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Febbri emorragiche di Ebola, Marburg e Lassa:
incubazione, contagiosità e profilassi

Febbri Emorragiche (Ebola, Marburg e Lassa): scheda riassuntiva di notifica e profilassi


Classificazione ICD-9: 078.8, 078.89

Tipo di Notifica: Classe I

Periodo di incubazione:

Febbre di Ebola: da 3 a 9 giorni;
Febbre di Marburg da 2 a 21 giorni;
Febbre di Lassa da 6 a 21 giorni.

Periodo di contagiosità: Nella fase conclamata della malattia e fintanto che particelle virali sono presenti nel sangue e nei fluidi biologici.

Provvedimenti nei confronti del malato: Isolamento strettissimo1 in unità di alto isolamento2 o, in reparti specializzati per malattie infettive, in stanze dotate di sistema di ventilazione con cappe a flusso laminare, con rigide procedure per lo smaltimento degli escreti e dei fluidi biologici.

Disinfezione continua3 di escreti e fluidi biologici e di tutti i materiali che siano stati a contatto con il paziente, inclusi strumenti e materiale di laboratorio, con soluzioni di ipoclorito di Na allo 0,5%, oppure di fenolo allo 0,5%, oppure mediante trattamento in autoclave, oppure mediante termodistruzione.

Scrupoloso rispetto delle precauzioni standard4 ed utilizzazione, in tutte le fasi dell’assistenza al malato, compresa l’esecuzione degli esami di laboratorio, di indumenti e mezzi di protezione individuale (mascherine, guanti, occhiali), possibilmente monouso.

Esecuzione degli esami di laboratorio per la ricerca ed identificazione degli agenti virali responsabili di febbri emorragiche in strutture dotate di sistemi di alto isolamento con livello di sicurezza biologica 4 (BSL 4); gli esami ematochimici di routine possono essere eseguiti in strutture con livello di sicurezza biologica 3 (BSL 3).

Per quanto riguarda i casi di malattia da virus Ebola-Marburg, astensione dai rapporti sessuali fino a dimostrazione di assenza dei virus dallo sperma (circa 3 mesi).

Provvedimenti nei confronti dei conviventi e dei contatti: Ricerca attiva delle persone che hanno avuto contatti con il caso durante le tre settimane seguenti all’inizio della malattia e sorveglianza sanitaria delle stesse per tre settimane dall’ultimo contatto, con misurazione della temperatura corporea due volte al dì ed ospedalizzazione, con isolamento, al riscontro di temperature superiori a 38,3 °C.

Per ulteriori dettagli si rimanda alle Circolari del Ministero della Sanità n° 400.2/113.3.74/2808 dell’11 maggio 1995 e 100/67301/4266 del 26 maggio 1995.

1 Isolamento Strettissimo: si applica in caso di agenti altamente infettivi o molto virulenti che possono essere trasmessi per via aerea o per contatto diretto. E’ richiesta una stanza separata per il paziente (pazienti con la stessa patologia possono essere ospitati nella stessa stanza), con sistema di ventilazione a pressione negativa, possibilmente dotata di anticamera, e con porte con chiusura a tenuta, nonché l’uso di mezzi di barriera ed indumenti protettivi, comprese le maschere dotate di respiratori, per tutte le persone che entrano nella stanza.
2 Alto isolamento: separazione, per il periodo di contagiosità, delle persone (o degli animali) infette dagli altri in ambiente e condizioni tali da prevenire o limitare la trasmissione diretta o indiretta dell’agente infettivo.
3 Disinfezione continua: disinfezione effettuata in modo sistematico su tutti i materiali biologici del paziente e su tutti gli oggetti da questi contaminati.
4 Precauzioni standard: complesso di pratiche, basate sull’assunzione che nel sangue o in altri fluidi biologici possano essere presenti HIV, HBV, HCV ed altri agenti patogeni a trasmissione parenterale per prevenire l’esposizione parenterale di mucose o di cute non intatta agli stessi. Si basano essenzialmente sull’uso di mezzi di barriera: guanti, camici, grembiuli, mascherine, occhiali protettivi, schermi facciali.

