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Quando il medico parla di “diuretico per abbassare la pressione”, molte persone pensano subito a una singola pillola “magica”. In realtà, con questa espressione si indica un gruppo di farmaci diversi, accomunati dalla capacità di aumentare l’eliminazione di acqua e sali (soprattutto sodio) con le urine. I diuretici sono tra i farmaci antipertensivi più utilizzati da decenni e, nelle linee guida più recenti, restano una delle opzioni di prima scelta in associazione con altre classi, soprattutto nei pazienti con ipertensione stabile e in alcune condizioni come lo scompenso cardiaco o l’edema periferico.
Capire come funzionano, quali tipi esistono e quali sono i possibili effetti collaterali è fondamentale per usare questi medicinali in modo consapevole, seguendo le indicazioni del medico e senza aspettarsi risultati immediati o miracolosi. In questa guida vedremo cosa sono i diuretici, come contribuiscono ad abbassare la pressione arteriosa, quali sono i principali tipi impiegati nella terapia dell’ipertensione, quando vengono prescritti e quali precauzioni è importante conoscere, ricordando sempre che la scelta del singolo farmaco e del dosaggio è un atto clinico che spetta esclusivamente al medico curante o allo specialista in cardiologia o nefrologia.
Cosa sono i diuretici?
I diuretici sono farmaci che aumentano la quantità di urina prodotta dai reni, favorendo l’eliminazione di acqua e sali minerali, in particolare sodio e cloro. Dal punto di vista clinico vengono utilizzati soprattutto per trattare condizioni in cui è presente un eccesso di volume di liquidi nell’organismo, come l’ipertensione arteriosa, lo scompenso cardiaco, alcuni tipi di malattia renale e gli edemi periferici. Non esiste “il” diuretico unico per abbassare la pressione: esistono diverse molecole e classi, con potenza, durata d’azione e indicazioni differenti. Alcuni sono più adatti all’uso cronico nell’ipertensione lieve-moderata, altri vengono impiegati in situazioni acute o in presenza di ritenzione idrica marcata, sempre sotto stretto controllo medico.
Dal punto di vista farmacologico, i diuretici agiscono in vari segmenti del nefrone, l’unità funzionale del rene, modulando il riassorbimento di sodio e acqua. I diuretici tiazidici e tiazido-simili, ad esempio, agiscono a livello del tubulo contorto distale, mentre i diuretici dell’ansa, come la furosemide, agiscono sul tratto ascendente dell’ansa di Henle. Questa differenza di sede d’azione si traduce in una diversa efficacia diuretica e antipertensiva, nonché in un diverso profilo di effetti collaterali. Per approfondire in modo specifico il meccanismo con cui un diuretico dell’ansa come la furosemide contribuisce alla riduzione della pressione arteriosa, è possibile consultare una scheda tecnica dedicata al perché il Lasix abbassa la pressione approfondimento su Lasix e riduzione della pressione arteriosa.
È importante sottolineare che, pur essendo farmaci di uso molto comune, i diuretici non sono prodotti “leggeri” o privi di rischi. La loro azione sul bilancio idro-elettrolitico può determinare alterazioni significative dei livelli di sodio, potassio, magnesio e della funzione renale. Per questo motivo, soprattutto nei trattamenti prolungati, è spesso necessario eseguire controlli periodici di sangue e urine per monitorare creatinina, elettroliti e altri parametri. L’autogestione del dosaggio o l’uso “al bisogno” senza indicazione medica può risultare pericoloso, in particolare negli anziani, nei pazienti con malattia renale cronica o in chi assume altri farmaci che influenzano la pressione o la funzione renale.
Un altro aspetto da chiarire è che i diuretici non sono farmaci dimagranti: la perdita di peso iniziale che può verificarsi nei primi giorni di terapia è dovuta principalmente all’eliminazione di liquidi in eccesso, non di tessuto adiposo. Utilizzare diuretici con l’obiettivo di “sgonfiarsi” o “perdere peso rapidamente” senza una reale indicazione clinica espone al rischio di disidratazione, squilibri elettrolitici e cali pressori eccessivi, senza alcun beneficio reale sulla composizione corporea. Per questo motivo, il loro impiego deve sempre essere inserito in un piano terapeutico strutturato, che tenga conto di tutte le comorbidità e dei farmaci concomitanti.
Come i diuretici abbassano la pressione
La pressione arteriosa dipende in larga misura dal volume di sangue circolante e dalla resistenza dei vasi sanguigni. I diuretici abbassano la pressione principalmente riducendo il volume di liquido nel compartimento vascolare: aumentando l’escrezione di sodio e acqua, diminuiscono la quantità di sangue che circola nelle arterie e nelle vene, con conseguente riduzione della pressione sulle pareti vascolari. Questo effetto è particolarmente evidente nelle fasi iniziali della terapia, quando la perdita di liquidi è più marcata e il paziente può notare una riduzione relativamente rapida dei valori pressori, soprattutto se partiva da livelli molto elevati o presentava edema.
