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Canapa Indiana

(Cannabis sativa L, var. indica Lamk. – Fam. Moracee/Cannabinoidee)

Canapa Indiana- Ultimo aggiornamento pagina: 27/02/2018

Indice dei contenuti

  1. Generalità
  2. Componenti principali
  3. Proprietà farmacologiche
  4. Estratti e preparati vari
  5. Preparazioni usuali e Formule
  6. Bibliografia

Generalità

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canapaindiana

Etimologia – Cannabis, dal greco kannabis = canapa, da kanaboi = acqua stagnante, perchè la Canapa cresce naturalmente nei luoghi umidi. Secondo altri AA. dal persiano kanab. Kan = canna e ab = piccolo, cioè piccola canna.

sativa (ved. Allium).

Nome volgare Indian Hemp. Indian Cannabis. Haschisch (arab. erba per eccellenza), Maruhuana o Marijuana (messic. e Sud Amer.), Anascha (russ.), Esrar (turch.), Ta ma (cin.).

Habitat Originaria dall’Asia del sud e dalle steppe della Siberia e di quelle comprese fra il Mar Caspio e il Lago Baikal. Coltivata in India (Indian Cannabis) (Calcutta, Bombay, Madras), Zanzibar, Africa del sud, Tripoli, Tunisia, Algeria, Marocco (African Cannabis), Asia Minore, Persia, U.S.A. (American Cannabis).

La Cannabis sativa L. var, indica Lamk. è per alcuni Autori una varietà della Cannabis sativa (pianta tessile) adattata alle regioni calde che varia secondo le condizioni climatiche, di latitudine e del terreno. Secondo altri non è invece da considerarsi una varietà, nè tanto meno sinonimo, della sativa, ma una specie a sè (Longo, 1936),

Pianta erbacea annuale (sativa), bienne (indica).

Parti usate Le sommità fiorite delle piante femminili raccolte in febbraio (Cannabis indicae herba F. U.).

La droga è costituita da frammenti di rami, piccioli fogliari, bratteole, frammenti di foglie o lobi fogliari appuntiti, ispidi, dentellati ai margini, al tatto rudi, glutinosi, specialmente sulla superficie inferiore pelosa. Fiori femminili posti all’ascella delle bratteole, numerosi acheni, il tutto compresso, agglutinato in masse di color verde fosco. Odore speciale, spiacevole, narcotico. Sapore leggermente acre, debolmente aromatico.

La droga, secondo la provenienza ed il modo di preparazione, è distinta in: Ganja (o gandia, gunjah, guaza, gaza) – Sommità fiorite delle piante femminili a fiori fecondati, in parte fruttifere, inglobate dalla resina. Pacchetti appiattiti più o meno voluminosi, color verde/grigiastro (flatganja) o piccole masse erbacee arrotondate, agglomerate, eterogenee, verde cupo (round-ganja) o masse costituite di piccoli frammenti, di polvere grossolana, che Contiene delle infiorescenze femminili più o meno frantumate (churganja o rora). Odore pronunciato. Bang (o sabzi, quinab, bangie, subjee) – Foglie secche, acheni, peduncoli, sommità fiorite femminili ed anche maschili, colte allo stato verde. Masse informi, fortemente compresse, inglobate con la resina (qualità inferiore).

La flat-ganja e la bangh sono le forme che arrivano sul mercato europeo. Charas, Chira o Churrus è composta unicamente dalla resina grezza proveniente dalle piante femminili non fecondate. Questa forma non viene consumata direttamente ma entra in numerose preparazioni con miele, cannella, farina, polvere di Solanacee, oppio, ecc.