 

Febbri Emorragiche: Generalità

Le Febbri Emorragiche sono un insieme di malattie causate da virus diversi, con decorso e gravità differenti, ma che riconoscono tutte una sintomatologia simile, nella sindrome emorragica.

La sindrome della febbre emorragica virale è un insieme di sintomi basati sulla instabilità e la diminuita integrità vascolare.

Un insulto, diretto o indiretto, sulla microcircolazione porta a un aumento della permeabilità e (particolarmente quando è diminuita la funzione piastrinica) a una reale rottura con emorragia locale.

La pressione arteriosa diminuisce e in casi gravi sopraggiunge lo shock.

Arrossamento cutaneo e iniezione congiuntivale sono esempi di comuni alterazioni osservabili nel controllo della circolazione locale.

L’emorragia è incostante e nella maggior parte dei casi è un indice di diffuso danno vascolare, piuttosto che una perdita di volume ematico minacciosa per la vita.

In alcune sindromi di Febbre Emorragica possono essere particolarmente colpiti specifici organi, come il rene nella Febbre Emorragica con sindrome renale, il polmone nella sindrome polmonare da hantavirus o il fegato nella febbre gialla, ma in tutte queste malattie il disturbo circolatorio generalizzato è assai importante.

La patogenesi della Febbre Emorragica è poco conosciuta e presenta aspetti diversi tra i virus regolarmente implicati nella sindrome, il cui numero supera la dozzina.

In alcuni casi il danno diretto al sistema vascolare o anche alle cellule parenchimali di organi bersaglio è importante, mentre in altri si ritiene che il ruolo principale sia svolto da mediatori solubili.

La fase acuta nella maggior parte dei casi di Febbre Emorragica è associata con la replicazione virale e la viremia.

 

Quadro clinico generale

Le sindromi Febbre Emorragica esordiscono tutte con febbre e mialgia, solitamente con insorgenza improvvisa.

Entro pochi giorni il paziente si presenta all’attenzione del medico a causa di un’ingravescente prostrazione che è spesso accompagnata da grave cefalea, vertigini, fotofobia, iperestesia, dolore addominale o toracico, anoressia, nausea o vomito e altri disturbi gastrointestinali.

L’esame iniziale spesso rileva soltanto una condizione di malattia acuta con soffusione congiuntivale, debolezza alla palpazione dei muscoli o dell’addome e ipotensione lieve o posturale, forse con tachicardia.

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Sono frequenti petecchie (spesso meglio visualizzate alle ascelle), arrossamento del capo e del torace, edema periorbitale e proteinuria.

I livelli di AST sono solitamente elevati al primo esame o entro uno o due giorni.

Il paziente, seriamente malato, presenta sintomi sempre più gravi e sviluppa shock e altri reperti tipici del virus in causa.

Shock, sanguinamento multifocale e coinvolgimento del Sistema Nervoso Centrale (encefalopatia, coma, convulsioni) sono tutti segni prognostici sfavorevoli.

Uno dei maggiori indizi diagnostici è l’anamnesi positiva per un viaggio in un’area endemica entro il periodo di incubazione per una data sindrome.

Il precoce riconoscimento è importante per la necessità di una terapia virus-specifica e di misure di supporto, tra cui: una pronta, atraumatica ospedalizzazione e una corretta somministrazione di liquidi, che tenga conto dell’aumentata permeabilità capillare del paziente; la somministrazione di farmaci cardiotonici; l’uso di vasopressori per mantenere la pressione arteriosa a livelli che garantiscano la perfusione renale; il trattamento delle relativamente comuni infezioni batteriche secondarie; il reintegro di fattori della coagulazione e piastrine, se indicato; e le misure precauzionali utilizzate solitamente nel trattamento di pazienti con diatesi emorragica.

