Quali sintomi dà la mancanza di vitamina D?

Sintomi, cause, prevenzione e gestione della carenza di vitamina D

La carenza di vitamina D è molto diffusa, spesso senza che le persone se ne rendano conto. Molti soggetti scoprono di avere valori bassi solo in occasione di esami del sangue di routine, perché i sintomi possono essere lievi, sfumati o facilmente attribuiti ad altre cause, come lo stress o l’età. Capire quali sintomi può dare la mancanza di vitamina D, chi è più a rischio e come si può intervenire è fondamentale per proteggere la salute delle ossa, dei muscoli e, più in generale, dell’organismo.

In questo articolo vedremo che cos’è la vitamina D e perché è così importante, quali sono i principali segni e disturbi associati alla sua carenza, quali fattori possono favorirla e quali strategie, condivise dalla comunità scientifica, vengono utilizzate per prevenirla e trattarla. Le informazioni hanno carattere generale e non sostituiscono il parere del medico: in presenza di sintomi sospetti o dubbi sui propri livelli di vitamina D è sempre necessario rivolgersi a un professionista sanitario per una valutazione personalizzata.

Cos’è la vitamina D?

La vitamina D è una vitamina liposolubile, cioè si scioglie nei grassi e viene immagazzinata nei tessuti adiposi e nel fegato. A differenza di molte altre vitamine, non dipende solo dall’alimentazione: il nostro organismo è in grado di sintetizzarla a partire dal colesterolo, quando la pelle è esposta alla luce solare, in particolare ai raggi UVB. Per questo viene spesso definita anche “vitamina del sole”. In realtà, dal punto di vista biologico, la vitamina D si comporta più come un ormone che come una semplice vitamina, perché viene attivata attraverso passaggi nel fegato e nei reni e agisce su numerosi organi bersaglio.

Esistono due forme principali di vitamina D: la vitamina D2 (ergocalciferolo), di origine prevalentemente vegetale, e la vitamina D3 (colecalciferolo), prodotta dalla pelle umana e presente in alcuni alimenti di origine animale. Una volta assorbite o sintetizzate, entrambe vengono trasformate nel fegato in 25-idrossivitamina D, la forma che viene misurata con l’esame del sangue per valutare le riserve dell’organismo. Successivamente, nei reni, la 25-idrossivitamina D viene convertita nella forma attiva, la 1,25-diidrossivitamina D, che esercita gli effetti biologici principali.

Il ruolo più noto della vitamina D riguarda il metabolismo del calcio e del fosforo. Questa vitamina favorisce l’assorbimento intestinale del calcio introdotto con la dieta e contribuisce a mantenere livelli adeguati di calcio nel sangue, essenziali per la mineralizzazione delle ossa e dei denti. Quando la vitamina D è sufficiente, l’organismo riesce a utilizzare in modo efficiente il calcio, riducendo il rischio di perdita di massa ossea, fratture e malattie come osteomalacia nell’adulto e rachitismo nel bambino. Tuttavia, la vitamina D interviene anche nella funzione muscolare, nel sistema immunitario e, secondo alcune ricerche, potrebbe avere un ruolo in vari altri ambiti della salute.

Le principali fonti di vitamina D sono quindi l’esposizione solare, alcuni alimenti (come pesci grassi, tuorlo d’uovo, fegato, latte e derivati arricchiti) e, quando necessario, gli integratori. La quantità effettiva che ciascuna persona riesce a produrre o assumere dipende da molti fattori: latitudine, stagione, abitudini di vita, uso di creme solari, colore della pelle, età, eventuali patologie che riducono l’assorbimento intestinale dei grassi o alterano il metabolismo della vitamina. Per questo, anche in Paesi soleggiati, la carenza di vitamina D può essere sorprendentemente frequente.

Sintomi della carenza di vitamina D

La maggior parte delle persone con carenza lieve o moderata di vitamina D non presenta sintomi specifici e può sentirsi in buona salute. I disturbi compaiono più spesso quando la carenza è prolungata nel tempo o particolarmente marcata. Uno dei meccanismi principali è la riduzione dell’assorbimento intestinale del calcio, che porta l’organismo a “pescare” calcio dalle ossa per mantenere stabile la concentrazione nel sangue. Questo processo, se continua a lungo, indebolisce lo scheletro e può favorire osteopenia, osteoporosi e un aumento del rischio di fratture, soprattutto in anziani e donne dopo la menopausa. In queste fasi, i sintomi possono essere molto sfumati, come un generico dolore osseo o lombare, o comparire solo dopo una frattura da trauma minimo.

Un altro gruppo di sintomi riguarda i muscoli. La carenza di vitamina D è associata a debolezza muscolare, soprattutto prossimale (cioè dei muscoli più vicini al tronco, come quelli delle cosce e delle anche), che può manifestarsi con difficoltà ad alzarsi da una sedia, a salire le scale o a camminare a passo sostenuto. Alcune persone riferiscono mialgie (dolori muscolari diffusi), crampi, fascicolazioni (piccoli tremori o scatti muscolari) e una sensazione di affaticamento muscolare anche per sforzi modesti. Nei casi più severi, la debolezza può essere così marcata da compromettere l’equilibrio e aumentare il rischio di cadute, con conseguente ulteriore rischio di fratture.