Componenti principali

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Sostanze fisiologicamente attive, contenute specialmente nell’estratto resinoso delle infiorescenze femminili, con struttura chimica, che, secondo l’esito di recenti studi ( 1) (2) (3) (4), è simile o identica a quella del tetraidrocannabinolo, ottenuto per sintesi. Sono stati isolati cannabinolo, cannabidiolo, cannabolo (poco attivi o inattivi). Il cannabidiolo sembra essere un precursore del cannabinolo: dal cannabidiolo per processo di isomeria si formerebbe tetraidrocannabinolo (1), che per deidrogenazione darebbe origine al cannabinolo (39), Santavy e coll. (4) dalle gemme e dalle foglie della C. sativa var. indica hanno ottenuto due acidi: l’uno, dotato di proprietà antibiotiche, denominato acido cannabidiolico, con struttura avvicinabile a quella del cannabidiolo e corrispondente all’acido 3-metil-6-isopropenil-4′-n-pentil-2’, 6′-diossi-1,2,3,6- tetraidrodifenil-3′-carbossilico; l’altro identico all’acido transcinnamico. Todd e Simonsen (3) nella frazione terpenica della resina hanno trovato p-cimolo e 1-metil-4-isopropenilbenzene, che hanno struttura vicina a quella del cannabidiolo.

canapaindiana Figura 1

Il contenuto di resina è 4,8%. secondo Malowan (5), 4,5-6,2 %, secondo Merz e Bergner (6), 8,8 % secondo Pulewka (7): 1,7-8,2 %, secondo Paris (8). L’olio etereo, 0,1% (9), ha come componente principale il terpene p-cimene (10) e contiene inoltre i terpeni, mircene, dipentene, sesquiterpeni, tra cui cariofillene ed alcooli sesquiterpenici

(11). Altri componenti: un glicoside che per idrolisi produce cumarina e glucosio; colina, trigonellina 0,04%, tannino in piccole quantità, pectine, acidi malico ed ossalico (6). quebrachitolo (1), un composto cristallino di carattere acido, dotato di proprietà antibiotiche (12). Ceneri 10,2-13,06 %, secondo Merz e Bergner (6). 9,1-17,8 % secondo Paris (8). Merz e Bergner (6) escludono la presenza di sostanze amare e di saponine.

Dalla Canapa indiana sono state inoltre estratte sostanze grezze, dotate di attività antibatteriche e di composizione chimica non definita, ma probabilmente, riferibili all’acido cannabidiolico od a composti simili a questo, al quale, come si è visto sopra, sono state riconosciute proprietà antibatteriche.

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Ferenczy e coll. (32) hanno ottenuto dai semi e dalle parti resinose della Canapa indiana una sostanza amorfa, inodora, termostabile, con attività antibatterica. Anche Martinec e Felklova (37) hanno eseguito saggi su estratti di diverse parti della pianta ed hanno osservato che durante le varie fasi di vegetazione vi sono variazioni quantitative nel contenuto di sostanze antibatteriche; queste sono presenti solo nei fiori e nelle foglie, mancano nei fusti e nelle radici; il maggior contenuto è in agosto per le foglie e in settembre per le infiorescenze, fatta eccezione per le sostanze attive sul Micrococcus albus, M. aureus e sul Clostridium Welchii, nel quale caso si hanno i valori massimi in settembre, sia per le foglie che per i fiori. Bel’tyukova (38) ha pure rilevato la presenza di sostanze antibiotiche nella C. sativa.

Proprietà farmacologiche ed impiego terapeutico

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Per quanto la Canapa indiana possa essere considerata una droga piuttosto importante dal punto di vista farmacologico e tossicologico, non si può affermare che lo sia altrettanto dal punto di vista terapeutico, anche perchè attualmente, si tende a limitare il più possibile la diffusione dei preparati di questa droga per la quale esiste una pericolosa tendenza ad impieghi illegali.

Nota nei paesi d’origine sotto varie denominazioni ma soprattutto col nome di Haschisch presso i popoli orientali e col nome di Marihuana nei paesi occidentali (Messico e Nord America), la Canapa indiana trova largo impiego come droga voluttuaria ad azione stupefacente.

In questo capitolo noi considereremo la Canape indiana sotto l’aspetto farmacologico, tossicologico e terapeutico, riassumendo i risultati delle principali ricerche eseguite dopo il 1838-1840, epoca in cui questa droga venne introdotta ufficialmente, nella medicina europea.

Le prime ricerche sulla Canapa indiana risalgono forse al Moreau (13) il quale notò che forti dosi di estratti della droga, provocano nei piccioni e nei conigli, uno stato iniziale di eccitazione seguito da un più breve periodo di ipnosi.

