Una ferita che non si chiude, che continua a perdere siero o che si arrossa e fa male per settimane può trasformarsi in un problema serio, con rischio di infezione e cicatrici difficili da trattare. Capire quando preoccuparsi, cosa applicare e cosa evitare permette di non peggiorare la lesione, ridurre il dolore e favorire una guarigione corretta, evitando l’errore comune di “coprire e basta” senza affrontare le cause che bloccano il processo di riparazione.
Quando una ferita si considera “che non guarisce”
Una ferita si considera “che non guarisce” quando il normale processo di cicatrizzazione si blocca o rallenta in modo evidente. In pratica, se dopo alcuni giorni non si osserva una riduzione di dolore, gonfiore e secrezioni, oppure se la ferita resta aperta, con bordi arrossati e tessuto giallastro o necrotico, si è di fronte a una lesione che potrebbe evolvere in ulcera cutanea cronica. In questi casi non basta continuare a cambiare la medicazione “come sempre”: serve una valutazione mirata.
Un segnale importante è la durata: una ferita che rimane aperta per settimane, che tende a riaprirsi o che peggiora dopo un iniziale miglioramento richiede attenzione specialistica. Anche la comparsa di febbre, cattivo odore, secrezione purulenta o dolore crescente suggerisce una possibile infezione. Se, ad esempio, un taglio alla gamba di una persona con diabete resta arrossato e umido dopo vari tentativi di disinfezione domestica, allora è necessario sospendere i rimedi fai-da-te e rivolgersi al medico per impostare un trattamento adeguato.
Cause più frequenti di ferite che non guariscono
Le cause più frequenti di ferite che non guariscono riguardano sia fattori locali della cute sia condizioni generali dell’organismo. Tra le più comuni rientrano il diabete, le malattie vascolari (arteriose e venose), l’insufficienza venosa cronica, l’età avanzata, la malnutrizione e alcune terapie farmacologiche che interferiscono con la cicatrizzazione. Le ulcere da pressione (piaghe da decubito), le ulcere venose della gamba e le ulcere del piede diabetico sono esempi tipici di lesioni che tendono a cronicizzare se non trattate in modo strutturato, come descritto anche nei documenti tecnici dell’Istituto Superiore di Sanità sulle ulcere cutanee croniche.
Un’altra causa spesso sottovalutata è la gestione inadeguata della ferita: disinfezioni troppo aggressive, medicazioni non appropriate al tipo di essudato, pressione o sfregamento continui sulla zona lesionata, mancato controllo di infezioni locali. Se, per esempio, una piccola ferita chirurgica viene coperta con garze secche che si attaccano al tessuto di granulazione, ogni cambio di medicazione può danneggiare il nuovo tessuto e ritardare la chiusura. Anche il fumo, l’alcol in eccesso e una scarsa igiene locale contribuiscono a mantenere la ferita in uno stato infiammatorio cronico.
Cosa mettere sulle ferite croniche in base al tipo di lesione
La scelta di cosa mettere su una ferita che non guarisce dipende dal tipo di lesione, dalla quantità di essudato, dalla presenza di tessuto necrotico e dal rischio di infezione. Il principio di base è creare un ambiente umido controllato, che favorisca la rigenerazione dei tessuti senza macerare la pelle sana circostante. Per ferite superficiali poco essudanti possono essere indicati idrogel o medicazioni in schiuma, mentre per lesioni molto essudanti si usano spesso medicazioni assorbenti specifiche (come alginati o schiume poliuretaniche), secondo le raccomandazioni sui moderni sistemi di medicazione riportate anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nei documenti sulla prevenzione e gestione delle infezioni della ferita chirurgica (WHO – prevenzione infezioni del sito chirurgico).
Quando è presente tessuto necrotico o fibrinoso, il medico può indicare medicazioni con azione debridante (enzimatica o autolitica) per rimuovere il tessuto non vitale, spesso in associazione a detergenti delicati e, se necessario, a terapia antibiotica sistemica in caso di infezione documentata. È importante evitare l’uso prolungato e indiscriminato di antisettici aggressivi o pomate antibiotiche senza prescrizione, perché possono irritare la cute e favorire resistenze batteriche. Per le piaghe da decubito, ad esempio, oltre alla medicazione corretta è fondamentale ridurre la pressione con cambi posturali e ausili adeguati, come approfondito anche nei contenuti dedicati a cosa fare per le piaghe da decubito.
Per le ferite croniche non complicate, alcune medicazioni avanzate possono essere gestite a domicilio con il supporto del medico di base o dell’infermiere, seguendo protocolli strutturati. In caso di dubbi su prodotti generici per ferite acute, può essere utile confrontare le indicazioni con quelle riportate per cosa mettere sulle ferite per farle guarire, ricordando però che le ferite croniche richiedono sempre un inquadramento più approfondito rispetto ai piccoli tagli o abrasioni occasionali.
Esami e visite specialistiche da fare in caso di ferite persistenti
Gli esami e le visite specialistiche per una ferita che non guarisce hanno l’obiettivo di identificare le cause di fondo e impostare un piano terapeutico completo. Il primo passo è di solito la valutazione del medico di medicina generale o del chirurgo, che esamina la ferita (dimensioni, profondità, bordi, essudato, segni di infezione) e raccoglie la storia clinica del paziente (diabete, problemi vascolari, farmaci assunti. In base al quadro, possono essere richiesti esami del sangue per valutare glicemia, stato nutrizionale e markers di infezione, oltre a eventuali tamponi colturali se si sospetta una sovrainfezione batterica, come suggerito anche nei documenti dell’Istituto Superiore di Sanità sulle infezioni correlate all’assistenza (ISS – infezioni correlate all’assistenza).
A seconda della sede e del tipo di ferita, possono essere indicati esami strumentali (ecocolordoppler per valutare il circolo arterioso e venoso degli arti inferiori, radiografie o altre indagini se si sospetta un interessamento osseo, valutazioni neurologiche per il piede diabetico). Spesso è utile il coinvolgimento di un team multidisciplinare che includa chirurgo vascolare, diabetologo, dermatologo e infermiere esperto in wound care. Se, ad esempio, una persona anziana con ulcera alla caviglia presenta segni di insufficienza venosa, allora la valutazione vascolare e l’eventuale terapia compressiva diventano parte integrante del trattamento, insieme alla scelta della medicazione più adatta e al monitoraggio periodico dell’evoluzione della lesione.
Per approfondire
- Extramammary Paget Disease - StatPearls - NCBI Bookshelf (ncbi.nlm.nih.gov)