La coagulazione intravasale disseminata dovrebbe essere trattata soltanto se esiste una chiara evidenza laboratoristica della sua esistenza e se il monitoraggio laboratoristico della terapia è realizzabile; non esiste alcuna prova che questa terapia sia utile.

I dati disponibili suggeriscono che i pazienti con Febbre Emorragica hanno una diminuita gittata cardiaca e possono rispondere scarsamente al carico idrico, spesso effettuato nel trattamento dello shock associato a sepsi batterica.

Nelle sindromi di Febbre Emorragica sono indicate rigorose misure di isolamento (barrier nursing) per il personale infermieristico e altre precauzioni contro le infezioni per il personale medico e i visitatori (salvo quelle dovute a hantavirus, febbre gialla, febbre della Rift Valley e dengue).

Febbre di Lassa

Il virus Lassa è una causa conosciuta di malattia endemica ed epidemica in Nigeria, Sierra Leone, Guinea e Liberia, anche se – probabilmente – la sua diffusione nell’Africa occidentale è maggiore.

Questo virus, e altri a esso correlati, sono presenti in altre zone dell’Africa dove però il loro significalo per la salute pubblica è sconosciuto.

Come altri arenavirus, il virus Lassa viene trasmesso all’uomo con piccole particelle di aerosol da roditori cronicamente infetti e può essere acquisito durante la cattura o il consumo come cibo di questi animali; esso può inoltre essere trasmesso dal contatto interumano.

Il virus è spesso presente nelle urine durante la convalescenza e si pensa sia presente nel liquido seminale precocemente durante la guarigione.

Contagi nosocomiali si sono verificati, ma non sono comuni se vengono utilizzate appropriale tecniche parenterali sterili.

Ne sono affetti soggetti di tutte le età e di entrambi i sessi; l’incidenza di malattia è più alta nella stagione secca, ma la trasmissione si verifica durante tutto l’anno.

Nei Paesi in cui il virus Lassa è endemico, la febbre di Lassa può essere una delle cause principali di malattia febbrile.

Per esempio, in un ospedale della Sierra Leone, la febbre di Lassa, confermata laboratoristicamente, è responsabile di un quinto dei ricoveri nei reparti di medicina.

Vi sono probabilmente decine di migliaia di casi di febbre di Lassa, annualmente, nella sola Africa occidentale.

Quadro Clinico della Febbre di Lassa

Il caso classico ha un esordio graduale (fra gli agenti di Febbre Emorragica, soltanto gli arenavirus sono tipicamente associali a un esordio graduale) che conduce poi a più gravi sintomi costituzionali e prostrazione.

Il sanguinamento viene osservato soltanto in circa il 15-30% dei casi.

Nei pazienti con febbre di Lassa si osserva spesso un esantema maculopapuloso.

I versamenti nelle sierose sono comuni e una pericardite, predominante nei maschi, può svilupparsi tardivamente.

La percentuale di morte fetale è del 92% nell’ultimo trimestre, quando anche la mortalità materna aumenta dall’abituale 15 al 30%; questi dati suggeriscono che dovrebbe essere considerata l’interruzione della gravidanza in donne infette.

La conta dei globuli bianchi del sangue è normale o leggermente elevata e la conta delle piastrine è normale o qualche volta bassa.

La sordità coincide con il miglioramento clinico in circa il 20% dei casi e in alcuni di essi è permanente e bilaterale.

Vi può essere reinfezione, ma non si accompagna a malattia grave.

Alti livelli di viremia o alta concentrazione sierica di AST predicono, statisticamente, un esito fatale.

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Per questo motivo pazienti con livelli di AST > 150 Ul/ml dovrebbero essere trattati con ribavirina per via endovenosa.

Questo analogo nuclcosidico antivirale sembra essere efficace nel ridurre la mortalità in base al confronto con controlli retrospettivi e il suo principale effetto collaterale, un’anemia reversibile, solitamente non richiede trasfusione.

Il farmaco dev’essere somministrato con infusione endovenosa lenta in una dose di 32 mg/kg; questa dose deve essere seguila da 16 mg/kg ogni 6 ore per 4 giorni e poi da 8 mg/kg ogni 8 ore per 6 giorni.