Il Roux (14) studiò comparativamente l’azione di diversi estratti di Canapa indiana nei polli e trovò che mentre gli estratti eterei e alcoolici possiedono una lieve attività narcotica, quelli ottenuti con etere di petrolio risultano molto più tossici.

Il Richet (15} sperimentando alcuni preparati di Canapa indiana sui mammiferi e in particolare su cani e su scimmie, trovò che essi esplicano un’azione corticale e bulbare che si manifesta con ipereccitabilità iniziale, incoordinazione dei movimenti e, per dosi tossiche, uno stato comatoso caratterizzato da torpore, depressione sensoriale, rigidità cervicale e aumento della frequenza respiratoria.

Bouquet (16) osservò che i preparati di Canapa indiana provocano un’azione stupefacente negli uccelli (cardellino e canarino). L’A. riferisce di aver osservato che nelle piantagioni di Canape indiana della Tunisia, i passeri e le allodole che si cibano dei semi della pianta, ne restano inebriati e si lasciano catturare molto facilmente

Il Wiechowski (17) studiò la dose minima letale nel topo per estratti ottenuti da droghe di diversa provenienza. Egli osservò che la sostanza attiva è completamente estraibile in etere di petrolio, che il contenuto di. essa varia a seconda della provenienza e che l’attività della droga è proporzionale alla quantità di estratto petroletereo che da essa si può ottenere.

Nella droga proveniente dall’India è stato trovato un contenuto di estratto petroletereo pari al 20 % ed è risultata la più attiva. Meno attiva si dimostrò una droga proveniente dall’Africa, contenente l’ 8% di estratto petroletereo e anche meno una droga proveniente da coltivazioni fatte in Germania con un contenuto del 5 % di tale estratto. La d.m.m. per il topo è risultata pari a cc 0,5/100 g di p.c. di una soluzione al 25 % di estratto petroletereo in olio di olive.

Anche questo A. notò un’azione bulbare a tipo depressivo; bradipnea, ipotermia, ipotensione e aumento della frequenza del polso. Tale azione si manifestava dopo un certo periodo di latenza e si protraeva a lungo.

Marx ed Eckardt (18) hanno sperimentato farmacologicamente il cannabinolo greggio e varie frazioni o prodotti di sostituzione, sul coniglio, nel quale hanno determinato la dose minima capace di provocare la scomparsa del riflesso corneale. Sul cane, nel quale gli AA. hanno studiato l’azione farmacologica generale,e le modificazioni ematiche riguardanti il contenuto di fosforo, dei cloruri, dell’azoto residuo totale e dello zucchero, osservarono che mentre il contenuto dei sali minerali e dell’azoto non subiscono sensibili modificazioni, la glicemia viene nettamente diminuita.

Ricerche farmacologiche eseguite da Balozet (19) per incarico del Sottocomitato per la Cannabis, presso la Società delle Nazioni, hanno condotto ai seguenti risultati : allorché la Canapa indiana viene somministrata a dosi deboli nei cani, il primo e più costante sintomo che si osserva è la midriasi. Dosi medie provocano fenomeni di eccitazione gioiosa e modificazione della deambulazione. Alla somministrazione di dosi tossiche, seguono quasi costantemente, sonnolenza, disturbi della deambulazione, incoordinazione dei movimenti, vacillamento, perdita dell’equilibrio, fenomeni alternati di depressione e di eccitazione, tendenza alla paralisi del treno posteriore.

La d.m.m. determinata dal Balozet iniettando soluzioni oleose di estratto di Canapa indiana endoperitoneo nei diversi animali da esperimento, sono le seguenti;

topo: g 0,50/kg; ratto: 0,60/kg; cavia: 0,25/kg.