Nel medio-lungo termine, tuttavia, l’effetto antipertensivo dei diuretici non è dovuto solo alla riduzione del volume circolante. Con il tempo, l’organismo tende a ristabilire un nuovo equilibrio del bilancio idrico, mentre i diuretici continuano a esercitare un’azione favorevole sulla resistenza periferica dei vasi sanguigni. Alcuni diuretici tiazidici e tiazido-simili, ad esempio, sembrano migliorare la funzione endoteliale e ridurre la rigidità delle arterie, contribuendo così a un controllo pressorio più stabile. Per questo motivo, nelle linee guida moderne, i diuretici sono spesso raccomandati come parte di una terapia combinata, insieme ad ACE-inibitori, sartani o calcio-antagonisti, per ottenere un effetto sinergico e duraturo.
È importante ricordare che la risposta ai diuretici può variare da persona a persona, in base a fattori come l’età, la funzione renale, la presenza di diabete, l’assunzione di sale con la dieta e l’uso di altri farmaci. In alcuni pazienti, soprattutto con insufficienza renale avanzata, i diuretici tiazidici possono risultare meno efficaci, rendendo necessario l’impiego di diuretici dell’ansa o di combinazioni specifiche. Inoltre, un apporto eccessivo di sodio nella dieta può ridurre significativamente l’efficacia dei diuretici: se il paziente continua a consumare molto sale, il rene tenderà a trattenere sodio e acqua, vanificando in parte l’azione del farmaco e rendendo più difficile il controllo della pressione arteriosa.
Infine, i diuretici non sostituiscono le modifiche dello stile di vita, che restano un pilastro fondamentale nella gestione dell’ipertensione. Riduzione del consumo di sale, controllo del peso corporeo, attività fisica regolare, limitazione dell’alcol e abolizione del fumo sono interventi che possono potenziare l’effetto dei farmaci e, in alcuni casi, permettere di ridurre il numero o il dosaggio delle terapie necessarie. La decisione di iniziare, modificare o sospendere un diuretico deve comunque essere sempre condivisa con il medico, che valuterà il profilo di rischio globale del paziente e l’eventuale presenza di sintomi come capogiri, stanchezza marcata o crampi muscolari, possibili segnali di un eccessivo calo pressorio o di squilibri elettrolitici.
Tipi di diuretici per la pressione
Quando si chiede “come si chiama il diuretico per abbassare la pressione?”, la risposta corretta è che non esiste un solo nome, ma diverse categorie di farmaci. I più utilizzati nella terapia cronica dell’ipertensione sono i diuretici tiazidici e tiazido-simili, come idroclorotiazide, clortalidone e indapamide. Questi farmaci hanno un’azione diuretica moderata ma prolungata e un buon profilo di efficacia sulla pressione arteriosa, motivo per cui le linee guida li considerano tra le opzioni di prima scelta, spesso in associazione fissa con altri antipertensivi. Sono particolarmente indicati nei pazienti anziani e in quelli con ipertensione isolata sistolica, sempre valutando attentamente la funzione renale e il rischio di iponatriemia o ipokaliemia.
Un’altra categoria importante è rappresentata dai diuretici dell’ansa, come furosemide, torasemide e bumetanide. Questi farmaci hanno un potente effetto diuretico e vengono utilizzati soprattutto in presenza di edema marcato, scompenso cardiaco o insufficienza renale, più che come unica terapia per l’ipertensione essenziale non complicata. La furosemide, nota con il nome commerciale Lasix, è uno dei diuretici dell’ansa più conosciuti e viene spesso impiegata in ambito ospedaliero e ambulatoriale per gestire situazioni di sovraccarico di volume; il suo ruolo nella riduzione della pressione arteriosa è strettamente legato alla capacità di rimuovere rapidamente liquidi in eccesso, ma richiede un attento monitoraggio clinico e laboratoristico.
Esistono poi i diuretici risparmiatori di potassio, come spironolattone, eplerenone, amiloride e triamterene. Questi farmaci hanno un effetto diuretico più modesto, ma sono preziosi perché contrastano la perdita di potassio indotta da tiazidici e diuretici dell’ansa. Lo spironolattone e l’eplerenone, in particolare, agiscono come antagonisti dell’aldosterone e sono indicati non solo nell’ipertensione resistente, ma anche nello scompenso cardiaco con ridotta frazione di eiezione. In alcuni pazienti con iperaldosteronismo primario, lo spironolattone può rappresentare una componente chiave della terapia antipertensiva, contribuendo a normalizzare sia i valori pressori sia il bilancio elettrolitico.