Febbre di Marburg e di Ebola

I virus Marburg ed Ebola sono responsabili di una malattia acuta febbrile a elevata mortalità.

febbri emorragiche: il virus
Il virus della febbre emorragica di Ebola

Questa malattia è caratterizzata da un coinvolgimento multisistemico che esordisce bruscamente con cefalea, mialgie e febbre, e che evolve verso uno stato di prostrazione associato a esantema, shock e frequenti manifestazioni emorragiche.

Le epidemie in genere hanno inizio con un singolo caso di malattia, a partire da un serbatoio di infezione non noto: la diffusione avverrebbe, sia in abitazioni che in ospedali, attraverso contatti stretti con persone malate o con i loro secreti corporei.

Eziologia

La famiglia delle Filoviridae include due virus distinti sia antigenicamente che geneticamente: il virus Marburg e il virus Ebola.

Il virus Ebola è distinguibile in quattro sottotipi, denominati in base alla sede della prima identificazione (Zaire, Sudan, Costa d’Avorio e Reston).

A eccezione del sottotipo Reston del virus Ebola, tutti i fìlovirus sono virus africani, responsabili nell’uomo di una malattia grave a evoluzione frequentemente fatale.

Il virus Reston, esportato dalle Filippine in diverse occasioni, ha determinato infezioni fatali nelle scimmie e soltanto subcliniche nell’uomo.

Differenti ceppi dei quattro sottotipi di virus Ebola isolati nel tempo e in diversi luoghi mostrano una notevole conservazione della sequenza genica, a indicare una marcata stabilità genetica all’interno della loro nicchia selettiva.

Strutturalmente, i filovirus appaiono sotto forma di particelle di 790-970 nm di lunghezza, con una forma in alcuni casi allungata e contorta, contenenti una copia lineare a singola elica di RNA di senso negativo sistemata all’interno di un nucleocapsidc elicoidale.

L’involucro lipidico (envelope) conferisce al virus la tipica sensibilità ai solventi dei lipidi e ai comuni detergenti.

I virus sono inoltre ampiamente distrutti dal calore (60 °C per 30 minuti) e dal pH acido, ma possono persistere per settimane nel sangue a temperatura ambiente.

La glicoproteina di superficie si autoassembla a formare le proiezioni di membrana che, presumibilmente, mediano l’adesione e la fusione del virus alle cellule bersaglio.

L’elevato contenuto di carboidrati della glicoproteina di superfìcie può contribuire alla sua scarsa capacità di evocare anticorpi neutralizzanti.

Una variante più piccola della glicoproteina, contenente molti dei suoi determinanti antigenici, viene prodotta da cellule infettate in vitro ed è rilevabile nel sangue di soggetti malati.

E’ stato ipotizzato che tale proteina solubile circolante possa sopprimere la risposta immune diretta contro la proteina virale di superficie, oppure bloccare i meccanismi effettori antivirali.

Sia il virus Ebola che il virus Marburg sono patogeni al livello 4 di biosicurezza a causa dell’elevato tasso di mortalità associato alla malattia e dell’elevata contagiosità degli aerosol.

Epidemiologia

Il virus Marburg fu identificato per la prima volta in Germania nel 1967, quando scimmie verdi africane (Cercopithecus aethiops) importate dall’Uganda trasmisero l’agente eziologico ad addetti di laboratori vaccinali.

Sette dei 25 casi d’infezione umana acquisiti dalle scimmie morirono.

I sei casi secondari riscontrati erano associali a contatti stretti o a esposizione di tipo parenterale.

Fu documentata una diffusione secondaria alla moglie di un paziente e il virus Marburg fu isolato dallo sperma del marito nonostante la presenza di anticorpi circolanti.

Da allora, sono stati identificati in Africa orientale e meridionale casi isolati di infezione da virus Marburg a diffusione limitata.

Nel 1999 è stata documentata la trasmissione ripetuta del virus Marburg a lavoratori delle miniere d’oro della Repubblica Democratica del Congo orientale.