Il Duquenois (20) cui si debbono accurate ricerche sul controllo biologico dei preparati di Canapa indiana, così ne riassume l’azione: «L’azione principale si manifesta a livello del sistema nervoso centrale, osservata spesso in maniera frammentaria da diversi AA. essa si traduce in una iperattività corticale e midollare seguita da paralisi cerebrale e midollare. L’azione sul bulbo si manifesta ugualmente con una fase d’eccitazione non immediata, seguita da una fase di depressione. L’azione sul cervelletto non è stata menzionata, pertanto essa potrebbe spiegare l’incoordinazione motoria e le turbe dell’equilibrio che compaiono durante l’ebbrezza da Haschisch».

Studi farmacologici su esemplari di Canapa indiana coltivata in Italia, sono stati eseguiti da diversi AA. Le prime ricerche in proposito si debbono al Susanna (21) il quale studiò l’attività di estratti ottenuti da Canapa indiana coltivata dal Longo nel 1931, presso la stazione sperimentale di Napoli, valendosi di semi provenienti dall’India. Il Susanna trovò che gli esemplari ottenuti dopo il primo anno, per quanto apparissero rigogliosi e botanicamente perfetti, erano privi di attività.

Gli esemplari ottenuti dopo il secondo anno di coltura, si dimostrarono invece normalmente attivi.

Studi farmacologici sulla Canapa indiana coltivata a Pavia con semi provenienti dalle coltivazioni di Napoli, furono eseguiti da Pollarci e Callotti (22), da Bazzi (23) e da Mascherpa e Bazzì (24) i quali trovarono che, sia pure con lievi differenze quantitative, la Canapa indiana coltivata a Pavia, è dotata della stessa azione generale e locale di quella proveniente dall’India o da altri paesi extraeuropei. Ad analoga conclusione era giunto precedentemente lo Straub (25) e proposito della Canapa indiana coltivata in Europa e, successivamente, Paris e du Mérac (8) per quella coltivata in Francia nella regione parigina.

Noi stessi abbiamo avuto l’occasione di controllare l’attività di un estratto fluido I. d B. preparato con Canapa indiana proveniente dalle coltivazioni di Pavia ed abbiamo trovato che la dose di cc 0,5/kg di tintura preparata per diluizione del suddetto estratto, iniettata endovena al piccione, determina spesso il vomito. Dosi di cc 0,7-0,8 inducono uno stato di ipnosi che può protrarsi da mezz’ora a due o tre ore. Con dosi superiori (cc 1; 1,2; 1,3; 1,4: 1,5 per kg) i piccioni cadono in catalessi. La dose di cc 1,5/kg provoca spesso la morte dell’animale, il che a volte può avvenire anche con dosi inferiori (1-1,3); la dose di cc 1,5/kg risulta quasi sempre mortale. Si può concludere comunque che la dose di cc 0,7-0,8 (per kg e per via endovenosa) rappresenta la minima ipnotica per il piccione. L’azione catalettica invece è raggiungibile soltanto con dosi submortali.

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L’emesi compare generalmente solo con le piccole dosi. Molto verosimilmente la ragione di ciò è dovuta al fatto che le dosi medie e forti deprimono i centri bulbari e quindi anche l’eccitabilità del centro del vomito. La tintura preparata con un estratto fluido di Canapa indiana proveniente dall’America e vecchio di cinque anni, ha dato risultati sensibilmente diversi e non privi di un certo interesse dal punto di vista comparativo. La tossicità di tale tintura infatti è risultata pari a quella posseduta dalla precedente, con la differenza però che non fu possibile trovare la dose capace di provocare l’ipnosi; si passava cioè dalla dose inattiva o quasi, alla dose mortale. Soltanto le dosi molto elevate e tali da provocare la morte in un’alta percentuale di animali, in qualche soggetto particolarmente resistente, hanno provocato un lieve sopore e un brevissimo stato di ipnosi (26).