Infine, esistono altre molecole con effetto diuretico, come gli inibitori dell’anidrasi carbonica (ad esempio acetazolamide) e l’osmolitico mannitolo, che però non vengono utilizzati di routine per il trattamento dell’ipertensione. Il loro impiego è riservato a indicazioni specifiche, come il glaucoma, l’edema cerebrale o alcune forme di alcalosi metabolica, e avviene in contesti specialistici. Per il controllo della pressione arteriosa, quindi, quando si parla di “diuretico per la pressione” ci si riferisce quasi sempre a tiazidici, tiazido-simili, diuretici dell’ansa o risparmiatori di potassio, scelti e combinati dal medico in base al quadro clinico complessivo, alla funzione renale, all’età e alla presenza di altre patologie cardiovascolari o metaboliche.
Effetti collaterali dei diuretici
Come tutti i farmaci attivi sul sistema cardiovascolare e renale, anche i diuretici possono causare effetti collaterali, che variano in base alla classe, al dosaggio, alla durata del trattamento e alle caratteristiche del paziente. Uno dei rischi più frequenti è rappresentato dagli squilibri elettrolitici: i diuretici tiazidici e dell’ansa possono provocare ipokaliemia (bassi livelli di potassio nel sangue), iponatriemia (sodio basso) e ipomagnesemia, con possibili sintomi come crampi muscolari, debolezza, stanchezza marcata, palpitazioni o, nei casi più gravi, aritmie cardiache. Al contrario, i diuretici risparmiatori di potassio possono determinare iperkaliemia, soprattutto se associati ad ACE-inibitori, sartani o integratori di potassio, con rischio di alterazioni del ritmo cardiaco potenzialmente serie.
Un altro effetto indesiderato comune è la possibile riduzione eccessiva della pressione arteriosa, soprattutto nelle prime fasi della terapia o in caso di aumento non controllato del dosaggio. Il paziente può avvertire capogiri, sensazione di testa leggera, soprattutto al passaggio dalla posizione sdraiata a quella eretta (ipotensione ortostatica), e in alcuni casi può verificarsi sincope. Questo rischio è maggiore negli anziani, nelle persone con peso corporeo molto basso, in chi assume contemporaneamente altri antipertensivi o in presenza di disidratazione, ad esempio per diarrea, vomito o sudorazione intensa non compensata da un adeguato apporto di liquidi. Per questo motivo è fondamentale che il medico istruisca il paziente su come riconoscere questi sintomi e su quando contattare lo specialista.
I diuretici possono inoltre influenzare il metabolismo di glucosio, lipidi e acido urico. Alcuni tiazidici, soprattutto a dosaggi più elevati, possono aumentare la glicemia e i livelli di colesterolo e trigliceridi, motivo per cui nei pazienti con diabete o dislipidemia è necessario un monitoraggio più attento e, se necessario, un aggiustamento della terapia metabolica. L’aumento dell’uricemia può favorire la comparsa di attacchi di gotta in soggetti predisposti. Anche la funzione renale deve essere controllata periodicamente: una riduzione eccessiva del volume circolante o la concomitante assunzione di farmaci nefrotossici può determinare un peggioramento della creatinina e del filtrato glomerulare, soprattutto in pazienti già affetti da malattia renale cronica.
Alcuni diuretici presentano effetti collaterali specifici di classe. Lo spironolattone, ad esempio, può causare ginecomastia (aumento del volume mammario) e disturbi mestruali per la sua azione antiandrogena, mentre l’eplerenone ha un profilo ormonale più selettivo e tende a dare meno problemi di questo tipo. I diuretici dell’ansa, se usati ad alte dosi o in associazione con altri farmaci ototossici, possono raramente determinare disturbi dell’udito. È quindi essenziale che il paziente informi il medico di qualsiasi sintomo nuovo o insolito che compaia durante la terapia diuretica, evitando di sospendere o modificare autonomamente il trattamento, ma concordando sempre eventuali cambiamenti con il curante.
In molti casi, gli effetti collaterali possono essere prevenuti o attenuati attraverso un attento monitoraggio clinico e laboratoristico, l’aggiustamento graduale dei dosaggi e l’educazione del paziente a riconoscere precocemente i segnali di allarme. La valutazione periodica della pressione arteriosa, del peso corporeo, della funzione renale e degli elettroliti consente al medico di intervenire tempestivamente, modificando la terapia o associando altri farmaci quando necessario. Una buona comunicazione tra paziente e curante è quindi parte integrante della sicurezza del trattamento diuretico.