La conseguente ampia diffrazione del virus tra i familiari dei soggetti colpiti pose l’accento sull’importanza di adottare opportune misure igieniche e di isolamento per modificare l’epidemiologia sia di questo virus che del virus Ebola.

Nel 1976, epidemie di grave febbre emorragica (550 casi) si svilupparono simultaneamente in Zaire e in Sudan, e il virus Ebola fu isolato in entrambe le località.

Successivamente, si scoprì che sottotipi differenti di virus Ebola – associati rispettivamente al 90% e al 50% di mortalità – avevano provocato le due epidemie.

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La diffusione epidemica ebbe luogo attraverso contatti interumani (in particolare in ambiente ospedaliero) e l’uso di aghi e siringhe non sterili, pratica comune, quest’ultima, negli ospedali dei Paesi in via di sviluppo.

Entrambe le epidemie terminarono con la chiusura delle cliniche, con l’allontanamento, nelle aree di endemia, delle persone sane da quelle malate, e impedendo le pratiche di sepoltura tradizionali.

Il sottotipo Zaire del virus Ebola fu identificato come responsabile di un’epidemia importante (317 casi, 88% di mortalità) nella Repubblica Democratica del Congo nel 1995 e di epidemie minori nel Gabon tra il 1994 e il 1996.

La mortalità fu elevata, con una frequente trasmissione della malattia ai medici curanti o alle persone esposte in maniera diretta a escreti liquidi corporei: la scarsa igiene all’interno degli ospedali esacerbò la diffusione della malattia.

Nell’epidemia del Congo, un caso indice si infettò a Kikwit nel gennaio del 1995.

L’epidemia covò fino ad aprile, quando l’elevato livello di trasmissione nosocomiale costrinse alla chiusura degli ospedali; campioni furono inviati in laboratorio per la ricerca del virus Ebola che nell’arco di poche ore fornì risultati positivi.

Fu garantito un aiuto internazionale, con informazioni e materiali per l’adozione di misure igieniche di barriera: la trasmissione nosocomiale terminò, gli ospedali furono riaperti e i pazienti furono isolati per prevenire la diffusione della malattia ai familiari.

Tre emergenze separate di infezione da virus Ebola (sottotipo Zaire) furono rilevate nel Gabon tra il 1994 e il 1996, tutte associate a esposizione nelle foreste e, conseguentemente, alla trasmissione familiare e nosocomiale.

Durante l’episodio del 1996, un medico che era stato esposto a pazienti con infezione da virus Ebola partì per il Sudafrica con una febbre: un’infermiera che assistette il medico nella preparazione di un vaso da incannulare sviluppò la febbre emorragica da virus Ebola e morì nonostante le cure intensive.

Il caso indice fu identificato retrospettivamente sulla base degli anticorpi serici e dell’isolamento del virus dal liquido seminale.

Pertanto, va tenuto in considerazione che il trasporto a distanza del virus Ebola costituisce un rischio appurato e che, anche in presenza di adeguate norme igieniche, si può avere una limitata diffusione del virus.

Il sottotipo Reston del virus Ebola fu identificato per la prima volta negli Stati Uniti, nel 1989, quando furono osservati numerosi casi di una malattia fatale e altamente trasmissibile tra macachi cynomolgus importati dalle Filippine e messi in quarantena a Reston, in Virginia, in attesa di essere distribuiti a ricercatori biomedici.

Questa e altre comparse del virus Reston sono state ricondotte a singole esportazioni dalle Filippine, ma non è stata riconosciuta in natura alcuna fonte del virus.

Gli studi epidemiologici (compresa una ricerca specifica sull’epidemia di Kikwit) non sono riusciti a dimostrare un ruolo determinante delle particelle trasportate dall’aria nella patologia umana.

Questa carenza di dati epidemiologici è sorprendente e sembra in contrasto con la classificazione di questi virus tra i patogeni a livello 4 di biosicurczza, basata almeno in parte sull’infettività degli aerosol e sulle valutazioni di laboratorio convenzionali che hanno evidenziato un elevato livello di infettività per le scimmie tramite aerosol.

