarda alcuni legumi e verdure con contenuto medio-alto di purine, come piselli secchi, lenticchie, fagioli secchi, spinaci, asparagi e cavolfiori. A differenza delle fonti animali, però, le purine di origine vegetale sembrano avere un impatto meno marcato sul rischio di attacchi gottosi, probabilmente per la presenza di fibre, antiossidanti e altri composti benefici. Nella pratica clinica, molti specialisti non vietano completamente questi alimenti, ma ne consigliano un consumo moderato e inserito in un contesto di dieta complessivamente equilibrata. È quindi essenziale non eliminare intere categorie alimentari senza motivo, ma modulare le scelte in base alla situazione individuale e alle indicazioni del professionista di riferimento.
Cibi che abbassano i livelli di acido urico
Accanto agli alimenti da limitare, esistono cibi e pattern alimentari che possono aiutare a ridurre i livelli di acido urico o, quantomeno, a non favorirne l’aumento. Un primo gruppo importante è quello dei latticini a basso contenuto di grassi, come latte parzialmente scremato, yogurt magro e alcuni formaggi freschi leggeri. Questi alimenti sono generalmente poveri di purine e forniscono proteine di buona qualità, calcio e altri micronutrienti utili. Alcuni studi suggeriscono che il consumo regolare di latticini magri possa essere associato a un minor rischio di attacchi di gotta, probabilmente grazie a un effetto favorevole sull’escrezione di acido urico e sull’infiammazione di basso grado.
Le verdure (ad eccezione di poche specie relativamente più ricche di purine) rappresentano un pilastro della dieta per l’artrite gottosa. Ortaggi come zucchine, carote, pomodori, peperoni, insalate a foglia, finocchi, melanzane e molti altri sono poveri di purine, ricchi di fibre, vitamine e composti antiossidanti che contribuiscono a modulare l’infiammazione sistemica. Anche la frutta fresca, consumata con moderazione, è generalmente ben tollerata: mele, pere, agrumi, frutti di bosco, kiwi e melone sono esempi di scelte adatte. È invece prudente non eccedere con frutti particolarmente ricchi di fruttosio (come alcuni succhi di frutta concentrati o grandi quantità di uva e fichi), soprattutto se si hanno anche problemi di peso o sindrome metabolica.
I cereali integrali (come pane integrale, riso integrale, avena, farro, orzo) e i derivati a base di farine poco raffinate contribuiscono a fornire energia, fibre e micronutrienti, con un contenuto di purine generalmente basso. Inserirli in ogni pasto, nelle giuste porzioni, aiuta a mantenere stabile la glicemia, a controllare l’appetito e a favorire il mantenimento o il raggiungimento di un peso corporeo adeguato, fattore chiave nella gestione della gotta. Anche l’olio extravergine di oliva, fonte di grassi monoinsaturi e composti antinfiammatori, è un alleato prezioso, purché utilizzato con moderazione per non eccedere con le calorie totali.
L’idratazione è un altro elemento cruciale: bere acqua in quantità adeguata durante la giornata favorisce l’eliminazione renale dell’acido urico e contribuisce a ridurre il rischio di formazione di calcoli urinari. In assenza di controindicazioni specifiche (ad esempio insufficienza cardiaca o renale avanzata), spesso si consiglia di assumere circa 1,5–2 litri di acqua al giorno, distribuiti nell’arco della giornata, aumentando leggermente l’apporto in caso di sudorazione intensa o attività fisica. Tisane non zuccherate e infusi possono contribuire al bilancio idrico, mentre è bene limitare bevande zuccherate e alcoliche. Nel complesso, un modello alimentare di tipo mediterraneo, ricco di vegetali, cereali integrali, legumi in quantità adeguate, pesce magro e olio d’oliva, rappresenta una base favorevole anche per chi soffre di artrite gottosa.