La carenza cronica e importante di vitamina D può determinare osteomalacia nell’adulto, una condizione in cui l’osso è poco mineralizzato e quindi più morbido e dolorante. I sintomi tipici includono dolori ossei diffusi, spesso a livello di bacino, colonna vertebrale, coste e gambe, che peggiorano con il carico e possono essere confusi con altre forme di reumatismo o lombalgia. Nei bambini, una carenza severa può causare rachitismo, con deformità scheletriche (come gambe arcuate), ritardo nella crescita, dolore osseo e ritardo nella comparsa dei denti. Queste forme, oggi meno frequenti nei Paesi con buona disponibilità di alimenti arricchiti e controlli pediatrici regolari, restano però un problema in alcune popolazioni e contesti.

Oltre ai disturbi ossei e muscolari, alcuni studi hanno osservato un’associazione tra carenza di vitamina D e sintomi più aspecifici, come stanchezza persistente, malessere generale, dolori vaghi e, in alcuni casi, dolore addominale non spiegato da altre cause evidenti. È importante sottolineare che questi sintomi sono molto comuni e possono dipendere da numerose condizioni diverse: la sola presenza di stanchezza o dolori diffusi non basta per diagnosticare una carenza di vitamina D. Solo un esame del sangue che misuri la 25-idrossivitamina D può confermare o escludere il deficit, e la valutazione complessiva deve sempre essere affidata al medico, che considererà anche altri possibili fattori e patologie.

In alcune persone, soprattutto se già affette da fragilità ossea o da patologie croniche, la carenza di vitamina D può contribuire a un peggioramento della qualità di vita, con limitazioni nelle attività quotidiane e maggiore necessità di supporto. Riconoscere precocemente i segni di un possibile deficit, in particolare nei gruppi più vulnerabili, permette di intervenire in tempo con misure preventive o terapeutiche adeguate, riducendo il rischio di complicanze a lungo termine.

Cause della carenza

Le cause della carenza di vitamina D sono spesso multifattoriali e possono variare da persona a persona. Una delle principali è la ridotta esposizione alla luce solare: trascorrere gran parte del tempo in ambienti chiusi, vivere in latitudini con poche ore di sole in inverno, indossare abiti molto coprenti o utilizzare sempre creme solari ad alta protezione limita la produzione cutanea di vitamina D. Sebbene la protezione solare sia fondamentale per prevenire i tumori della pelle, un uso molto rigoroso, associato a scarsa esposizione complessiva, può contribuire al deficit, soprattutto in soggetti già predisposti. Anche l’inquinamento atmosferico, che filtra parte dei raggi UVB, può ridurre la sintesi cutanea.

Un altro fattore importante è rappresentato dalle caratteristiche individuali. Le persone con pelle più scura, ricca di melanina, necessitano di tempi di esposizione più lunghi per produrre la stessa quantità di vitamina D rispetto a chi ha pelle chiara. Con l’avanzare dell’età, inoltre, la capacità della pelle di sintetizzare vitamina D diminuisce, e gli anziani sono spesso meno esposti al sole per motivi di mobilità ridotta o abitudini di vita. Anche l’obesità è stata associata a livelli più bassi di vitamina D circolante: la vitamina, essendo liposolubile, tende a distribuirsi nel tessuto adiposo, riducendo la quota disponibile nel sangue.

La dieta gioca un ruolo meno determinante rispetto al sole, ma può comunque contribuire alla carenza, soprattutto quando l’apporto di alimenti ricchi o fortificati è scarso. Regimi alimentari molto restrittivi, diete povere di grassi o l’esclusione di specifici gruppi di alimenti (ad esempio per motivi etici, religiosi o di intolleranze) possono ridurre l’introito di vitamina D. Tuttavia, anche con una dieta equilibrata, spesso non si raggiungono da soli i livelli considerati ottimali, motivo per cui l’esposizione solare e, in alcuni casi, l’integrazione diventano particolarmente rilevanti.

Esistono poi condizioni mediche che possono favorire o aggravare la carenza. Le malattie che riducono l’assorbimento dei grassi a livello intestinale, come alcune forme di celiachia non trattata, malattie infiammatorie croniche intestinali o interventi di chirurgia bariatrica, possono limitare l’assorbimento della vitamina D introdotta con la dieta o con gli integratori. Patologie epatiche e renali croniche possono interferire con le tappe di attivazione della vitamina D, riducendone l’efficacia biologica. Alcuni farmaci, come particolari anticonvulsivanti o terapie a lungo termine con glucocorticoidi, possono aumentare il metabolismo della vitamina D o interferire con il suo utilizzo, contribuendo al deficit. Infine, la gravidanza e l’allattamento rappresentano periodi di aumentato fabbisogno, in cui una carenza preesistente può diventare più evidente se non adeguatamente monitorata.