L’uomo con malattia da filovirus non sembra apparentemente in grado di generare una quantità di aerosol infetti sufficienti a costituire un pericolo per le persone che lo circondano

Le prove disponibili indicano come serbatoio di questi virus animali nonprimati, ma un’indagine intensiva non è riuscita a fornire delucidazioni su quale serbatoio possa essere implicato.

Alcune ricerche si sono concentrate sul possibile ruolo dei pipistrelli, ma tale ipotesi ha avuto origine in parte dalla diffusione dei pipistrelli nelle aree colpite dalla malattia e dalla frustrazione dei ricercatori nel tentativo di individuare la fonte del virus.

Anatomia Patologica e Patogenesi

Sia nell’uomo che in modelli animali il virus Ebola e il virus Marburg si replicano con facilità in tutti i tipi di cellule, incluse le cellule endoteliali, i macrofagi e le cellule parenchimali di quasi tutti gli organi.

La replicazione virale è accompagnata da necrosi cellulare sia in vivo che in vitro; al microscopio ottico, è significativo il riscontro di necrosi epatocitaria con presenza di corpi di Councilman (inclusioni intracellulari in correlazione con estesi accumuli di nucleocapsidi virali), polmonite interstiziale e noduli gliali cerebrali associati ad aree infartuali di piccole dimensioni.

Gli antigeni e i virioni completi sono presenti in abbondanza all’interno dei fìbroblasti, nell’interstizio e (in minor misura) negli annessi dei tessuti sottocutanei nei casi fatali.

Il virus può essere eliminato attraverso piccole soluzioni di continuo della cute o attraverso le ghiandole sudoripare; ciò sarebbe correlato al rischio epidemiologico riconosciuto per i contatti stretti con i pazienti e per coloro che vengono a contatto con i deceduti.

Le cellule infiammatorie non sono abbondanti, nemmeno nelle aree di necrosi.

Nei pazienti con infezione da virus Ebola (sottotipo Zaire), oltre al danno direttamente sostenuto dal virus, sono rilevabili anche elevati livelli di citochine proinfiammatorie, che presumibilmente contribuiscono alla gravità della malattia: il virus, infatti, interagisce intimamente con il sistema cellulare delle citochine.

Esso risulta resistente agli effetti antivirali dell’IFN-a, nonostante l’elevato livello di induzione di questo mediatore.

L’infezione delle cellule endoteliali comporta l’inibizione selettiva dell’espressione delle molecole MHC di classe I e blocca l’induzione di numerosi geni da parte degli interferoni.

Oltre a ciò, l’espressione della glicoproteina virale inibisce quella delle integrine ctV, effetto quest’ultimo responsabile in vitro del distacco e della conseguente morte delle cellule endoteliali.

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L’infezione acuta è accompagnata da elevati livelli di particelle virali e di antigeni circolanti.

Il miglioramento clinico ha luogo quando il tasso di virus circolante subisce un decremento contemporaneamente alla messa in atto della risposta immune virus-specifica, documentabile con metodica immunoenzimatica (ELISA) o con immunofluorescenza.

Nei casi fatali vi è di solito una minima evidenza di risposta anticorpale ed è frequentemente rilevabile un’estesa deplezione splenica e linfonodale.

La guarigione è apparentemente mediata dalla risposta cellulo-mediata: il plasma della fase di convalescenza presenta, in vitro, un basso potere neutralizzante nei confronti del virus e non è risultato protettivo in esperimenti di trasmissione passiva condotti su modelli di scimmie e cavie.

Manifestazioni Cliniche

Dopo un periodo di incubazione di 7-10 giorni (con variazioni di 3-16 giorni), i pazienti sviluppano in maniera improvvisa febbre, cefalea, malessere, mialgie, nausea e vomito.

Alla febbre di tipo continuo si aggiungono successivamente diarrea (spesso grave), dolore toracico (accompagnato da tosse), prostrazione e depressione dello stato mentale.

