La recente decisione dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) di non ammettere alla rimborsabilità i nuovi anticorpi monoclonali anti beta‑amiloide lecanemab e donanemab, sviluppati per il trattamento della malattia di Alzheimer in fase iniziale, ha riacceso il dibattito su accesso all’innovazione, sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e strategie di cura per le demenze. Si tratta di farmaci molto attesi, perché rappresentano una delle prime terapie mirate al meccanismo patogenetico della malattia, e non soltanto ai sintomi.
Capire che cosa ha motivato la scelta regolatoria, quali criteri di Health Technology Assessment (HTA) sono stati applicati e quali conseguenze pratiche ne derivano per neurologi, centri per i disturbi cognitivi e famiglie è essenziale per inquadrare correttamente la portata di questa decisione. Di seguito analizziamo il contesto, i possibili motivi della non rimborsabilità e gli scenari futuri, con un linguaggio pensato sia per i professionisti sanitari sia per pazienti e caregiver informati.
La decisione AIFA su lecanemab e donanemab
Lecanemab e donanemab sono anticorpi monoclonali diretti contro la proteina beta‑amiloide, considerata uno dei principali attori nella patogenesi della malattia di Alzheimer. In diversi Paesi queste molecole hanno ottenuto autorizzazioni all’immissione in commercio (spesso condizionate o con vincoli specifici), con indicazione nei pazienti con Alzheimer in fase iniziale o con compromissione cognitiva lieve correlata alla malattia. In Italia, dopo la valutazione regolatoria a livello europeo e nazionale, AIFA ha concluso che, allo stato attuale, questi farmaci non saranno rimborsati dal SSN, restando quindi al di fuori dei prontuari della rimborsabilità.
La scelta non riguarda l’esistenza o meno dell’autorizzazione all’immissione in commercio in senso stretto, ma la decisione cruciale per il sistema sanitario: se e in quali condizioni il costo del trattamento possa essere sostenuto con risorse pubbliche. AIFA ha infatti il mandato non solo di valutare efficacia e sicurezza, ma anche di collocare ogni nuova tecnologia in un quadro di sostenibilità e appropriatezza d’uso. È una valutazione che si inserisce in un contesto già strutturato di note limitative, criteri prescrittivi e piani terapeutici che regolano l’uso di farmaci per patologie croniche e complesse, come si osserva ad esempio anche per altri medicinali con note AIFA e criteri di prescrizione specifici.
Criteri di valutazione HTA e motivi della non rimborsabilità
Per comprendere la non rimborsabilità di lecanemab e donanemab è utile richiamare come funziona, in generale, l’Health Technology Assessment applicato ai nuovi farmaci. In sintesi, l’HTA integra dati di efficacia clinica, sicurezza, bisogni di salute della popolazione, impatto organizzativo e sostenibilità economica. Nel caso degli anticorpi anti beta‑amiloide, la valutazione ha probabilmente preso in esame il beneficio clinico osservato negli studi registrativi (in termini di rallentamento del declino cognitivo e funzionale), confrontandolo con i rischi (ad esempio eventi avversi cerebrali, necessità di monitoraggio radiologico periodico) e con l’elevato impegno di risorse richiesto per identificare e seguire correttamente i candidati al trattamento.
Un ulteriore livello di analisi riguarda il rapporto costo/beneficio in un sistema sanitario universalistico. Trattare solo pazienti in fase iniziale implica programmi di screening accurati, accesso a biomarcatori (imaging, liquor, eventualmente test ematici quando pienamente validati), strutture specializzate e percorsi dedicati. L’impatto economico complessivo non dipende solo dal prezzo del farmaco, ma anche dai costi indiretti di organizzazione dei servizi, dalla necessità di esami di controllo e dalla gestione degli effetti collaterali. Se il beneficio, pur statisticamente significativo, viene giudicato modesto sul piano clinico o limitato a sottogruppi difficili da identificare nella pratica reale, l’HTA può concludere per un profilo di “non costo‑efficacia” nel contesto del SSN, portando alla decisione di non rimborsare per ora la terapia.