Schema settimanale anti-gotta
Uno schema settimanale anti-gotta ha l’obiettivo di tradurre in pratica i principi generali della dieta a basso contenuto di purine, garantendo al tempo stesso varietà, adeguato apporto di nutrienti e sostenibilità nel lungo periodo. È importante sottolineare che si tratta di un esempio orientativo, non di un piano personalizzato: le porzioni, les combinazioni e le eventuali esclusioni devono essere adattate alle esigenze individuali (età, peso, comorbidità, preferenze alimentari, eventuali terapie in corso) da un professionista della nutrizione o dal medico curante. In linea generale, la giornata tipo può prevedere tre pasti principali e uno-due spuntini, con un buon equilibrio tra carboidrati complessi, proteine magre e grassi di qualità.
Per la colazione, si possono alternare opzioni come latte o yogurt magro con fiocchi d’avena e frutta fresca, pane integrale tostato con ricotta magra e un frutto, oppure una bevanda calda non zuccherata accompagnata da pane integrale e un velo di marmellata senza zuccheri aggiunti. Gli spuntini di metà mattina e metà pomeriggio possono includere frutta fresca di stagione, uno yogurt magro, una piccola manciata di frutta secca non salata (da valutare in base al fabbisogno calorico) o crudités di verdure. L’obiettivo è evitare lunghi digiuni e picchi di fame che potrebbero portare a scelte alimentari poco controllate.
A pranzo, una possibile struttura prevede un primo piatto a base di cereali integrali (pasta, riso, farro, orzo) con condimenti leggeri a base di verdure e olio extravergine di oliva, accompagnato da un contorno abbondante di ortaggi. Le fonti proteiche possono essere rappresentate da pesce magro (come merluzzo, nasello, platessa), carni bianche (pollo, tacchino senza pelle) in quantità moderate, uova (in assenza di controindicazioni specifiche) o formaggi freschi magri. È consigliabile limitare la frequenza di consumo di carni rosse e insaccati, riservandoli eventualmente a occasioni sporadiche e in porzioni ridotte. Il pane, preferibilmente integrale, può essere presente ma senza eccedere nelle quantità totali di carboidrati.
La cena può essere organizzata in modo simile, magari privilegiando piatti unici che combinano cereali e verdure, oppure zuppe di legumi e ortaggi (valutando la tolleranza individuale ai legumi e modulandone la frequenza), insalate miste con una fonte proteica magra e un cereale integrale, o secondi piatti di pesce magro o carni bianche con contorni di verdure cotte e crude. È utile distribuire le fonti proteiche nell’arco della settimana, alternando latticini magri, uova, pesce e carni bianche, e mantenendo un apporto proteico complessivo adeguato ma non eccessivo. In presenza di sovrappeso o obesità, lo schema settimanale dovrebbe inoltre prevedere un moderato deficit calorico, concordato con il professionista, per favorire una perdita di peso graduale, che a sua volta contribuisce a migliorare il controllo dell’acido urico.
Nell’arco della settimana è possibile programmare giornate con prevalenza di piatti a base vegetale, alternandole a giornate in cui compaiono porzioni controllate di pesce magro o carni bianche. Ad esempio, si possono prevedere 2–3 pasti settimanali con pesce magro, 2–3 con carni bianche, 1–2 con uova o formaggi freschi magri e il resto basato su combinazioni di cereali integrali e legumi ben tollerati. La rotazione degli alimenti aiuta a evitare monotonia, a coprire il fabbisogno di micronutrienti e a ridurre il rischio di eccessi di purine concentrati in pochi giorni.
Quando associare terapia farmacologica
La dieta è un pilastro fondamentale nella gestione dell’artrite gottosa, ma non sempre è sufficiente da sola a mantenere l’acido urico entro valori considerati sicuri e a prevenire gli attacchi. In molti casi, soprattutto quando l’iperuricemia è marcata, gli episodi di artrite gottosa sono frequenti o sono già presenti tofi o danni articolari, il medico o lo specialista reumatologo può ritenere necessario associare una terapia farmacologica specifica. È importante comprendere che la decisione di iniziare un farmaco non si basa solo sui valori di laboratorio, ma sull’insieme del quadro clinico, delle comorbidità (come insufficienza renale, ipertensione, diabete, sindrome metabolica) e dei farmaci già assunti per altre patologie.