Carbonaro e Imbesi (27) hanno sperimentato su cani l’azione di un estratto alcoolico, preparato secondo la F.U. dalle infiorescenze di Canapa indiana coltivata in Sardegna (Sassari) con semi provenienti dalle coltivazioni di Napoli, rilevandone la notevole attività. Sulla Canapa indiana coltivata presso la stazione sperimentale di Napoli è stato più recentemente eseguito dal Covello (28) un accurato studio chimico, completato da ricerche farmacologiche eseguite dal Susanna. Da tale studio risulta che la droga presenta un contenuto di principi attivi non inferiore ai più pregiati esemplari provenienti dall’India e, inoltre, che gli estratti alcoolici ed eterei delle infiorescenze femminili, opportunamente frazionati per distillazione a pressione ridotta, presentano un contenuto di cannabinolo e di cannabidiolo che è di un ordine di grandezza assai prossimo a quello degli estratti ottenuti dalla Cannabis del Minnesota.

Interessante il fatto che da un olio rosso greggio, estratto dalla droga, l’A. ha potuto ottenere una frazione purificata, dotata di azione neurosedativa ed esente da azione stupefacente, azione che acquisterebbe soltanto in seguito ad isomerizzazione del cannabidiolo a tetraidrocannabinolo, per trattamento con HCl alcoolico.

Secondo alcuni AA. la Canapa indiana era nota in passato, nella medicina popolare, soprattutto per la sua azione analgesica ed antisettica (29), azione quest’ultima che venne confermata da ricerche recenti e recentissime. Krejci (30) avendo esaminate circa 2000 piante, trovò che la Canapa indiana è fra le più attive come battericida. Estratti della droga furono trovati attivi contro i germi gram-positivi, mentre i gram-negativi si dimostrarono resistenti alla sua azione. Tali estratti dimostrarono essere dotati di bassa tossicità e di una notevole termostabilità.

Con successive ricerche lo stesso A. (31) ha studiato la Cannabis sia dal punto di vista batteriologico, sia sotto l’aspetto dell’utilizzazione delle sue sostanze attive nella pratica terapeutica.

Secondo l’A. tali sostanze potrebbero permettere di estendere le possibilità terapeutiche, aumentando il numero di quegli antibiotici che si possono applicare localmente senza correre il rischio di provocare la resistenza dei germi di fronte all’azione di altri antibiotici di uso comune.

La loro attività sarebbe piuttosto rilevante sui comuni germi patogeni gram-positivi sui quali agiscono già alla diluizione di 1:100.000 e sul bacillo di Koch a 1:150.000. La tossicità di tali sostanze è molto bassa e per di più, sono dotate di una moderata azione anestetica. Una notevole caratteristica di queste sostanze sarebbe, secondo l’A., quella che consiste nell’agire anche verso germi penicillinoresistenti e, non ultimo vantaggio da considerare, sarebbe la semplicità di queste sostanze e l’esiguo costo di produzione. Esse possono essere ottenute infatti, tanto dalla Cannabis sativa varietà indica, quanto dai sottoprodotti della lavorazione industriale delle fibre di canape e della lavorazione dei semi.

Fra gli svantaggi l’A. enumera la poca solubilità in acqua di queste sostanze, la loro inattività verso i germi gram-negativi, quali, specialmente, la Escherichia Coli, il Pseudomonas aeruginosa e il Proteus vulgaris, nonché il fatto che esse vengono parzialmente inattivate dal sangue e dal siero, per cui non è stata per ora considerata la possibilità di un loro impiego per via parenterale.

La maggior parte dei risultati ottenuti nella pratica, risulterebbe sicuramente positiva. In molti casi si sono ottenuti risultati buoni e talvolta sorprendenti e ciò specialmente allorché la microflora si era dimostrata resistente ad una serie di altri antibiotici. Naturalmente sono stati registrati anche degli insuccessi, perciò è opinione dell’A. che il giudizio definitivo sull’ importanza pratica di queste sostanze, potrà emergere soltanto da ulteriori esperienze cliniche.

Lo stesso A., in collaborazione con Horak e Santavy (36) ha recentemente ottenuto dai germogli e dalle foglie di Cannabis coltivata in Europa una frazione fenolica ed una acida. Da quest’ultima sono stati separati due acidi, uno dei quali (chimicamente molto vicino al cannabidiolo) risultò essere dotato di proprietà antibiotiche.

