La mammografia è al centro della prevenzione del tumore della mammella, ma da anni il dibattito scientifico su rischi e benefici si concentra sulla cosiddetta sovradiagnosi. Alcune stime storiche avevano suggerito che fino al 30–50 per cento dei tumori individuati dallo screening potessero essere casi che non avrebbero mai dato sintomi nella vita della paziente. Questo dato aveva alimentato incertezza sia tra i medici sia tra le donne coinvolte nei programmi di screening.
Nel settembre 2026 una nuova analisi pubblicata sul Journal of the National Cancer Institute ha riconsiderato gli otto principali studi randomizzati sulla mammografia, concludendo per una sovradiagnosi stimata inferiore al 5 per cento. Il dato nasce da modelli statistici applicati a grandi trial storici e non rappresenta una nuova linea guida universale, ma modifica in modo sostanziale il quadro delle conoscenze e richiede una lettura attenta da parte di clinici e pazienti informati.
Che cosa si intende per sovradiagnosi nello screening mammografico
Con il termine sovradiagnosi si indica la diagnosi, tramite screening, di un tumore che non avrebbe mai causato sintomi o ridotto l’aspettativa di vita della paziente in assenza di esami. In ambito mammografico si tratta spesso di neoplasie molto piccole o a crescita estremamente lenta, talvolta lesioni preinvasive come il carcinoma duttale in situ, che potrebbero rimanere clinicamente silenti per decenni.
La sovradiagnosi va distinta dai falsi positivi. Nel falso positivo la mammografia segnala un sospetto tumore che si rivela benigno agli accertamenti successivi, per esempio con agoaspirato o biopsia. Nella sovradiagnosi invece la lesione è realmente neoplastica, ma non sarebbe mai diventata pericolosa per la salute. Nei programmi organizzati di prevenzione del tumore al seno questo concetto si intreccia con l’organizzazione delle breast unit e della mammografia di screening.
Gli effetti indesiderati della sovradiagnosi riguardano soprattutto il sovratrattamento. Una lesione che non avrebbe mai dato segno di sé può portare la paziente a subire interventi chirurgici, radioterapia o terapia ormonale con possibili complicanze. Sul piano psicologico la diagnosi di tumore della mammella, anche se molto iniziale, comporta ansia, cambiamenti nella percezione del proprio corpo e impatto sulle relazioni, fattori che vanno sempre considerati nel bilancio complessivo rischi benefici.
La nuova rianalisi degli otto trial storici: come si arriva a una stima sotto il 5 percento
La rianalisi pubblicata nel 2026 ha incluso gli otto principali studi randomizzati sulla mammografia di screening: New York Health Insurance Plan, Malmö, Two-County, Edinburgh, Canadian National Breast Screening Study, Stockholm, Gothenburg e UK Age. Questi trial avevano arruolato centinaia di migliaia di donne, confrontando gruppi invitati allo screening regolare con gruppi di controllo non invitati, per valutare l’impatto sulla mortalità per tumore della mammella.
Gli autori hanno applicato modelli statistici uniformi a tutti e otto i trial, correggendo per fattori come età di ingresso, durata del follow-up, cambiamenti nelle pratiche diagnostiche e terapeutiche. Secondo la sintesi riportata da fonti divulgative internazionali, la sovradiagnosi complessiva risulterebbe compatibile con valori inferiori al 5 per cento, molto al di sotto delle stime precedenti del 30–50 per cento. Si tratta di una rielaborazione modellistica che non sostituisce le raccomandazioni dei singoli programmi nazionali o regionali di screening.
La lettura dei risultati richiede attenzione al fatto che non si misura un numero “vero” di tumori inutilmente diagnosticati, ma una stima ottenuta confrontando nel tempo l’incidenza di neoplasie tra gruppi invitati e non invitati. La riduzione apparente della sovradiagnosi suggerisce che una quota maggiore dei tumori individuati allo screening rappresenta malattia clinicamente rilevante. Per alcune forme iniziali, come il carcinoma intraduttale della mammella, la questione della reale evolutività resta comunque oggetto di ricerca.
Perché le vecchie stime di sovradiagnosi arrivavano fino al 30-50 percento
Le stime più elevate di sovradiagnosi mammografica, comprese fra il 30 e il 50 per cento, derivavano spesso da modelli che confrontavano l’incidenza cumulativa di tumore della mammella in coorti storiche con e senza screening, senza considerare adeguatamente fattori come l’allungamento dell’aspettativa di vita o la diversa adesione ai programmi. Alcune analisi includevano anche tumori diagnosticati molti anni dopo la fine dello screening, rendendo difficile attribuire la differenza unicamente allo screening stesso.
Un altro elemento riguarda il cosiddetto lead time, cioè l’anticipo diagnostico dovuto alla mammografia. Se non si corregge per questo effetto, si rischia di interpretare come sovradiagnosi parte dei casi che in realtà sarebbero comparsi clinicamente qualche anno dopo. Metodi statistici differenti, ipotesi diverse sulla crescita tumorale e variazioni nell’uso di altre tecniche diagnostiche portavano quindi a risultati molto divergenti. In parallelo, la discussione pubblica si concentrava talvolta in modo semplificato sui soli numeri percentuali senza distinguere fra sovradiagnosi e falsi positivi, né fra età e profili di rischio individuali.
Come integrare rischi e benefici della mammografia nelle decisioni condivise con il medico
La nuova stima di sovradiagnosi inferiore al 5 per cento ridimensiona uno dei timori associati allo screening, ma non trasforma automaticamente la mammografia in un esame privo di rischi. Restano il problema dei falsi positivi, la necessità di biopsie aggiuntive e l’esposizione ripetuta a basse dosi di radiazioni. Per questo i programmi di screening continuano a modulare inviti e intervalli in base all’età e al rischio complessivo, mentre si sviluppano anche test complementari come alcuni test multicancro su sangue.
Le linee guida italiane ed europee considerano di solito l’offerta sistematica di screening nella fascia di età in cui il rapporto benefici rischi è più favorevole, per esempio donne tra 50 e 69 anni, con eventuali estensioni a fasce più giovani o più anziane a seconda dei dati regionali. In presenza di fattori di rischio elevati, come mutazioni genetiche note o storia familiare importante, il medico può proporre percorsi più intensivi che comprendono anche risonanza magnetica o ecografia, in un contesto di utilizzo responsabile delle nuove tecnologie di intelligenza artificiale in medicina.
Per chi ha meno di 50 anni o più di 70, la decisione di proseguire o meno con la mammografia deve restare individuale e condivisa con il curante. La riduzione stimata della sovradiagnosi è un tassello in più nella discussione, ma non sostituisce la valutazione clinica della singola paziente, del suo stato di salute, delle comorbidità e delle preferenze personali. In altre fasce di età, e per altri tumori come quelli del colon retto nelle persone sotto i 50 anni, la riflessione su screening mirati è altrettanto rilevante.
Nel complesso, la rianalisi degli otto trial storici suggerisce che la sovradiagnosi nello screening mammografico è probabilmente meno frequente rispetto a quanto temuto in passato, con stime modellistiche sotto il 5 per cento rispetto alle precedenti valutazioni del 30–50 per cento. Questo elemento rafforza il ruolo della mammografia come strumento di diagnosi precoce, ma conferma anche la necessità di decisioni personalizzate e di un confronto informato tra paziente e medico, alla luce del proprio profilo di rischio.
Queste informazioni hanno finalità esclusivamente divulgative e non sostituiscono il rapporto diretto tra paziente e medico curante o gli specialisti di riferimento.