Quando usare i diuretici
La decisione di utilizzare un diuretico per abbassare la pressione non si basa solo sul valore numerico della pressione arteriosa, ma su una valutazione globale del rischio cardiovascolare del paziente, delle comorbidità e delle terapie già in corso. Nelle linee guida più recenti sull’ipertensione, i diuretici tiazidici e tiazido-simili sono considerati tra i farmaci di prima linea, spesso in combinazione con ACE-inibitori, sartani o calcio-antagonisti, soprattutto nei pazienti anziani, in quelli con ipertensione resistente o in presenza di segni di sovraccarico di volume. Nei pazienti con scompenso cardiaco o edema periferico, i diuretici dell’ansa assumono un ruolo centrale per ridurre i sintomi e migliorare la qualità di vita, pur richiedendo un monitoraggio più stretto della funzione renale e degli elettroliti.
In pratica clinica, il medico può decidere di introdurre un diuretico fin dall’inizio della terapia antipertensiva, in associazione con un altro farmaco, oppure aggiungerlo in un secondo momento se il controllo pressorio con una sola molecola non è sufficiente. Nei casi di ipertensione resistente, definiti come valori pressori non controllati nonostante l’uso di almeno tre farmaci di classi diverse, di cui uno diuretico, può essere indicato l’impiego di spironolattone o eplerenone come quarto farmaco, sempre dopo aver escluso cause secondarie di ipertensione e aver verificato l’aderenza alla terapia e alle modifiche dello stile di vita. La scelta del tipo di diuretico, del dosaggio e della frequenza di somministrazione è sempre personalizzata e deve tenere conto della funzione renale, dell’età, del peso corporeo e della presenza di altre patologie.
Esistono anche situazioni in cui l’uso dei diuretici richiede particolare cautela o può non essere indicato. Nei pazienti con ipotensione, disidratazione, stenosi bilaterale delle arterie renali, grave insufficienza renale non dializzata o squilibri elettrolitici importanti, l’introduzione o l’aumento di un diuretico può peggiorare il quadro clinico. Anche in gravidanza l’uso di diuretici per il trattamento dell’ipertensione è generalmente limitato a indicazioni specifiche e viene valutato caso per caso dallo specialista. È quindi fondamentale che il paziente non assuma diuretici “di propria iniziativa” perché li ha visti prescrivere a un familiare o perché li ha ancora in casa da una precedente terapia: ogni situazione clinica è diversa e richiede una valutazione individuale.
Infine, è importante sottolineare che i diuretici rappresentano solo una parte del percorso di cura dell’ipertensione. Anche quando sono necessari e appropriati, non sostituiscono le modifiche dello stile di vita, che restano essenziali per ridurre il rischio cardiovascolare a lungo termine. Ridurre il consumo di sale, seguire una dieta equilibrata, mantenere un peso corporeo adeguato, praticare attività fisica regolare, limitare l’alcol e smettere di fumare sono interventi che potenziano l’efficacia dei farmaci e possono, nel tempo, permettere di semplificare la terapia. Il dialogo continuo con il medico di medicina generale e con lo specialista in cardiologia o nefrologia è fondamentale per adattare nel tempo la terapia diuretica e l’intero piano di trattamento alle esigenze e all’evoluzione clinica della persona.
In sintesi, quando si chiede “come si chiama il diuretico per abbassare la pressione?”, la risposta corretta è che esistono diverse classi e molecole, ciascuna con caratteristiche specifiche, indicazioni precise e possibili effetti collaterali. I diuretici tiazidici e tiazido-simili, i diuretici dell’ansa e i risparmiatori di potassio rappresentano strumenti fondamentali nella gestione dell’ipertensione e di altre condizioni cardiovascolari, ma devono essere utilizzati all’interno di un percorso terapeutico strutturato, che includa anche modifiche dello stile di vita e il controllo regolare dei parametri clinici e laboratoristici. La scelta del farmaco più adatto non può essere standardizzata, ma va sempre affidata al medico, che valuterà il profilo di rischio globale del paziente e gli obiettivi di trattamento a breve e lungo termine.
Per approfondire
European Society of Cardiology (ESC) – Sito ufficiale con linee guida aggiornate sulla gestione dell’ipertensione arteriosa e delle principali patologie cardiovascolari, utile per comprendere il ruolo dei diuretici nel trattamento moderno.
Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa (SIIA) – Offre documenti, raccomandazioni e materiali divulgativi in italiano su diagnosi e terapia dell’ipertensione, inclusi i farmaci diuretici e le strategie di prevenzione.
Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) – Fornisce schede tecniche, note informative e aggiornamenti regolatori sui medicinali, tra cui i diversi tipi di diuretici utilizzati nella pratica clinica in Italia.
Istituto Superiore di Sanità (ISS) – Contiene rapporti, linee di indirizzo e materiali educativi su ipertensione, rischio cardiovascolare e uso appropriato dei farmaci, con attenzione alla popolazione italiana.
Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) – Propone documenti e linee guida internazionali sulla prevenzione e il controllo dell’ipertensione e delle malattie cardiovascolari, con focus su stili di vita e terapie farmacologiche.