Ferenczy. Gracza e Jakobey (32) hanno ottenuto allo stato grezzo, dai semi e, in quantità considerevoli, anche dalle parti resinose della Cannabis una sostanza antibatterica. Dopo purificazione essi ottennero un residuo rosso arancio, amorfo, inodore, termostabile che specialmente in ambiente leggermente acido, manifesta un’azione inibente su culture di Streptomyces griseus e di batteri gram-negativi. L’azione antibatterica sarebbe proporzionale « all’effetto Haschisch».

Cili A A. non hanno accertato se tale azione deve essere attribuita al cannabinolo oppure ad altri composti.

Martinec e Felklova (37) studiarono la distribuzione delle sostanze ad azione antibatterica nelle varie parti della pianta e le loro variazioni siagionali. Essi notarono che nelle varie fasi dello sviluppo avvengono variazioni quantitative ma non qualitative di tali sostanze. Fra i vari organi della pianta esaminati, si sarebbero dimostrati attivi soltanto le foglie e le infiorescenze.

Bel’tyukova (38) ha ottenuto dalla Cannabis una sostanza attiva su alcuni batteri fitopatogeni e dotata della curiosa proprietà di essere trasimessa ad altre piante (Fagiolo, Tarassaco, ecc.) vegetanti nelle immediate vicinanze della Cannabis.

Per quanto riguarda l’azione generale della Canapa indiana nell’uomo, noi dovremo considerarla sotto due diversi aspetti e cioè sotto l’aspetto stupefacente e tossicologico e sotto l’aspetto terapeutico.

Azione stupefacente e tossicologica

Sull’azione stupefacente della Canapa indiana esiste una vasta letteratura essendo essa stata estesamente trattata sia con intendimenti medicoscientifici che letterari. Basti ricordare sotto quest’ultimo aspetto i «Romans et Conts » di Th. Gautier e l’opera anche più nota di Baudelair « Les paradis artificiels» nella quale l’azione inebriante dell’Haschisch è stata dettagliatamente e magistralmente descritta.

La Canapa indiana agisce sul sistema, nervoso centrale in maniera molto simile a quella del’Oppio e della morfina. A dosi sufficienti ma non tossiche, i preparati di Canapa indiana provocano uno stato di euforia e di ebbrezza esilarante con sensazione di leggerezza muscolare ed esaltazione della memoria, della immaginazione e della sensibilità. Questa fase iniziale, di eccitamento psichico, dovuta all’inibizione delle facoltà critiche più elevate, è seguita da una seconda fase caratterizzata da uno stato di incoordinazione e di confusione, da una diminuzione sempre più pronunciata della volontà, della critica, dei poteri inibitori e del controllo delle proprie azioni. In queste condizioni l’individuo tende ad abbandonarsi senza opporre alcuna resistenza alle piacevoli sensazioni derivanti dall’ilIusorio benessere in cui si trova.

Segue a questa seconda fase un periodo di estasi e di beatitudine che può protrarsi per alcune ore, durante il quale tutte le sensazioni sgradevoli, i pensieri molesti, i dispiaceri della vita normale, vengono obliati e trasformati in sensazioni estremamente piacevoli, mentre la mente si popola di magnifici sogni, di belle illusioni e di piacevoli allucinazioni visive o sensuali.

Questo periodo di euforia e di effimera felicità, che può variare da soggetto a soggetto, in rapporto specialmente con la fisionomia psichica e intellettuale del soggetto stesso, si conclude con uno stato di depressione e di stanchezza al quale segue un sonno più o meno profondo, spesso interrotto da brutti sogni e da incubi terrorizzanti.

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L’uso continuo e prolungato della Canapa indiana conduce, attraverso un progressivo decadimento fisico e psichico, a gravissimi stati deliranti e allucinatori, monomaniacali e maniacali, mentre il grave deperimento organico predispone l’intossicato alla facile contrazione di malattie organiche ed infettive, verso le quali l’organisrno non è più capace di opporre una valida resistenza.

L’intossicazione acuta che può avere esito mortale, si manifesta inizialmente con sintomi di eccitazione psico-sensoriale, cefalgie, vomito, midriasi, secchezza delle fauci, spasmo faringolaringeo ed esofageo, cui spesso seguono fenomeni dovuti a paralisi dei centri bulbari, caratterizzati da depressione delle attività respiratoria, cardiovascolare e della termoregolazione.