Nei soggetti con pelle chiara (meno spesso nei neri), dopo 4-7 giorni compare un rash maculopapulare seguito da desquamazione.

In questa fase della malattia hanno inizio le manifestazioni emorragiche a carico sia delle mucose che della cute.

In alcune epidemie, un sanguinamento evidente è stato osservato in meno della metà dei pazienti, potendo addirittura mancare nelle forme a evoluzione fatale.

Altri segni clinici includono edema facciale del collo e dello scroto, epatomegalia, arrossamento, iniezione congiuntivaie e faringite.

A 10-12 giorni dall’esordio della malattia può scomparire la febbre, con miglioramento e alla line guarigione del paziente.

La ripresa della febbre può derivare da infezioni batteriche secondarie o dalla persistenza circoscritta del virus.

Sono state riportate epatiti, uveiti e orchiti tardive, con isolamento del virus dallo sperma o con positività della reazione polimerasica a catena (PCR) nelle secrezioni vaginali per diverse settimane.

Dati di Laboratorio

La leucopenia viene riscontrata precocemente, mentre una neutrofilia si sviluppa in fase tardiva.

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La conta piastrinica scende al di sotto (potendo essere ancora più bassa) di 50000/mmc.

Può esservi l’evidenza laboratoristica di coagulazione intravasale disseminata, ma il suo significato clinico e l’eventuale necessità di trattamento sono controversi.

I livelli sierici di GPT e GOT (in particolare di quest’ultima) aumentano progressivamente, e in alcuni casi può comparire ittero.

Può essere presente iperamilasemia e in questa circostanza il riscontro di dolore addominale suggerisce lo sviluppo di una pancreatite.

La proteinuria è comune e la compromissione della funzionalità renale è direttamente proporzionale alla gravità dello shock.

Diagnosi

La maggior parte dei pazienti con malattia da virus Ebola e Marburg in fase acuta presenta elevate concentrazioni virali nel sangue.

Il test immunoenzimatico (ELISA) per la ricerca degli antigeni virali risulta sensibile e affidabile.

L’isolamento del virus e la PCR sono metodiche altrettanto valide e in alcuni casi risultano più sensibili.

In fase di guarigione, i pazienti sviluppano anticorpi di classe IgM e IgG, rilevabili tramite ELISA o con test (meno specifico) di immunofluorescenza.

La biopsia cutanea è di estrema utilità nella diagnosi post mortem di Ebola e, in misura minore, nella diagnosi di infezione da virus Marburg, vista la grande quantità di antigeni virali nei campioni, la relativa sicurezza delle modalità di prelievo e l’assenza di necessità della catena del freddo per i tessuti fissati in formalina.

Terapia

Non è disponibile alcun trattamento virus-specifico e, in considerazione del notevole coinvolgimento virale nei casi a evoluzione fatale, la terapia di supporto può non rivelarsi così utile come un tempo si sperava.

Il trattamento aggressivo dello shock deve tenere conto della probabile aumentata permeabilità vascolare nella circolazione polmonare e sistemica, nonché della compromissione della funzionalità miocardica.

Il meccanismo di fusione di membrana del virus Ebola ricorda quello dei retrovirus, e l’identificazione di sequenze “fusogeniche” suggerisce che possano essere sviluppati a scopo terapeutico dei composti che impediscano l’ingresso del virus nella cellula.

Nonostante lo scarso potere neutralizzante del siero policlonale dei soggetti in convalescenza, l’espressione fagica dell’mRNA codificante per immunoglobulinc da midollo osseo di convalescenti ha permesso di ottenere anticorpi monoclonali dotati, in vitro, di attività neutralizzante e protettiva in modelli di cavie.

Prevenzione

Non sono disponibili vaccini, ma precauzioni igieniche di barriera negli ospedali africani possono ridurre notevolmente la diffusione del virus a partire dal caso indice e perciò prevenire le epidemie da filovirus e da altri agenti.

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