I farmaci utilizzati nella gotta si dividono, in linea generale, in due grandi categorie: quelli impiegati per trattare gli attacchi acuti (come antinfiammatori non steroidei, colchicina o, in alcuni casi, corticosteroidi) e quelli destinati al controllo a lungo termine dell’iperuricemia, detti ipouricemizzanti. Tra questi ultimi rientrano i farmaci che riducono la produzione di acido urico, come gli inibitori della xantina ossidasi (ad esempio allopurinolo e febuxostat), e quelli che ne aumentano l’escrezione renale (uricosurici). La scelta del principio attivo, del dosaggio e delle eventuali associazioni dipende da numerosi fattori clinici e deve essere effettuata esclusivamente dal medico, che valuterà anche la necessità di monitoraggi periodici.
È essenziale sottolineare che l’avvio di una terapia ipouricemizzante non sostituisce la dieta, ma la integra. Continuare a seguire un’alimentazione a basso contenuto di purine, mantenere un peso corporeo adeguato, limitare l’alcol e garantire una buona idratazione rimane fondamentale anche in presenza di farmaci. Inoltre, l’inizio di un trattamento ipouricemizzante può, paradossalmente, scatenare temporaneamente attacchi di gotta nelle prime fasi, motivo per cui spesso il medico associa per un periodo limitato una terapia di copertura con farmaci antinfiammatori o colchicina. Sospendere autonomamente il farmaco in caso di attacco, senza consultare il curante, può compromettere il controllo a lungo termine della malattia.
Infine, è importante ricordare che alcuni farmaci utilizzati per altre patologie possono influenzare i livelli di acido urico, aumentandoli o riducendoli. Diuretici tiazidici, alcuni antipertensivi e altri principi attivi possono favorire l’iperuricemia, mentre altri farmaci possono avere un effetto opposto. Per questo motivo, chi soffre di artrite gottosa dovrebbe informare sempre il medico di tutti i medicinali assunti, compresi integratori e prodotti da banco, in modo da valutare possibili interazioni e ottimizzare la terapia complessiva. Qualsiasi modifica del piano terapeutico, inclusa l’introduzione o la sospensione di allopurinolo, febuxostat o altri ipouricemizzanti, deve avvenire solo su indicazione del professionista sanitario.
In sintesi, la gestione dell’artrite gottosa richiede un approccio integrato che combina dieta mirata, controllo del peso, adeguata idratazione, attività fisica compatibile con le condizioni articolari e, quando indicato, terapia farmacologica specifica. Ridurre l’apporto di alimenti ricchi di purine, limitare alcol e bevande zuccherate, privilegiare latticini magri, verdure, frutta e cereali integrali aiuta a contenere i livelli di acido urico e l’infiammazione di fondo. Tuttavia, nei casi più complessi o avanzati, la sola alimentazione non basta e diventa fondamentale affidarsi allo specialista per impostare un trattamento ipouricemizzante adeguato e un monitoraggio regolare, ricordando che la personalizzazione delle scelte dietetiche e terapeutiche è essenziale per ottenere risultati duraturi e sicuri.
Per approfondire
AIFA – Lesinurad per l’iperuricemia associata alla gotta offre un inquadramento regolatorio e clinico sul ruolo del controllo dell’iperuricemia nel trattamento a lungo termine della gotta e sui farmaci che aumentano l’escrezione renale di acido urico.
Humanitas – Gotta: ecco perché limitare gli alimenti ricchi di purine spiega in modo divulgativo il legame tra metabolismo delle purine, acido urico e rischio di attacchi gottosi, con indicazioni pratiche sugli alimenti da ridurre.
Humanitas – Gotta: il sintomo principale è il dolore descrive i sintomi tipici della malattia, i valori indicativi di acido urico nel sangue e l’importanza di intervenire su dieta e stile di vita.
Humanitas – Acido urico nelle urine delle 24 ore illustra l’utilità del dosaggio urinario dell’acido urico per valutare l’apporto di purine con la dieta, la produzione endogena e il rischio di calcoli urinari.