La terapia dell’intossicazione acuta consiste nel somministrare emetici o nel praticare una lavanda gastrica. Ad assorbimento avvenuto la terapia è sintomatica e quindi antagonistica, orientata soprattutto a combattere le conseguenze derivanti dall’ottundimento dell’eccitabilità dei centri bulbari. Saranno quindi indicati gli analettici respiratori e cardiovascolari quali la lobelina, l’adrenalina, la strofantina ed altri digitalici, la stricnina, ecc. Nei casi in cui si manifestasse un ritardo della ripresa dell’attività respiratoria, è opportuno praticare la respirazione artificiale.

Impiego terapeutico

Come abbiamo già detto, l’impiego terapeutico, della Canapa indiana è oggi molto limitato anche perchè si tende ad escludere il più possibile questa droga e i suoi preparati dall’uso, al line di evitare che vengano destinati a scopi non terapeutici o comunque illegali.

I suoi impieghi terapeutici sono in relazione soprattutto con l’azione analgesica di questa droga, azione molto simile a quella dell’Oppio di cui la Canapa indiana può essere considerata un succedaneo.

La Canapa indiana avrebbe sull’Oppio e sugli oppiacei il vantaggio di essere esente dall’azione stittica a questi caratteristica, per cui può essere impiegata con migliori risultati nel trattamento delle gastralgie (da cancro, ulcera), delle nevrosi gastro intestinali, dei dolori mestruali, di alcune nevralgie, ecc.

I preparati di Canapa indiana si prestano meno bene come ipnotici perchè il sonno è quasi sempre preceduto da un periodo più o meno prolungato di eccitazione. E’ invece razionale la sua associazione con i barbiturici la cui azione verrebbe notevolmente potenziata [Loewe (33), Biirgi (34)].

Tale associazione permetterebbe di ottenere preparati ad azione ipnotica ed analgesica, la cui indicazione può essere estesa anche nei casi in cui l’insonnia è dovuta a stati patologici in cui il sintomo predominante è rappresentato dal dolore.

La Canapa indiana venne preconizzata anche nel trattamento dell’isterismo. dell’epilessia, della corea, del tetano, di alcuni stati convulsivi, del delirium tremens ed in alcuni stati maniacali.

I preparati di Canapa indiana sono incompatibili con l’alcool, con gli acidi, con la stricnina e sono controindicati nelle gestanti per la loro azione oxitocica simile a quella della Segale cornuta (35).

Estratti e preparati vari

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a) Estratto fluido F. U. (g 1 = LXVIIl gtt).

Dosi: g 0,10 pro dose, g 0,30 pro die (massime).

b) Estratto molle idroalcolico (una parte = 9 p. circa di droga).

Dosi: g 0,01 pro dose, g 0,03 pro die (massime).

Preparazioni usuali e formule galeniche

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Tintura

Estratto fluido canapa indiana……………………………. g 10

Alcool di 90°………………………………………………………. g 90

[g 1 pro dose, g 3 pro die (massime)]

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Sciroppo

Tintura di canapa indiana……………………………………….. g 0,50

Sciroppo semplice ………………………………….. g 100

(3 cucchiai pro die)

Nelle dismenorree

1) Tintura di canapa indiana g 2

Tintura di idraste………………………………………………………. g 15

(X-XV gtt più volte al giorno)

2) Tintura di canapa indiana…………………….. – g 0,50

Estratto fluido viburnum prunifolium

Estratto fluido idraste

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Glicerina ……………………………………………………………… ana g 10

Sciroppo di corteccia arancio amaro……………………….. g 100

(a cucchiai)

Pozione

Estratto fluido di canapa indiana………………………………… g 0,50

Estratto fluido di giusquiamo……………………………………… g 1

Sodio bromuro

Cloralio idrato………………………………………………………. ana g 4

Sciroppo di gomma q. b. a……………………………………………. cc 125

(2-3 cucchiaini la sera, nell’insonnia degli isterici)

BIBLIOGRAFIA

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