Come prevenire e trattare la carenza

La prevenzione e il trattamento della carenza di vitamina D si basano su una combinazione di stile di vita, alimentazione e, quando indicato dal medico, integrazione. Un primo pilastro è rappresentato da una esposizione solare ragionevole e sicura. Trascorrere regolarmente del tempo all’aria aperta, esponendo braccia e gambe alla luce del sole, può favorire la sintesi cutanea di vitamina D. Tuttavia, è essenziale trovare un equilibrio tra il bisogno di vitamina D e la protezione della pelle dai danni dei raggi UV: le raccomandazioni variano in base al fototipo, alla latitudine e alla stagione, e non esiste una “ricetta” valida per tutti. In persone con storia di tumori cutanei o ad alto rischio dermatologico, le indicazioni devono essere ancora più prudenti e sempre concordate con lo specialista.

Un secondo elemento è l’alimentazione. Integrare nella dieta alimenti naturalmente ricchi di vitamina D, come pesci grassi (ad esempio salmone, sgombro, aringa), tuorlo d’uovo e fegato, e prodotti arricchiti (latte, yogurt, alcune bevande vegetali e cereali per la colazione fortificati, dove disponibili) può contribuire ad aumentare l’apporto complessivo. È importante ricordare che la vitamina D è liposolubile, quindi l’assorbimento è favorito dalla presenza di una quota di grassi nella dieta. Una dieta varia ed equilibrata, associata a un adeguato apporto di calcio, rappresenta una base importante per la salute di ossa e muscoli, anche se spesso non sufficiente, da sola, a correggere una carenza marcata.

Quando gli esami del sangue documentano una carenza di vitamina D, il medico può valutare l’opportunità di prescrivere un integratore specifico. Le formulazioni disponibili possono contenere vitamina D2 o D3, in gocce, capsule, compresse o altre forme, e vengono scelte in base alle esigenze del singolo paziente, alla gravità del deficit, all’età, al peso corporeo, alle eventuali patologie concomitanti e ai farmaci assunti. È fondamentale non assumere dosi elevate di propria iniziativa: un eccesso di vitamina D può portare a ipercalcemia (troppo calcio nel sangue), con possibili conseguenze anche serie su reni, cuore e sistema nervoso. Per questo, la supplementazione va sempre gestita e monitorata da un professionista sanitario.

La prevenzione a lungo termine richiede spesso un monitoraggio periodico dei livelli di vitamina D nelle persone a rischio: anziani, soggetti con ridotta esposizione al sole, persone con pelle scura che vivono a latitudini elevate, pazienti con malassorbimento intestinale, malattie epatiche o renali croniche, donne in gravidanza o allattamento, persone con obesità o in terapia con farmaci che interferiscono con il metabolismo della vitamina D. In questi gruppi, il medico può programmare controlli regolari e, se necessario, impostare una supplementazione continuativa a dosi adeguate, associata a consigli su stile di vita e alimentazione. In ogni caso, la gestione della vitamina D deve inserirsi in una visione globale della salute ossea e muscolare, che comprende anche attività fisica regolare, prevenzione delle cadute, astensione dal fumo e moderazione nel consumo di alcol.

In sintesi, la carenza di vitamina D è una condizione frequente, spesso silente, che nel tempo può compromettere la salute di ossa e muscoli e aumentare il rischio di fratture, soprattutto nelle fasce di popolazione più vulnerabili. I sintomi, quando presenti, possono includere dolori ossei e muscolari, debolezza, affaticamento e, nei casi più severi, osteomalacia nell’adulto e rachitismo nel bambino. Poiché questi disturbi sono poco specifici, l’unico modo per confermare il deficit è un esame del sangue, da richiedere e interpretare insieme al medico. Una combinazione di esposizione solare prudente, alimentazione adeguata e, se necessario, integrazione mirata consente nella maggior parte dei casi di prevenire e correggere la carenza, sempre all’interno di un percorso di cura personalizzato e supervisionato da professionisti sanitari.

Per approfondire

NCBI Bookshelf – Vitamin D Deficiency offre una revisione clinica dettagliata sulla carenza di vitamina D, con informazioni aggiornate su fisiologia, sintomi, diagnosi e strategie di trattamento basate sulle evidenze.

BMJ – Deficiency of sunlight and vitamin D analizza il legame tra esposizione solare, livelli di vitamina D e salute ossea, con particolare attenzione alle implicazioni di sanità pubblica e alle popolazioni a rischio.

WHO EMRO – Vitamin D in the Eastern Mediterranean Region: a technical guide presenta linee guida tecniche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla vitamina D, utili per comprendere l’impatto della carenza a livello di popolazione e le strategie preventive raccomandate.

PubMed – Vitamin D Deficiency and Unclear Abdominal Pain descrive uno studio osservazionale che esplora l’associazione tra carenza severa di vitamina D e dolore addominale non spiegato, evidenziando possibili manifestazioni cliniche aspecifiche del deficit.