Implicazioni per i percorsi di cura dei pazienti con Alzheimer iniziale
La decisione di non rimborsare lecanemab e donanemab ha conseguenze concrete sui percorsi di cura per i pazienti con Alzheimer in fase iniziale e per i Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD). Dal punto di vista clinico, l’armamentario terapeutico resta centrato sui farmaci sintomatici già disponibili (inibitori delle colinesterasi, memantina) e sugli interventi non farmacologici (riabilitazione cognitiva, supporto psico‑educazionale a pazienti e caregiver, adattamenti ambientali). Le équipe multidisciplinari continueranno a focalizzarsi su diagnosi precoce, gestione dei fattori di rischio e pianificazione assistenziale a medio‑lungo termine, senza la possibilità, in ambito SSN, di offrire questi nuovi anticorpi come opzione standard.
Per le famiglie e per alcuni pazienti motivati, la mancata rimborsabilità può tradursi in un importante problema di equità: chi potrà permettersi un eventuale accesso a pagamento (qualora il farmaco sia disponibile sul mercato) si troverà in una posizione diversa rispetto alla maggioranza dei pazienti, che dipende unicamente dall’offerta pubblica. Sul piano organizzativo, i centri specialistici potrebbero comunque essere chiamati a informare, orientare e, in alcuni casi, seguire soggetti che intraprendono percorsi di cura al di fuori del SSN, cercando di integrare queste scelte con la presa in carico complessiva. Resta inoltre aperto il tema di come comunicare in modo chiaro e non fuorviante le possibilità reali di questi farmaci, evitando aspettative eccessive ma anche fornendo informazioni aggiornate sulle innovazioni in corso.
Prospettive future e possibili scenari regolatori
La non rimborsabilità attuale di lecanemab e donanemab non esclude cambiamenti futuri, soprattutto in un’area in rapida evoluzione come quella delle terapie modificanti la malattia di Alzheimer. Nuovi dati di efficacia a più lungo termine, evidenze sul mondo reale (real‑world evidence), miglioramenti nei profili di sicurezza o nella selezione dei pazienti candidabili potrebbero condurre AIFA a rivalutare le condizioni di utilizzo. In altri contesti, per farmaci innovativi ad alto impatto economico, sono stati esplorati modelli di rimborsabilità condizionata, registri di monitoraggio, o accordi di condivisione del rischio tra aziende e sistema sanitario: scenari analoghi, se ritenuti appropriati, potrebbero essere presi in considerazione anche per gli anticorpi anti beta‑amiloide.
Nel frattempo, la decisione attuale sollecita una riflessione più ampia sulla strategia nazionale per le demenze: dalla necessità di potenziare la rete dei servizi territoriali e dei CDCD, all’investimento in ricerca clinica indipendente, fino alla definizione condivisa di esiti clinicamente rilevanti per i pazienti. Il dibattito tra innovazione, sostenibilità e priorità di allocazione delle risorse è destinato a proseguire e richiederà un confronto costante fra istituzioni sanitarie, comunità scientifica, associazioni di pazienti e società civile, con l’obiettivo di garantire un accesso equo alle terapie realmente efficaci e un supporto strutturato alle persone con demenza e alle loro famiglie.
In sintesi, la scelta di AIFA di non rimborsare oggi lecanemab e donanemab riflette una valutazione complessa di efficacia, sicurezza, impatto organizzativo e sostenibilità per il SSN. Per i pazienti con Alzheimer iniziale e per i professionisti coinvolti nella loro cura, ciò significa continuare a puntare su diagnosi precoce, gestione globale e trattamenti già consolidati, mantenendo al contempo uno sguardo attento all’evoluzione delle evidenze e alle possibili future revisioni delle decisioni regolatorie.





